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    September 19

    IL SEGRETO DEL RISVEGLIO

    Il risveglio pentecostale è un movimento di risveglio cristiano che si richiama all'effusione dello Spirito Santo nella prima Pentecoste cristiana. La sua peculiarità è costituita dal fatto che l'esperienza del battesimo nello Spirito Santo col segno del parlare in altre lingue (glossolalia) è sorto prima dottrinalmente e poi praticamente, fin dai tempi della Chiesa dell'era apostolica (ad es. si leggano Marco 16:17, Atti degli Apostoli cap. 2, 1 Corinzi 12:10, 12:28, 14:39), e che nell'arco del ventesimo secolo si è diffuso universalmente nel mondo. Percui, per noi pentecostali, non c’è niente di più desiderato dai credenti di ogni parte del mondo del risveglio. Un diritto che tutti devono pretendere; una meta che tutti devono realizzare; una realtà che ha già avuto inizio con la Pentecoste di 2000 anni fa (ovvero, con la discesa dello Spirito Santo, che venne come la nuova legge donata da Dio ai suoi fedeli) e che si sta rinnovando di epoca in epoca. Esaminando ogni singolo risveglio si scopre che NON ESISTE RISVEGLIO SENZA PREGHIERA INSISTENTE! Ogni risveglio è stato sempre realizzato a causa di uomini che hanno piegato insistentemente le loro ginocchia alla presenza del Signore! Questa serie di vicende biografiche vuole evidenziare la vita di preghiera di tanti uomini di Dio (il motivo per cui pregavano, come pregavano, quanto pregavano, ecc…) e i risultati che hanno ottenuto per grazia di Dio, sapendo anche che NON ESISTE PREGHIERA INSISTENTE SENZA RISVEGLIO! :

     - L' EVANGELISTA PAUL CAIN (1929 - vivente) «Ero da solo, in profonda preghiera... Allora la Sua voce udibile... disse: "Paolo, Paolo, ti ho chiamato a predicare nello spirito dell'Apostolo Paolo. Apri la tua bocca! Io la riempirò!"»

    - L'EVANGELISTA WARREN LITZMAN «Sembrava che ogni volta che udivo fratelli coinvolti nel ministero di guarigione parlare della sua esperienza, me ne andavo deluso, perché non possedevo i requisiti... Alla fine feci l'appello per gli ammalati. Pregai e i segni iniziarono a seguire».

    - L' EVANGELISTA STANLEY KAROL«Chiesi a Dio di darmi alcuni casi facili quando si formò la mia prima fila di preghiera... Il primo uomo che vidi era il più difficile caso presente... Legai quello spirito nel Nome di Gesù, e sentii la virtù guaritrice entrare in lui»

    - L’ EVANGELISTA ORAL ROBERTS (1918-vivente) «Mi distesi sul pavimento, a faccia a terra, promettendo a Dio che sarei rimasto lì finché non mi avesse dato... certezza della potenza per guarire i malati e scacciare i demoni... E mi fu detto: Da quest'ora guarirai i malati e scaccerai demoni»

    - L’ EVANGELISTA SMITH WIGGLESWORTH (1859-1947) Noto come l'Apostolo della Fede, fu uno dei più unti uomini di Dio in tempi recenti. Nati ciechi e sordi, zoppi, altri sull'uscio della morte con cancro, tutti venivano guariti dalla grande potenza di Dio. Perfino i morti venivano resuscitati.

    - PASTORE RICHARD BAXTER (1615-1691) Crisi epilettiche, tumori e peccati di ogni genere sparivano in risposta alle preghiere della congregazione di Baxter. Munito dell'arma della preghiera, Baxter distruggeva le fortezze demoniache e conduceva potenti magistrati alle lacrime.

    - L’ EVANGELISTA WILLIAM BRAMWELL (1959-1718) Spendeva 2, 3, 4, 5 e talvolta 6 ore in preghiera e riflessione. Le Chiese venivano ravvivate, i malati venivano guariti e i peccatori salvati fino all'ultimo. Il successo di Bramwell fu il frutto della sua fame sempre maggiore di ricevere di più da Gesù.

    - L’ EVANGELISTA W. V. GRANT (1913-1983) «Nient'altro mi importava. Volevo vedere la Sua Gloria. Volevo vedere i morti risuscitati, i demoni scacciati, i sordi, i ciechi e i muti sanati. Fu 14 anni dopo aver ricevuto lo Spirito Santo e le lingue che ricevetti lo Spirito Santo e la potenza».

    - L’ EVANGELISTRA A. A. ALLEN (1911-1970) «Cominciai a rendermi conto che la luce che stava riempiendo la mia cameretta di preghiera era la gloria di Dio! La presenza di Dio era così reale e potente che sentivo che sarei morto proprio lì sulle mie ginocchia... Allora, come un turbine, ascoltai la Sua voce. Era Dio! Mi stava parlando! Questa era la gloriosa risposta che avevo ricercato così diligentemente e che avevo atteso sin dalla mia conversione all'età di ventitre anni... Poi il signore mi disse : “Tu non soltanto guarirai gli ammalati, ma nel nome Mio caccerai i demoni, vedrai molti miracoli potenti mentre nel Mio nome predicherai la Parola”».

    - L’ EVANGELISTA WILLIAM C. BURNS (1815-1868) A termine di un discorso solenne, la potenza di Dio scese, e tutti si fecero un bagno di lacrime. Alcuni cadevano a terra gridando misericordia. Tutta la città fu commossa. I malvagi si adiravano, ma la Parola di Dio cresceva e si affermava potentemente.

    - L’ EVANGELISTA CHARLES H. SPURGEON (1834-1892) Considerava la riunione di preghiera come il termometro spirituale di una chiesa. La riunione di preghiera del lunedì sera ricevette una testimonianza su scala mondiale. Ogni lunedì gran parte del santuario si riempiva di intercessori ferventi.

    - L’ EVANGELISTA WILLIAM BOOTH (1829-1912) Picchiati con pezzi di legno infuocati, aspersi di catrame e zolfo ardente, battuti, presi a sassate e perfino a calci nelle strade fino a morire, resistevano con un allegro «Dio ti benedica!» e una preghiera, e i peggiori peccatori venivano salvati.

    Dio Vi Benedica.
    Vs. fratello Pietro Chiariello.
    January 10

    Vescovi d'Europa e USA in missione di pace a Terra Santa

    Vescovi d'Europa e USA in missione di pace a Terra SantaVisiteranno Betlemme e Gerusalemme

    LONDRA, giovedì, 8 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Dal 10 al 15 gennaio si svolgerà la tradizionale visita in Terra Santa dei Vescovi del coordinamento delle Conferenze Episcopali di Usa e Europa a sostegno della Chiesa cattolica e dei cristiani in Terra Santa.

    "Le comunità cristiane di Terra Santa  rappresentano il legame fisico tra il mondo attuale e quello dei tempi della predicazione di Gesù Cristo. Esse sono le 'pietre viventi' della nostra fede", spiega in un comunicato monsignor Patrick Kelly, Arcivescovo di Liverpool e Vicepresidente della Conferenza Episcopale dei Vescovi cattolici d'Inghilterra e del Galles, responsabile della riunione del Comitato di coordinamento.

    Monsignor Kelly ha rinnovato l'appello "per la fine immediata di ogni violenza a Gaza".

    “Il conflitto ha radici profonde ma bisogna adoperarsi per fermare il conflitto che blocca ogni aiuto umanitario - ha detto l'Arcivescovo -. Urge una leadership saggia e coraggiosa che possa raggiungere la pace e relegare la violenza al passato. Non bisogna restare in silenzio davanti all'ingiustizia ma proclamare la riconciliazione. E' questo lo scopo della nostra visita in Terra Santa”.

    Il programma dei lavori, che avranno base a Betlemme, prevede incontri con il Nunzio apostolico, l'Arcivescovo Antonio Franco, con il Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal e con i leader religiosi delle denominazioni cristiane presenti in Terra Santa.

    In agenda anche visite al Presidente israeliano Shimon Peres e a quello palestinese Abu Mazen. La delegazione è composta da Vescovi di Canada, Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Svizzera ed Usa.

    Con loro anche rappresentanti del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE) e della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (Comece), della Caritas Internationalis, del Catholic Relief service (Cáritas USA), di Pax Christi International, dei Cavalieri del Santo Sepolcro, delle Pontificie Opere Missionarie, di Radio Vaticana e della Fondazione ecumenica cristiana per la Terra Santa.

    Le annuali riunioni a gennaio in Terra Santa dei Vescovi cattolici sono iniziate a partire dal 1998 e hanno finora fornito un significativo contributo alle necessità delle poche migliaia di cattolici che tuttora risiedono nella regione palestinese.

    Il programma di quest'anno comprende un incontro dei vescovi partecipanti al comitato del Coordinamento con gli studenti dell'Università di Betlemme, con i seminaristi dell'Istituto di Beit Jala, celebrazioni eucaristiche e incontri con i parrocchiani di alcune chiese della West bank, itinerari a Betlemme insieme  ai bambini delle scuole elementari, riunioni ecumeniche.

    Padre Jerome Murphy-O'Connor offrirà una riflessione teologica condotta sul tema “san Paolo a Gerusalemme”.

    Come di consueto una conferenza stampa per illustrare i temi svolti e le decisioni d'aiuto prese  durante i giorni degli incontri verrà convocata giovedì 15 gennaio a Gerusalemme presso la sede del Patriarcato latino.

    Riferendosi alla piccola comunità cristiana che tuttora risiede nella Striscia di Gaza, monsignor  Kelly afferma che i fedeli di quell'area “hanno bisogno delle nostre preghiere nella loro lotta per testimoniare lo spirito della pace”.

    "Il fine del Comitato di coordinamento — il presule inglese — è sempre stato quello di essere al fianco delle Chiese nella Terra Santa nella fedeltà ai due comandamenti di Dio: mai essere in silenzio di fronte all'ingiustizia e alla violenza e sempre proclamare e vivere la riconciliazione voluta da nostro Signore su quella  collina chiamata il Calvario".

    Monsignor Kelly chiude la sua nota, tradotta da "L'Osservatore Romano" con la benedizione che Dio rivolse a Mosè: "Possa il Signore benedirti e proteggerti. Possa il Signore far risplendere la luce del suo viso su di te e concederti la sua grazia. Possa il Signore svelarti la sua faccia e donarti la pace".


    January 07

    Il rappresentante del Papa al Natale ortodosso di Mosca

    Il rappresentante del Papa al Natale ortodosso di MoscaCommozione alla lettura di un messaggio postumo del Patriarca Alessio II


    MOSCA, mercoledì, 7 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Il rappresentante di Benedetto XVI in Russia ha partecipato alla Messa di Natale celebrata la mezzanotte scorsa dal reggente della Chiesa ortodossa russa dopo la morte del Patriarca Alessio II, il metropolita Kirill.

    Nella cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, oltre al Presidente della Repubblica federale, Dimitry Medvedev, c'era il Nunzio Apostolico, l'Arcivescovo Antonio Mennini.

    Il metropolita Kirill ha invitato tutti a farsi forza in un periodo di grave crisi economica internazionale e ha invocato l'aiuto divino per il presidente in tempi non facili.

    La parola "crisi", ha spiegato Kirill, viene dal greco e significa "giudizio". Oggi il "giudizio" riguarda alcuni atteggiamenti, come il desiderio di possedere sempre di più dimenticando i veri valori.

    Secondo quanto raccoglie la cronaca della “Radio Vaticana”, ha suscitato commozione tra i fedeli la lettura del messaggio che il Patriarca Alessio II aveva già preparato per le feste natalizie prima della sua inattesa scomparsa, avvenuta all'inizio di dicembre.

    Il defunto capo della Chiesa ortodossa ricordava i festeggiamenti in giugno per i 1020 anni della cristianizzazione della Rus' Kieviana, invitando a vivere non secondo la propria volontà ma secondo quella di Dio.

    "Ricordiamoci – ha scritto Alessio II – che la vera pace la dà solo il Signore".

    December 24

    Al via l'11° colloquio tra cattolici e musulmani

    Al via l'11° colloquio tra cattolici e musulmaniSul tema "Le responsabilità dei leader religiosi specialmente in tempi di crisi"

    ROMA, lunedì, 15 dicembre 2008 (ZENIT.org).- E' iniziato questo lunedì mattina a Roma l'11° colloquio organizzato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e dalla World Islamic Call Society, con sede a Tripoli (Libia).

    L'incontro si concluderà il 17 dicembre con l'udienza di Benedetto XVI ai partecipanti e ha per tema "Le responsabilità dei leader religiosi specialmente in tempi di crisi".

    Partecipano all'incontro, ricorda "L'Osservatore Romano", dodici personalità ed esperti cattolici e altrettanti musulmani, provenienti da vari Paesi.

    I partecipanti cattolici sono: il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; il segretario del dicastero, l'Arcivescovo Pier Luigi Celata; il vicario apostolico di Tripoli, il Vescovo Giovanni Martinelli; il Vescovo di Ajaccio (Corsica), Jean-Luc Brunin; il capo ufficio per l'islam del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, monsignor Khaled Akasheh; padre Solo Kewuta, dell'Ufficio per l'islam in Asia Meridionale e Orientale del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso; monsignor Bernard Munono, del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace; il vicario generale dell'Arcidiocesi di Vrhbosna, Sarajevo, monsignor Mato Zovkić; padre Joseph Ellul, professore alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino; la professoressa Ilaria Moralia della Pontificia Università Gregoriana; la dottoressa Eugenia Di Gregorio del Pontificio Istituto di Studi Arabi e di Islamistica e il signor Roberto Mussi del Movimento dei Focolari.

    I partecipanti musulmani sono il presidente della World Islamic Call Society a Roma, Mansosur Tantush; il segretario generale della World Islamic Call Society, Mohamed Ahmed Sherif; il dottor Mohamed Fathalla Ziadi, dell'Islamic Call College; il direttore del Sahefat Addaawa Newspaper, Abdelati Abdelgalil Alwarfally; il dottor Ibrahim Ali Rabu della World Islamic Call Society; il dottor Amal Ibrahim Said; il capo della Commissione per il Dialogo Interreligioso (Beirut-Libano), Mohammad Assammak; il dottor Mohammed Bakari del Dipartimento di cultura e letteratura americana alla Faith University in Turchia; il presidente della Federazione Islamica in Austria, Anas Schekfa; il dottor Joseph Faisal; il dottor Ahmad Tayel; il segretario generale della Conferenza Europea Islamica in Francia, Mohammad Beshari.

    Le cinque sessioni dell'incontro saranno dedicate alla presentazione da parte cattolica e da parte musulmana e all'approfondimento di tre piste di riflessione: "Responsabilità religiosa", "Responsabilità culturali e sociali", "Tempi di crisi nel cammino del dialogo interreligioso".


    Messaggio di Natale 2008 del Patriarca latino di Gerusalemme

    Messaggio di Natale 2008 del Patriarca latino di GerusalemmeGERUSALEMME, martedì, 23 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il Messaggio per il Natale di quest'anno del Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal.




    * * *

    Le campane delle chiese di Betlemme ritornano a suonare, con il perenne canto degli Angeli:"Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà" (Lc 2,14). "Il principe della pace" è nato, rivolgo questo messaggio di Natale a tutti gli abitanti della Terra Santa in Giordania, Palestina e Israele: Cristiani locali, Ebrei, Musulmani, Druzi, pellegrini, e a tutti gli amici della Terra Santa. Invito tutti a innalzare la preghiera al Signore affinché faccia di questa terra " un regno di verità e vita, un regno di santità e grazia, un regno di giustizia, amore e pace" (Prefazio di Cristo Re, Liturgia Romana). Il desiderio nostro profondo è che il santo Natale porti quella pace tanto sospirata da tutti i popoli, basata sulla giustizia e sulla verità. La nostra vita in questa terra, santificata dai Profeti, potrebbe così diventare una terra di un continuo Natale che si rinnova, dove la gioia natalizia regni nei nostri cuori e nelle nostre famiglie, e si manifesti anche per le nostre strade. Allora, daremo testimonianza ai cari pellegrini che visitano questa terra, della portata della nostra fede e dell'amore reciproco, della nostra ospitalità e coesistenza fraterna, uniti nella fede in Dio e in un inettulabile destino comune.

    Chiediamo a Dio di concederci la pace e ai nostri paesi la prosperità. Che moltiplichi le opportunità di lavoro, certo, ma soprattutto le opportunità d'incontro tra i cittadini e di dialogo tra le religioni e le culture. Allora la stabilità si estenderà e dissiperà le peoccupazioni delle famiglie per il futuro dei loro figli che non faranno più ricorso all'emigrazione, non saranno sradicati dalle loro radici religiose e nazionali, e non perderanno la loro identità.

    Natale è ritornato e ci ritrova più portati alla speranza, per i recenti incontri internazionali, ai più alti livelli, tra responsabili religiosi e anche tra diversi promotori di pace. C'è stato un vero salto di qualità, basato su una sincera volontà di progredire nella relizzazione della pace, del dialogo, della coesistenza e dell'accettazione dell'altro, e si è presa una certa distanza dagli atteggiamenti rigida intransigenza, dai pregiudizi e dalle accuse offensive d'infedeltà.

    Possa la grazia di Natale e le preghiere sincere dei fedeli accompagnare i leader che hanno intrapreso queste iniziative di pace, benedire i loro sforzi e coronarli di successo. Questa speranza e questo ottimismo, però, non ci fanno dimenticare l'instabilità, la mancanza di prospettive chiare per l'avvenire, la mancanza di sicurezza, le agressioni contro i cittadini e le violazioni contro proprietà e beni.

    Come Betlemme aspettò durante secoli Colui che avrebbe "spezzato il giogo e la sbarra che pesavano sulle spalle del popolo, e il bastone del suo aguzzino" (Cf. Isaia 9,3), così anche noi stiamo aspettando la manifestazione della grazia del Signore che metterà fine all'occupazione e all'ingiustizia, liberandoci da quelle paure, difficoltà e divisioni interne che affliggono questa terra. Aspettiamo l'alba di una nuova era nella quale il perdono vincerà sulla vendetta, l'amore sull'odio; un'era nella quale sorgerà il sole di pace e giustizia, i rancori, l'avidità e le ambizioni scompariranno, e le inimicizie tra di noi tramonteranno; un'era in cui la gente s'incontrerà in spirito d'armonia e amicizia:"Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà" (Isaia 11,6).

    Nauralmente, in questa solenne occasione, non dimentichiamo Gerusalemme, questo grande patrimonio di cui siamo corresponsabili e che ci preoccupa tanto. Difendiamo i suoi diritti e la sua sacralità, e vogliamo conservare il suo carattere unico e tipico. E' il luogo santo comune dove le tre religioni monoteistiche, l'Ebraismo, l'Islam e il Cristianesimo s'incontrano e si uniscono nella fede in Dio e nell'appartenenza alla discendenza del loro padre Abramo. La Città di Gerusalemme soffre dagli illegali insediamenti, e di un'emorragia di emigrazione dei suoi figli cristiani verso l'estero, a causa della mancanza di pace e del deterioramento della situazione politica. Tutto ciò non fa altro che suscitare in noi una forte apprensione per il futuro delle nostre Comunità cristiane e per le loro condizioni. Apprensione condivisa da tutti i Patriarchi d'Oriente dei quali, vi riporto il loro ultimo messaggio:

    "Ci rivolgiamo ai nostri figli e a tutti gli abitanti della Terra Santa che vivono in condizioni deteriori in Palestina, soprattutto l'ingiusta chiusura imposta a Gaza e a centinaia di migliaia di innocenti. Siamo riconoscenti a tutti gli uomini di buona volontà che non risparmiano sforzi per spezzare questo blocco. Nello stesso tempo invitiamo fortemente i responsabili locali e internazionali ad impegnarsi seriamente per raggiungere una pace giusta e finale in Terra Santa. Che questa terra torni ad essere fonte di redenzione, riconciliazione, giustizia e perdono per i suoi abitanti e per il mondo. Invitiamo i palestinesi stessi a ritornare con coraggio alla loro unità interna nel quadro della legalità palestinese riconosciuta, evitando così alla popolazione un assedio mortificante"(Comunicato finale della 18esima Assemblea del Consiglio dei patriarchi cattolici d'Oriente, Bkerké, novembre 2008)

    Nella preghiera di questa solennità non dimentichiamo gli altri villaggi e città della Terra Santa che soffrono disagi e tribolazioni a causa delle difficoltà di comunicazione interna ed esterna. Con dolore e rammarico costatiamo l'imposizione ai civili di barriere di chiusura, posti di controllo esasperante e costruzione di muri di isolamento. Il che provoca violenze e coercizioni, accresce il sentimento d'ostilità e odio tra i popoli, quando abbiamo, invece, un estremo bisogno di tranquillità, serenità, fiducia reciproca e collaborazione.

    La seconda tragedia, davanti alla quale non possiamo rimanere in silenzio, è quella dell'Iraq come popolo, civiltà, patrimonio e storia, in seguito all'occupazione e alla distruzione delle sue strutture di stato, diventando purtroppo teatro del terrorismo e della violenza. Ci colpisce, in particolare, la distruzione di chiese e moschee, i rapimenti e l'uccisione di sacerdoti e vescovi, le devastazioni e il saccheggio delle case, nonché le minacce e le espulsioni dei cristiani. E' nostro profondo auspicio che la popolazione dell'Iraq resti nella sua patria. Vogliamo pregare per l'unità di questa nazione e per il ritorno alla vita normale in tutte le sue parti.

    Carissimi fratelli e sorelle, ci è molto lieto comunicarvi il desiderio di Sua Santità il Sommo Pontefice Benedetto XVI di visitare la Terra Santa, nel prossimo mese di maggio, come pellegrino, per pregare con noi e per noi, e per rendersi conto personalmente delle nostre reali condizioni in questa regione. Assicuriamo la nostra preghiera affinché il pellegrinaggio di Sua Santità nei nostri paesi sia una benedizione per tutti, un'opportunità di armonia tra i popoli, un'occasione per togliere le barriere, solvere i problemi, alleviare le sofferenze e rinsaldare i rapporti, di modo che tutti i popoli della regione godano di sicurezza e pace.

    Da Betlemme rivolgo un appello ai confratelli vescovi e, in generale, a tutti i leader religiosi, ai sacerdoti e seminaristi, ai religiosi e religiose, alle comunità di vita contemplativa, a tutte le persone di buona volontà, a tutti i credenti, ai pellegrini e amici di Terra Santa: non dimenticate Betlemme e Gerusalemme nelle vostre preghiere. La Terra Santa lancia un grido di speranza alle vostre coscienze e fa appello al vostro aiuto, non lasciatela sola e isolata nella sua tribolazione. Rimanga invece terra di amore e pace, di riconciliazione e giustizia per tutti i suoi figli.

    O Bambino di Betlemme, tu che hai voluto nascere nel silenzio e nella quiete, semina nei nostri cuori l'amore per la giustizia, la pace e la serenità. Tu che hai conosciuto la povertà, il bando e l'esilio, abbi pietà dei nostri poveri ed espulsi, dei nostri prigionieri e profughi.

    Tu che sei infinito, hai voluto fare l'esperienza dei limiti nel tempo e nello spazio. Hai conosciuto i limiti dello spazio, la nascita in una grotta, la fuga all'estero e il cammino per le nostre strade. Hai pure conosciuto i limiti del tempo quando sei "sceso" nel grembo della Vergine Maria, sei nato in una grotta come un esule, e ti sei rifugiato in Egitto come profugo e rigettato. Santifica i nostri paesi e che il tuo santo nome sia santificato dappertutto. Che tutte le circostanze difficili che viviamo ci conducano a una maggiore santità e ci rendano piu vicini a te e agli altri.

    O Bambino della Grotta, tu che hai rigettato la violenza, l'omicidio e l'odio,
    e con la tua nascita hai diviso la storia tra vecchia e nuova,
    allontana dalla tua terra le guerre e la distruzione delle case,
    semina nei nostri paesi i germi di fraternità,
    concedi agli afflitti e ai poveri speranza e consolazione.
    O Bambino povero, emigrato ed espatriato, volgi il tuo sguardo
    su chi è emigrato dalla Giordania e dalla Palestina, dal Libano, dall'Iraq
    e dagli altri paesi vittime d'ingiustizie.
    Fa della tua patria una terra di benedizione e di prosperità,
    una terra d'incontro tra tutti i fedeli delle religioni.
    Nessuna nazione alzi più la spada contro un'altra.
    Il tuo Natale sia la nascita di un'era nuova,
    ricca di pace, stabilità e sicurezza.

    Amen

    Fouad Twal,
    Patriarca Latino di Gerusalemme


    December 14

    Il Vescovo Hilarion di Vienna e dell'Austria ricorda Alessio II

    Il Vescovo Hilarion di Vienna e dell'Austria ricorda Alessio IIVIENNA, martedì, 9 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la testimonianza inviata a ZENIT in occasione della morte del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Sua Santità Alessio II, dal Vescovo Hilarion di Vienna e dell'Austria, rappresentante della Chiesa ortodossa russa presso le Istituzioni Europee.


    * * *

    Venerdì 5 dicembre dovevo chiamare Sua Santità il Patriarca Alessio per discutere i dettagli della sua visita in Austria, prevista dal 20 al 23 dicembre. Alle 10 del mattino, ora di Mosca, ho composto il suo numero diretto, ma anziché lui ha risposto al telefono una religiosa che lavora nella sua residenza. Mi ha detto di richiamare mezz'ora dopo. L'ho fatto, e la stessa voce ha detto: 'Sua Santità è morto'. E ha pianto.

    Non ci sono parole per esprimere la mia tristezza per la sua morte improvvisa. E' una grande perdita.

    Il 30 novembre Sua Santità ha celebrato la Divina Liturgia nella Cattedrale ortodossa russa di Monaco. Dopo il servizio sembrava stanco, ma era allegro e pacifico come sempre.

    Negli ultimi giorni della sua vita ho parlato varie volte con Sua Santità del programma della sua visita. Era molto ansioso di venire a Vienna per riconsacrare la Cattedrale ortodossa di San Nicola dopo il suo restauro. Abbiamo discusso ogni dettaglio della visita e deciso anche insieme quali doni avrebbe portato a Vienna.

    Tutti noi sapevamo che Sua Santità aveva problemi di cuore, ma nessuno poteva immaginare che la sua morte sarebbe stata così improvvisa. E' morto pieno di energie e progetti per il futuro.

    Nella mia memoria, il Patriarca Alessio resterà in primo luogo un padre affettuoso, sempre pronto ad ascoltare, gentile e incoraggiante.

    Quasi la metà dei Vescovi della Chiesa ortodossa russa, me compreso, è stata ordinata all'episcopato dal Patriarca Alessio. Siamo tutti profondamente debitori nei suoi confronti.

    Gli anni del suo patriarcato hanno rappresentato un'intera epoca nella vita della Chiesa ortodossa russa. E' stato proprio in questo periodo che è avvenuta la resurrezione della Chiesa russa, che continua ancora oggi.

    Possa la sua memoria essere eterna.

    Messaggio del Papa per la Giornata di studio su “Culture e religioni in dialogo”

    Messaggio del Papa per la Giornata di studio su “Culture e religioni in dialogo”In occasione dell'Anno del dialogo interculturale promosso dall’Unione Europea

    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 9 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio che Benedetto XVI ha inviato in occasione della Giornata di Studio dedicata al tema "Culture e Religioni in Dialogo" nell’ambito dell’Anno del dialogo interculturale promosso dall’Unione Europea, che ha avuto luogo giovedì 4 dicembre.





    * * *

    Al Signor Card. Jean-Louis Tauran

    Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso

    e

    all’Arcivescovo Gianfranco Ravasi

    Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

    Desidero innanzitutto esprimere viva soddisfazione per l'iniziativa congiunta del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e del Pontificio Consiglio della Cultura, che hanno voluto organizzare una Giornata di Studio dedicata al tema: Culture e Religioni in dialogo, quale partecipazione della Santa Sede all'iniziativa dell'Unione Europea, approvata nel dicembre 2006, di dichiarare l'anno 2008 "Anno europeo del dialogo interculturale". Saluto cordialmente, insieme con i Presidenti dei Pontifici Consigli menzionati, i Signori Cardinali, i venerati Fratelli nell'Episcopato, gli Eccellentissimi Membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede, nonché i Rappresentanti delle varie Religioni e tutti i partecipanti a questa significativo incontro.

    Già da molti anni l'Europa ha preso coscienza della sua sostanziale unità culturale, nonostante la costellazione di culture nazionali che ne hanno modellato il volto. E’ bene sottolinearlo: l’Europa contemporanea, che si affaccia sul Terzo Millennio, è frutto di due millenni di civiltà. Essa affonda le sue radici sia nell'ingente e antico patrimonio di Atene e di Roma sia, e soprattutto, nel fecondo terreno del Cristianesimo, che si è rivelato capace di creare nuovi patrimoni culturali pur recependo il contributo originale di ogni civiltà. Il nuovo umanesimo, sorto dalla diffusione del messaggio evangelico, esalta tutti gli elementi degni della persona umana e della sua vocazione trascendente, purificandoli dalle scorie che offuscano l'autentico volto dell'uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio. Così, l'Europa ci appare oggi come un prezioso tessuto, la cui trama è formata dai principi e dai valori scaturiti dal Vangelo, mentre le culture nazionali hanno saputo ricamare una immensa varietà di prospettive che manifestano le capacità religiose, intellettuali, tecniche, scientifiche e artistiche dell’Homo europeus. In questo senso possiamo affermare che l'Europa ha avuto e ha tuttora un influsso culturale sull'insieme del genere umano, e non può fare a meno di sentirsi particolarmente responsabile non solo del suo futuro ma anche di quello dell'umanità intera.

    Nel contesto odierno, in cui sempre più spesso i nostri contemporanei si pongono le domande essenziali sul senso della vita e sul suo valore, appare più che mai importante riflettere sulle antiche radici dalle quali è fluita linfa abbondante nel corso dei secoli. Il tema del dialogo interculturale e interreligioso, perciò, emerge come una priorità per l’Unione Europea e interessa in modo trasversale i settori della cultura e della comunicazione, dell'educazione e della scienza, delle migrazioni e delle minoranze, fino a raggiungere i settori della gioventù e del lavoro.

    Una volta accolta la diversità come dato positivo, occorre fare in modo che le persone accettino non soltanto l'esistenza della cultura dell'altro, ma desiderino anche riceverne un arricchimento. Il mio Predecessore, il Servo di Dio Paolo VI, indirizzandosi ai cattolici, enunciava in questi termini la sua profonda convinzione: "La Chiesa deve entrare in dialogo con il mondo in cui essa vive. La Chiesa si fa parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa conversazione" (Enc. Ecclesiam suam, n. 67). Viviamo in quello che si suole chiamare un "mondo pluralistico", caratterizzato dalla rapidità delle comunicazioni, dalla mobilità dei popoli e dalla loro interdipendenza economica, politica e culturale. Proprio in quest’ora, talvolta drammatica, anche se purtroppo molti Europei sembrano ignorare le radici cristiane dell'Europa, esse sono vive, e dovrebbero tracciare il cammino e alimentare la speranza di milioni di cittadini che condividono i medesimi valori.

    I credenti, dunque, siano sempre pronti a promuovere iniziative di dialogo interculturale e interreligioso, al fine di stimolare la collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace, lo sviluppo. A tale proposito, la Santa Sede ha voluto dare un rilievo particolare alla propria partecipazione al dialogo ad alto livello sulla comprensione fra le religioni e le culture e sulla cooperazione per la pace, nel quadro della 62a Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4-5 ottobre 2007). Per essere autentico, un tale dialogo deve evitare cedimenti al relativismo e al sincretismo ed essere animato da sincero rispetto per gli altri e da generoso spirito di riconciliazione e di fraternità.

    Incoraggio quanti si dedicano alla costruzione di un'Europa accogliente, solidale e sempre più fedele alle sue radici e, in particolare, esorto i credenti affinché contribuiscano non solo a custodire gelosamente l'eredità culturale e spirituale che li contraddistingue e che fa parte integrante della loro storia, ma siano ancor più impegnati a ricercare vie nuove per affrontare in modo adeguato le grandi sfide che contrassegnano l'epoca post-moderna. Tra queste, mi limito a citare la difesa della vita dell'uomo in ogni sua fase, la tutela di tutti i diritti della persona e della famiglia, la costruzione di un mondo giusto e solidale, il rispetto del creato, il dialogo interculturale e interreligioso. In questa prospettiva, faccio voti per la buona riuscita della Giornata di Studio in programma ed invoco su tutti i partecipanti l’abbondanza delle benedizioni di Dio.

    Dal Vaticano, 3 dicembre 2008

    BENEDICTUS PP. XVI

    [© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana]

    Il Patriarca di Lisbona invita a contemplare la grazia in Maria

    Il Patriarca di Lisbona invita a contemplare la grazia in MariaLISBONA, mercoledì, 10 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Nella Messa della solennità dell'Immacolata Concezione, nella Cattedrale di Lisbona, il Cardinale José Policarpo ha invitato i cattolici a contemplare due momenti della grazia in Maria.

    Il Patriarca della capitale portoghese ha spiegato nella sua omelia che la grazia significa “l'amore benevolente di Dio e la sua forza creatrice”.

    Nella grazia ci sono sempre due momenti, ha affermato: “l'azione dell'amore misericordioso di Dio e la risposta d'amore da parte della creatura”.

    “Poter rispondere all'amore è il chiaro segno che lasciamo che Dio cambi il nostro cuore”, ha sottolineato il porporato, che ha chiamato i fedeli a contemplare questi due momenti di grazia “in Maria, la piena di grazia”.

    “L'Immacolata Concezione di Maria, come poi l'Incarnazione del Verbo eterno di Dio nel suo seno, sono l'apice, il massimo punto d'arrivo dell'amore redentore di Dio”.

    “In lei l'amore misericordioso di Dio per l'umanità ha raggiunto l'effetto massimo della sua forza creatrice”, ha spiegato.

    Il Cardinale sottolinea che Maria “è membro di un'umanità peccatrice; ella è espressione massima del frutto della misericordia”. La grazia, ha aggiunto, risplende anche nella risposta della persona amata, anzi “il poter rispondere è il primo frutto della grazia”.

    “In Maria la grazia risplende, in primo luogo, nella sua obbedienza di fede, nel lasciare che l'amore con cui è amata riassuma la sua vita e tracci il suo destino”.

    Secondo monsignor Policarpo, “la ribellione alla volontà è sempre, in tutti noi, la lotta più grande della grazia nel cammino della santità”.

    “Sentirsi amati da Dio e non obbedire all'amore, non lasciare che questo entri nella nostra vita, ecco il controsenso per la nostra fede e il nostro cammino di fedeltà”.

    “Lo splendore della grazia brilla in Maria, soprattutto nella radicalità con cui assume una missione misteriosa, decisa da Dio, ma che ella dovrà vivere”.

    “Tutta la salvezza diventa anche il frutto benedetto del suo seno. La donna torna ad essere il tesoro dell'umanità, perché dà la vita”.

    “Possiamo affidarle la nostra vita come un figlio si abbandona tra le braccia della madre – ha concluso il Cardinale –. Possiamo proclamarla la più bella delle creature, dicendole con tenerezza: 'Tu sei benedetta fra le donne'”.

    Il Papa alla Plenaria del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani

    Il Papa alla Plenaria del Pontificio Consiglio per l'Unità dei Cristiani"Ricezione e futuro del dialogo ecumenico"

    CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 12 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato da Benedetto XVI nel ricevere questo venerdì in udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, incentrata sul tema: "Ricezione e futuro del dialogo ecumenico".



    * * *

     

    Signori Cardinali,
    venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
    cari fratelli e sorelle!

    Un cordiale benvenuto rivolgo a voi tutti, che prendete parte alla sessione plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. In primo luogo, il mio saluto va al Cardinale Presidente, al quale sono riconoscente anche per le cortesi parole con cui ha illustrato il lavoro che avete svolto in questi giorni. Il mio saluto si estende al Segretario, e agli altri collaboratori del Pontificio Consiglio, come pure a quanti, provenienti da varie parti, hanno offerto il contributo della loro esperienza alla comune riflessione sul tema della vostra riunione: "Ricezione e futuro del dialogo ecumenico". Si tratta di un argomento di notevole interesse per il cammino verso l’unità piena tra i cristiani; un argomento che presenta due dimensioni essenziali: da un lato, il discernimento dell’itinerario percorso fino ad ora, e, dall’altro, l'individuazione di nuove vie per proseguirlo, cercando insieme come superare le divergenze che purtroppo ancora permangono nei rapporti tra i discepoli di Cristo.

    E’ indubbio che il dialogo teologico costituisce una componente essenziale per ristabilire quella piena comunione a cui tutti aneliamo, e, per questo, va sostenuto ed incoraggiato. Sempre più, questo dialogo si svolge nel contesto delle relazioni ecclesiali che, per grazia di Dio, si vanno estendendo e coinvolgono non solo i Pastori, ma tutte le varie componenti ed articolazioni del Popolo di Dio. Ringraziamo il Signore per i significativi passi in avanti compiuti, ad esempio, nei rapporti con le Chiese ortodosse e con le antiche Chiese ortodosse di Oriente sia per quanto concerne il dialogo teologico, sia per il consolidamento e la crescita della fraternità ecclesiale. L'ultimo documento della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse sul tema "Comunione Ecclesiale, conciliarità e autorità", a cui ha fatto esplicito accenno Sua Santità Bartolomeo I parlando alla recente Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, apre sicuramente una prospettiva positiva di riflessione sulla relazione che esiste tra primato e sinodalità nella Chiesa, argomento questo di cruciale importanza nei rapporti con i fratelli ortodossi, e che sarà oggetto di approfondimento e di confronto in prossime riunioni. E’ consolante poi notare come un sincero spirito di amicizia fra cattolici e ortodossi sia andato crescendo in questi anni, e si sia manifestato anche nei molteplici contatti intercorsi tra Responsabili della Curia Romana e Vescovi della Chiesa cattolica con Responsabili delle diverse Chiese ortodosse, come pure nelle visite di alti esponenti ortodossi a Roma e a Chiese particolari cattoliche.

    Nella vostra Sessione Plenaria avete riflettuto, in modo speciale, sul cosiddetto Harvest Project: "Ecumenical consensus/convergence on some basic aspects of the Christian faith found in the reports of the first four international bilateral dialogues in which the Catholic Church has taken part since the Second Vatican Council" [Consenso/convergenza ecumenica su alcuni aspetti fondamentali della fede cristiana identificati nei rapporti dei primi quattro dialoghi bilaterali internazionali a cui ha partecipato la Chiesa Cattolica dal Concilio Vaticano II]. Questo confronto vi ha condotto ad esaminare i risultati di quattro importanti dialoghi: quello con la Federazione Luterana Mondiale, quello con il Consiglio Mondiale Metodista, quello con la Comunione Anglicana e quello con l'Alleanza Riformata Mondiale. Se avete delineato quanto, con l'aiuto di Dio, si è riusciti già a raggiungere nella reciproca comprensione e nell’individuazione di elementi di convergenza, non avete però evitato, con grande onestà, di far emergere ciò che rimane ancora da compiere. Si potrebbe dire che ci troviamo in via, in una situazione intermedia, dove appare senz’altro utile ed opportuno un esame oggettivo dei risultati conseguiti. E sono certo che il lavoro di questa vostra sessione recherà un valido apporto per elaborare, in questa prospettiva, una riflessione più ampia, precisa e dettagliata.

    Cari fratelli e sorelle, in molte regioni la situazione ecumenica è oggi mutata e sta ulteriormente mutando, il che comporta lo sforzo di un franco confronto. Vanno emergendo nuove comunità e gruppi, si vanno profilando inedite tendenze, e talvolta persino tensioni tra le Comunità cristiane, ed è quindi importante il dialogo teologico, che va ad interessare l’ambito concreto della vita delle varie Chiese e Comunità ecclesiali. In questa luce si colloca il tema della vostra Plenaria, ed il discernimento indispensabile per delineare in modo concreto le prospettive dell’impegno ecumenico che la Chiesa cattolica intende proseguire ed intensificare con prudenza e saggezza pastorale. Risuonano nel nostro spirito il comando di Cristo, il "mandatum novum", e la sua preghiera per l'unità "ut omnes unum sint... ut mundus credat quia tu me misisti" (Gv 17,21). La carità aiuterà i cristiani a coltivare la "sete" della piena comunione nella verità e, seguendo docilmente le ispirazioni dello Spirito Santo, possiamo sperare di giungere presto all’auspicata unità, nel giorno in cui il Signore lo vorrà. Ecco perché l'ecumenismo ci sollecita a un fraterno e generoso scambio di doni, ben consci che la piena comunione nella fede, nei sacramenti e nel ministero rimane lo scopo e la meta dell'intero movimento ecumenico. Di tale vasta impresa, l'ecumenismo spirituale, come ebbe chiaramente ad affermare il Concilio Ecumenico Vaticano II, è il cuore pulsante.

    Stiamo vivendo i giorni dell’Avvento, che ci prepara al Natale di Cristo. Questo tempo di vigile attesa tenga desta in noi la speranza del compimento del Regno di Dio, della Basileia tou Theou e Maria, Madre della Chiesa, ci accompagni e guidi nel non facile cammino verso l’unità. Con tali sentimenti, formulo voti augurali per le prossime feste natalizie e, mentre vi ringrazio nuovamente per il lavoro che avete svolto in questa assemblea, invoco su voi tutti e su ciascuno la benedizione di Dio.



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    Predicatore papale: l'Anno Paolino, per porre fine alla divisione tra i cristiani

    Predicatore papale: l'Anno Paolino, per porre fine alla divisione tra i cristianiMeditazione d'Avvento a Benedetto XVI e alla Curia romana

    CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 12 dicembre 2008 (ZENIT.org).- L'anno indetto per celebrare il bimillenario della nascita di San Paolo potrebbe rappresentare una opportunità per porre fine alla causa all'origine della divisione tra i cristiani: il dare maggiore importanza ai dettagli secondari che allo stesso Cristo, ha detto il Predicatore del Papa.

    Padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., ha offerto questo venerdìla seconda predica d'Avvento alla Curia Romana, alla presenza di Benedetto XVI, nella cappella "Redemptoris Mater" del palazzo apostolico del Vaticano.

    Continuando a riflettere sulle lezioni per la vita della Chiesa e la vita spirituale di ciascun credente lasciate dall'Apostolo delle Genti, il cappuccino ha considerato che “l'anno paolino potrebbe rivelarsi l'occasione provvidenziale per chiudere tutto un periodo di discussioni e contrasti legati più al passato che al presente”.

    Per questo, ha proposto di “aprire un nuovo capitolo nell'utilizzo del pensiero dell'Apostolo. Tornare a utilizzare le sue lettere, e in primo luogo la Lettera ai Romani, per lo scopo per cui furono scritte che non era, certo, quello di fornire alle generazioni future una palestra in cui esercitare il loro acume teologico, ma quello di edificare la fede della comunità, formata per lo più da gente semplice e illetterata”.

    Secondo il religioso, “è tempo, credo, di andare oltre la Riforma e oltre la Controriforma”.

    “La posta in gioco all'inizio del terzo millennio – ha proseguito –, non è più la stessa dell'inizio del secondo millennio, quando si produsse la separazione tra oriente e occidente, e neppure è quella a metà del millennio, quando si produsse, in seno alla cristianità occidentale, la separazione tra cattolici e protestanti”.

    Successivamente, ha offerto un esempio tra gli altri: “il problema non è più quello di Lutero di come liberare l'uomo dal senso di colpa che l'opprime, ma come ridare all'uomo il vero senso del peccato che ha smarrito del tutto”.

    “Che senso ha continuare a discutere su 'come avviene la giustificazione dell'empio', quando l'uomo è convinto di non aver bisogno di alcuna giustificazione e dichiara con orgoglio: 'Io stesso oggi mi accuso e solo io posso assolvermi, io l'uomo'?”, si è domandato citando lo scrittore francese Jean-Paul Sartre.

    “Io credo – ha continuato – che tutte le secolari discussioni tra cattolici e protestanti intorno alla fede e alle opere hanno finito per farci perdere di vista il punto principale del messaggio paolino, spostando spesso  l'attenzione da Cristo alle dottrine su Cristo, in pratica, da Cristo agli uomini”.

    Il cappuccino ha quindi ricalcato la “grande attualità” di questo messaggio sulla centralità di Cristo affidato ai posteri dall'Apostolo delle Genti.

    “Molti fattori portano infatti a mettere tra parentesi oggi la sua persona. Cristo non entra in questione in nessuno dei tre dialoghi più vivaci in atto oggi tra la chiesa e il mondo”.

    “Non nel dialogo tra fede e filosofia, perché la filosofia si occupa di concetti metafisici, non di realtà storiche come è la persona di Gesù di Nazareth; non nel dialogo con la scienza, con la quale si può unicamente discutere dell'esistenza o meno di un Dio creatore, di un progetto al di sotto dell'evoluzione; non, infine, nel dialogo interreligioso, dove ci si occupa di quello che le religioni possono fare insieme, nel nome di Dio, per il bene dell'umanità”.

    “Pochi anche tra i credenti – ha osservato –, interrogati in che cosa credono, risponderebbero: credo che Cristo è morto per i miei peccati ed è risorto per la mia giustificazione. I più risponderebbero: credo nell'esistenza di Dio, in una vita dopo la morte”.

    “Eppure per Paolo, come per tutto il NT, la fede che salva è solo quella nella morte e risurrezione di Cristo”, ha concluso.


    Il Papa: segnali positivi con gli ortodossi su Primato e sinodalità

    Il Papa: segnali positivi con gli ortodossi su Primato e sinodalitàNel ricevere i partecipanti alla Plenaria del Dicastero per l'Unità dei Cristiani

    CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 12 dicembre 2008 (ZENIT.org).- “Significativi passi in avanti” nel dialogo con gli ortodossi sulla relazione tra Primato e sinodalità nella Chiesa e importanza dell'ecumenismo spirituale nel cammino verso la piena e visibile unità tra tutti i cristiani.

    E' quanto ha constatato questo venerdì Benedetto XVI nel ricevere in udienza i partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, che in questi giorni hanno riflettutto sul tema: "Ricezione e futuro del dialogo ecumenico".

    In particolare, sono stati esaminati i risultati di quattro importanti dialoghi: quello con la Federazione Luterana Mondiale, quello con il Consiglio Mondiale Metodista, quello con la Comunione Anglicana e quello con l'Alleanza Riformata Mondiale.

    Nel suo discorso il Papa ha evidenziato i progressi compiuti tanto nel dialogo teologico, quanto nella crescita della fraternità ecclesiale e nello “spirito di amicizia” con le Chiese ortodosse e con le antiche Chiese ortodosse di Oriente.

    A questo proposito, ha affermato che l'ultimo documento della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse sul tema “Comunione Ecclesiale, conciliarità e autorità”, “apre sicuramente una prospettiva positiva di riflessione sulla relazione che esiste tra primato e sinodalità nella Chiesa, argomento questo di cruciale importanza nei rapporti con i fratelli ortodossi, e che sarà oggetto di approfondimento e di confronto in prossime riunioni”.

    Il documento approvato nell'ottobre del 2007 affronta la questione del ministero del “pròtos - kephalé” - del “primo e capo” della Chiesa - a livello locale (il Vescovo), regionale (il Patriarca) e universale (il Vescovo di Roma), applicando il Canone 34 degli Apostoli - testo fondamentale per l’ecclesiologia orientale - ai tre livelli in maniera analoga.In questo senso costituisce un accordo tra cattolici e ortodossi su una piattaforma teologica, ecclesiologia, comune su cui fondare la discussione sul primato del Vescovo di Roma.

    Lo stesso Patriarca ecumenico Bartolomeo I, in occasione della celebrazione dei primi Vespri presieduta da Benedetto XVI nella Cappella Sistina durante il recente Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio, aveva toccato tali questioni sottolineando che “assieme al primato, la sinodalità costituisce la struttura portante del governo e dell'organizzazione della Chiesa”.

    Circa lo stato di avanzamento verso una reciproca comprensione e verso l'individuazione di elementi di convergenza, il Papa ha affermato che “ci troviamo in via, in una situazione intermedia, dove appare senz'altro utile ed opportuno un esame oggettivo dei risultati conseguiti”.

    Nel breve discorso di saluto al Papa, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Crisstiani, aveva rilevato che durante i lavori assembleari sono stati identificati soprattutto “problemi di ermeneutica, cioè dell'interpretazione della Parola di Dio testimoniata nella Sacra Scrittura e nella viva Tradizione della Chiesa; ed inoltre problemi rivelatesi urgenti in questa situazione riguardanti l'antropologia e l'ecclesiologia”.

    Di fronte al mutato panoramo ecumenico, che assiste all'emergere di nuove comunità e gruppi, quando non al profilarsi di “inedite tendenze” e persino di “tensioni” tra le Comunità cristiane, Benedetto XVI ha invece sottolineato l'importanza del dialogo teologico.

    In questa prospettiva, ha detto, è essenziale “delineare in modo concreto le prospettive dell'impegno ecumenico che la Chiesa cattolica intende proseguire ed intensificare con prudenza e saggezza pastorale”.

    “La carità – ha aggiunto – aiuterà i cristiani a coltivare la 'sete' della piena comunione nella verità e, seguendo docilmente le ispirazioni dello Spirito Santo, possiamo sperare di giungere presto all'auspicata unità, nel giorno in cui il Signore lo vorrà”.

    “Ecco perché – ha quindi concluso – l'ecumenismo ci sollecita a un fraterno e generoso scambio di doni, ben consci che la piena comunione nella fede, nei sacramenti e nel ministero rimane lo scopo e la meta dell'intero movimento ecumenico”.


    Libertà religiosa e verità: l’educazione alla libertà

    Libertà religiosa e verità: l’educazione alla libertàGAZZADA, venerdì, 12 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato dal Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, nell'inaugurare l’11 novembre scorso le attività del nuovo anno sociale di Villa Cagnola di Gazzada (Varese) con un intervento al convegno promosso dall’Istituto superiore di studi religiosi e dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI su “Libertà religiosa e verità: l’educazione alla libertà”.





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    1. Verità-libertà: l’educazione alla prova

    Nel riflettere sul nesso tra libertà religiosa, verità ed educazione può essere utile fare un breve riferimento al dibattito, in atto nell’odierna società plurale italiana, sui consistenti processi migratori e sulle loro incidenze nel processo di riforma della scuola. Sebbene i media tendano a non cogliere, o almeno a non approfondire, tutte le implicazioni connesse alla relazione tra le due questioni, la reazione suscitata dalla proposta di creare nelle scuole delle classi destinate ad ospitare solo studenti stranieri è un test convincente della scottante attualità del loro nesso.

    Non intendo entrare ora nel merito di queste vicende. Sottolineo soltanto che mi stupisce, e devo dire mi preoccupa, vedere come, in proposito, si discuta molto di aspetti organizzativi, disciplinari e di ordine pubblico, o si finisca per scadere in opposizioni ideologiche spesso desuete, ma venga data erroneamente per scontata o del tutto rimossa la questione dell’educazione, intesa in senso pieno.

    Educare significa mettere consapevolmente in relazione la persona con la realtà[1] e quindi provocare incessantemente la sua libertà per farla entrare in un rapporto integrale con gli altri, le cose, le circostanze ed i processi in cui si imbatte. Educare è pertanto l’arte di accompagnare l’inevitabile tensione della libertà delle persone ad “adeguare” la realtà. E quindi, quando è rettamente intesa, l’educazione è apertura alla verità. Come afferma Sant’Agostino: «Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?»[2], l’uomo è fatto per la verità, è orientato ad essa. Oltre al cristianesimo non cessano di ricordarlo le religioni e in modo particolarmente insistente lo richiama la fede musulmana[3].

    Per questo il tema della libertà religiosa non è un aspetto particolare dell’educazione alla e nella libertà, ma ne rappresenta il culmine.

    Conosciamo bene l’obiezione di certa cultura post-moderna a questa convinzione. Contro di essa si avanza la tesi dell’inconciliabilità tra un’autentica libertà umana ed un fondamento veritativo. Scrive per esempio Vattimo: «Se c’è una natura vera delle cose, c’è anche sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche contro la mia volontà». In fondo «a che altro serve insistere sulla oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a qualcuno[4].

    È lo stesso paradosso che, chiaramente da un’altra posizione, ha messo in risalto il Rabbino David Novak in una lezione sulla libertà religiosa nell’ebraismo tenuta a Princeton[5],: «C’è un paradosso - dice Novak - nel fatto che i membri di comunità religiose rivendicano “libertà” in una società secolare. Il paradosso diviene ancora più forte quando la rivendicazione della libertà religiosa viene sostenuta filosoficamente come un diritto accordato da Dio. Il paradosso sta nel fatto che quanto più una comunità religiosa è tradizionale – cioè quanto più essa si percepisce come sottoposta all’autorità divina – tanto minore sembra essere la libertà di cui godono i membri all’interno dei confini quella stessa comunità»[6].

    Possiamo tranquillamente rispondere a Novak (e a Vattimo) affermando che il paradosso di cui si parla non è tale perché si fonda acriticamente su una doppia riduzione. La prima è legata alla concezione della verità. Essa viene concepita in modo razionalistico, dedotta come un sistema completo e coerente di proposizioni concettuali. Ma in questo caso la verità diventa una forma di gnosi idolatrica perché pretende che il limitato sguardo umano possieda la compiuta fisionomia del fondamento (Dio). La seconda riduzione si riferisce alla libertà. Questa viene snaturata perché ricondotta ad una libertà di coscienza supposta capace di stabilire “creativamente” (in senso equivoco) da se stessa cosa sia il bene ed il male (cfr VS, 54). Questa doppia riduzione di verità e libertà e del loro rapporto genera un grave fraintendimento circa la vera natura della libertà religiosa.

    La Chiesa, con la dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano II, non ha affermato la libertà assoluta dell’uomo di aderire a qualsiasi religione o credenza, né ha inteso negare la sua consolidata convinzione che davanti a Dio l’errore non ha alcun diritto. Essa ha piuttosto inteso, da un lato, indicare che la Verità stessa essendo in Cristo Gesù assoluta ma vivente e personale, domanda per attestarsi all’uomo l’atto della sua decisione. D’altra parte ha voluto limitare il potere degli Stati e la possibilità di una loro azione coercitiva nei confronti della libera ricerca della verità da parte delle persone e delle comunità. Affermazioni che non annullano in alcun modo il dovere incombente per l’uomo di non sottrarsi alla ricerca della verità alla quale è destinato (DH 2; 14). In questa luce è svelata la profondità delle domande poste da Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio: «Si può rifiutare Cristo e tutto ciò che egli ha portato nella storia dell’uomo? Certamente si può. L’uomo è libero. L’uomo può dire a Dio: no. L’uomo può dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda fondamentale: è lecito farlo? E in nome di che cosa è lecito?»[7]. La domanda finale, pur riconoscendo proprio in nome della libertà religiosa il pieno diritto dell’uomo a rifiutare la verità, gli mostra anche che la libertà non è tale se non percorre fino in fondo la strada della ricerca del significato ultimo della vita.

    È proprio questa insopprimibile ricerca ad esigere un’educazione della libertà perché resti incessantemente spalancata alla verità senza accontentarsi di verità fasulle.

    Che la verità per attestarsi all’uomo esiga l’assenso della sua libertà viene riconosciuto dalla risposta che Novak offre per risolvere il paradosso di cui ho parlato prima. È illuminante seguire sinteticamente il suo argomentare. Domandandosi con quale grado di libertà il popolo ebraico avesse accettato la liberazione dall’Egitto e poi la Legge, Novak mette in evidenza come alcuni rabbini ed il Talmud stesso abbiamo avanzato il dubbio di un’apparente negazione della libertà umana[8]. Il dilemma morale circa la relazione tra libertà umana e legge di Dio si scioglierebbe solo osservando il comportamento di Israele durante l’esilio babilonese successivo alla distruzione del primo tempio. È infatti in esilio che il popolo di Israele, ridotto a due delle originarie dodici tribù, «conferma liberamente quello che esso aveva accettato originariamente sotto costrizione nel deserto»[9]. In questo modo «con la decisione di ricostituirsi per essere una nazione legata al patto e governata secondo la legge divina rivelata nella Torah, il popolo ebraico ha esercitato collettivamente la libertà religiosa»[10]. Ma – si era chiesto prima Novak - «perché questo popolo ha prima dovuto subire l’imposizione di una legge piuttosto che ricevere, più tardi e in modo persuasivo, l’offerta di tale legge da accettare o rifiutare liberamente […]? Si potrebbe rispondere che il popolo non poteva a ragione scegliere una legge della cui autorità non aveva ancora fatto esperienza»[11]. Non voglio ora entrare nella delicata discussione teologica che queste riflessioni aprirebbero. Mi limito a constatare che per sviluppare il tema della libertà religiosa in maniera compiuta Novak convoca la dimensione dell’esperienza sempre storicamente determinata, a dimostrazione che la verità si offre all’uomo in maniera assoluta ma personale, come un appello che chiama la sua libertà a coinvolgersi.

    In sintesi non si può cogliere il rapporto verità-libertà senza chinarsi sul nesso amoroso tra libertà infinita di Dio e libertà finita dell’uomo. Su queste basi si può ben comprendere come la validità di una proposta educativa trovi nel rapporto dinamico tra verità e libertà il suo decisivo banco di prova.

    2. Educazione, comunità e storia

    Un ulteriore aspetto emerge dalle considerazioni di Novak. La decisione con cui Israele sceglie di aderire alla legge non è un’opzione di singoli, bensì di un popolo. Questo fatto ci spinge a riflettere sulla dimensione comunitaria della libertà religiosa. E qui sorge un altro apparente paradosso.

    Secondo le grandi religioni “monoteiste”, la libertà che muove l’uomo alla ricerca della verità possiede una insopprimibile dimensione personale, ma la verità che si attesta alla persona apre ad una dimensione comunitaria. Ciò è vero, come abbiamo visto per gli ebrei, ma è lo altrettanto per i cristiani, che incontrano la Verità nella realtà concreta della Chiesa, e per i musulmani, per i quali l’edificazione della Umma resta un ideale inseparabile dalla ricezione della rivelazione coranica.

    L’obiezione che viene rivolta a questa posizione afferma che l’aspetto comunitario non realizza la libertà del singolo, semmai la limita: “La mia libertà finisce dove inizia la libertà dell’altro”. In questo senso la libertà del singolo deve essere protetta dalle pressioni della comunità. Questa visione delle cose trascura la natura intrinsecamente relazionale della persona. Persona-comunità, come anima-corpo e uomo-donna rappresenta una delle polarità costitutive di un’antropologia adeguata. Essa postula un’unità duale perché è per sua natura drammatica in quanto l’uomo è sempre in azione. Solo nella relazione l’uomo scopre pienamente la sua natura e perciò solo all’interno della comunità egli può esercitare in modo pieno la sua libertà. L’educazione allora è adeguata solo se tiene conto di questo aspetto profondo della natura umana. Essa possiede una intrinseca dimensione comunitaria e per questo, in un certo senso, non può che essere un fatto di popolo. Qui nasce però un’obiezione legittima: cosa succede quando la scelta dei singoli mette in discussione l’identità comunitaria? E fino a che punto la comunità può intervenire per preservare la sua identità minacciata dalla scelta di singoli? Capiamo bene l’urgenza di queste domande se consideriamo il caso serio della libertà religiosa: la libertà di conversione. Se consideriamo ad esempio quello che sta succedendo in Algeria[12] dove lo Stato ha preso una serie di misure gravemente restrittive della libertà religiosa e di culto di fronte al crescere delle conversioni di musulmani al cristianesimo evangelico, è ovviamente essenziale riconoscere che l’identità comunitaria non può spingersi fino a violare la libertà della coscienza del singolo e quindi impedirgli di passare ad un’altra religione. Tuttavia questa delicata questione non deve condurre a contrapporre soggetto personale a soggetto comunitario. Infatti anche quest’ultimo deve fare i conti con la storia per aderire alla verità.

    La scelta del Concilio Vaticano II di rappresentare la Chiesa, nel secondo capitolo della Costituzione Dogmatica Lumen gentium, con l’immagine del Popolo di Dio si rivela in questo particolarmente feconda. Infatti non solo permette di includere gradualmente nella prospettiva evangelica, secondo la famosa immagine dei cerchi concentrici coniata da Paolo VI nella Ecclesiam Suam[13], ebrei, uomini delle religioni e uomini di buona volontà, ma soprattutto perché mostra l’inevitabile carattere storico del cammino della Chiesa. Questo fatto è così vero che persino i dogmi, cioè uno degli aspetti della vita della Chiesa che più scandalizzano la cultura contemporanea perché considerati illegittime attestazioni autoritative di una verità, sono proposti all’interno di una storia. Ciò non significa che tale formulazioni siano realtà in continuo divenire e quindi soggette ad ulteriori riformulazioni che abbandonino il dettato definito. Al contrario, in quanto espressioni di verità rivelate definite dal Magistero solenne della Chiesa, sono indisponibili. Ma i dogmi aiutano l’incessante approfondirsi della Rivelazione che è all’opera nella storia. Come scriveva l’allora professor Ratzinger interrogandosi sulla possibilità di una considerazione storica del dogma: «Per tradizione non si deve intendere una somma di asserti ben strutturati e da tramandare intatti, ma l’espressione della progressiva assimilazione attraverso la fede della Chiesa del fatto testimoniato nella scrittura […] Identità e trasformazione costituiscono dunque l’essenza della storia […]: dove c’è pura identità non è avvenuto nulla, dove c’è semplice diversità altrettanto non si può parlare di storia»[14].

    E anche l’Islam, nonostante l’immagine che tende a rappresentarlo come un blocco monolitico e immutabile, ha spesso tentato, soprattutto attraverso il diritto, di tradurre il messaggio della rivelazione nella concretezza delle circostanze storiche e dei contesti sociali sui quali si innestava, elemento senza il quale non si spiegherebbe la sua diffusione universale[15].

    3. Testimoni del Vero-Bene

    L’impegno della libertà umana nei confronti della verità è la coordinata che deve guidare il cammino dei cristiani nel mondo e nell’incontro con i fratelli delle altre religioni. Questo domanda a tutte le comunità cristiane un’instancabile compito educativo. Il modo più fecondo per attuarlo è percorrere la strada della testimonianza. Il testimone infatti è colui che paga di persona per documentare la forza salvifica della verità. Così facendo coinvolge, con tenace energia, la libertà dell’altro nella preziosa avventura del riconoscimento del volto splendente della Verità quale Bene di ogni circostanza e di ogni rapporto. «Vagliate ogni cosa, tenete ciò che è buono» (1Ts 5, 21): l’invito di Paolo ai Tessalonicesi è il manifesto del libero assenso cristiano alla verità che è Gesù Cristo, centro del cosmo e della storia.

    --------------------

    [1] Ho approfondito questo argomento in: A. Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007, 99-109.

    [2] Agostino, Tractatus in Io 26, 5.

    [3] In essa, tanto è avvertita la decisività del nesso tra l’uomo e la verità che l’orientalista tedesco Franz Rosenthal ha potuto descrivere l’intera civiltà arabo-islamica a partire dalla categoria di “conoscenza”: cfr. F. Rosenthal, Knowledge Triumphant, E. J. Brill, Leiden 1970.

    [4] G. Vattimo, I lumi soffusi e deboli così li preferisco, in La Repubblica 4 gennaio 2001.

    [5] Alcuni estratti della quale saranno pubblicati nel numero 8 di Oasis, dedicato appunto al tema della libertà religiosa.

    [6] D. Novak, The Theological Claim to Religious Liberty, Princeton University, James Madison Program in American Ideals and Institutions, Lectures on Religious Liberty, 22 novembre 2004, pro manuscripto, 1.

    [7] Giovanni Paolo II, Redemptoris missio 7

    [8] Novak, op. cit., 7-10.

    [9] Ibid., 10

    [10] Ibid., 13

    [11] Ibid., 12

    [12] Anche questo tema sarà trattato sul numero sul numero 8 di Oasis attraverso la preziosa testimonianza di S.E. Mons. Teissier, Arcivescovo emerito di Algeri

    [13] Cfr. Ench. Vat. 2, nn. 200-206.

    [14] J. Ratzinger, Il problema della storia dei dogmi nella teologia cattolica, in Natura e compito della teologia, Jaca Book, Milano 20052, 122-123.

    [15] In questo senso ho trovato molto felice un’espressione utilizzata dal Prof. Francesco Botturi, che nel giugno scorso ad Amman, in occasione del Comitato Scientifico di Oasis, ha parlato della libertà come «storia della verità».


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    December 05

    Cardinale Tauran: il dialogo tra le religioni, un rischio da correre

    Cardinale Tauran: il dialogo tra le religioni, un rischio da correreNon si tratta di negoziare, ma di conoscersi a vicenda

    NAPOLI, venerdì, 28 novembre 2008 (ZENIT.org).- Il dialogo interreligioso è un rischio che oggi è necessario correre, di cui la società ha bisogno e che per i cattolici può rappresentare una grazia.

    Lo ha affermato il Cardinale Jean Louis Tauran durante il suo discorso di apertura dell'anno accademico della Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale, raccolto da “L'Osservatore Romano”.

    Il rischio che esiste in questo tipo di dialogo, ha spiegato, è “quello del sincretismo”, anche se questo rischio sarebbe “relativo” se “ogni credente che dialoga esercitasse la sua ragione e, alla luce di essa, fosse spinto ad approfondire la propria fede per renderne conto”.

    Allo stesso tempo, però, può essere una grazia, perché “mette in un continuo stato di vigilanza spirituale”, spingendo la persona ad essere “coerente e testimone”.

    Secondo il Cardinale, il dialogo interreligioso presuppone una sfida particolare per i cristiani perché presenta il problema di “come conciliare la nostra fede in Cristo come l'unico mediatore e l'apprezzamento dei valori positivi che troviamo nelle altre religioni”.

    Il porporato si è riferito alla dottrina contenuta nel documento conciliare Nostra Aetate e ha spiegato che in ogni essere umano “c'è la luce di Cristo”.

    “Di conseguenza tutto il positivo che esiste nelle religioni non è tenebre”, ma “partecipa della grande luce che risplende su tutte le luci”.

    Questo dialogo, che “non è tanto dialogo fra le religioni quanto fra credenti”, ha quattro aspetti diversi: il dialogo della vita, attraverso il quale i credenti condividono gioie e prove; quello delle opere, cioè la collaborazione in vista del benessere di tutti; quello teologico, quando è possibile uno scambio tra eredità religiose (nel caso dell'ebraismo, ad esempio); quello spirituale, che mette a disposizione dell'altro la propria vita di preghiera.

    In sostanza, ha spiegato, il dialogo “è la ricerca di comprensione fra due soggetti, con l'aiuto della ragione, in vista di un'interpretazione comune del loro accordo o del loro disaccordo”.

    “Non si tratta di essere gentili con l'altro, per risultargli gradevoli. Non si tratta nemmeno di un negoziato, praticato dai diplomatici”; “non si tratta, ovviamente, di ricercare una specie di religione universale, o di ricercare il più piccolo denominatore comune”.

    “Ogni religione ha la sua identità, ma accetto di considerare che Dio è anche all'opera in tutti, nell'anima di chi lo cerca con sincerità”, ha aggiunto.

    Necessità del dialogo

    Il Cardinale Tauran ha spiegato che, contrariamente alla famosa tesi del filosofo Huntington sullo scontro di civiltà, la necessità del dialogo parte dalla realtà multireligiosa e multietnica attuale.

    “Non esiste una civiltà religiosamente pura. Esistono soltanto civiltà composite, che evolvono e che si trasformano con un processo permanente di interazione”, ha spiegato.

    Dio è inoltre tornato nella società, ha aggiunto, sottolineando che non si è mai parlato tanto di religione quanto ora. In questo senso, ha fatto sua l'affermazione del Presidente francese Sarkozy per cui la società del XXI secolo è segnata da due tipi di preoccupazioni, per “ le questioni ambientali e quelle religiose”.

    A tale proposito, il Cardinale ha riconosciuto che la necessità del dialogo interreligioso è diventata manifesta grazie ai musulmani.

    “Sono i musulmani che, in Europa, diventati una minoranza significativa, hanno chiesto spazio per Dio nella società”, ha ammesso.

    La seconda causa del dialogo è che oggi “le religioni sono percepite come un pericolo”.

    “Le religioni sono capaci del meglio come del peggio. Possono mettersi al servizio di un progetto di santità o di alienazione. Possono predicare la pace o la guerra”; “di qui la necessità di coniugare fede e ragione, dato che agire contro la ragione, in realtà, è agire contro Dio”, ha aggiunto.

    Il dialogo può inoltre rendere un grande servizio alla società, perché “i credenti sono chiamati a contribuire concretamente al bene comune, a un'autentica solidarietà, al superamento delle crisi, al dialogo interculturale”.

    Dal canto loro, le autorità dovrebbero “ favorire il dialogo interreligioso” e “attingere, nel patrimonio spirituale e morale delle religioni, tanti valori suscettibili di contribuire all'armonia degli spiriti, all'incontro delle culture e al consolidamento del bene comune”, perché gli uomini di oggi non siano “schiavi delle mode, del consumismo e del profitto”.


    November 15

    CIPRO: RAPPRESENTANTI RELIGIOSI

    Cipro: al via il vertice mondiale dei rappresentanti religiosi“La civiltà della pace: religioni e culture in dialogo”

    ROMA, venerdì, 14 novembre 2008 (ZENIT.org).- Si svolgerà dal 15 al 18 novembre a Cipro l'incontro “La civiltà della pace: religioni e culture in dialogo”, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio in collaborazione con la Chiesa ortodossa di Cipro 22 anni dopo la storica Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace di Assisi, convocata da Giovanni Paolo II.

    Nel cuore del Mediterraneo, Sant'Egidio riunirà per tre giorni Capi di Stato di Europa, Africa e America Centrale e oltre 200 personalità religiose e laiche, Cardinali, Patriarchi, il Rabbino Capo di Israele Yona Metzger, Ezzeddin Ibrahim – consigliere del re degli Emirati Arabi Uniti –, Sua Santità Ravishankar dell'India, primati delle Chiese cristiane e leader di altre confessioni.

    Hanno confermato la propria presenza il Presidente di Cipro, il Granduca del Lussemburgo e i Presidenti di Montenegro, Malta, Albania e Bosnia-Erzegovina.

    L'Arcivescovo ortodosso Crisostomos II ha affermato che ogni anno la Comunità di Sant'Egidio organizza un incontro per la pace, coinvolgendo tutte le religioni credendo che queste “svolgano un ruolo positivo nella ricerca della pace”.

    L'iniziativa, che riunisce esponenti di tutte le confessioni – cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani – e di tutte le religioni, si chiama “Uomini e Religioni” ed è nata per diffondere lo spirito di Assisi sulla scia del primo incontro interreligioso promosso da Giovanni Paolo II nell'ottobre 1986 ad Assisi.

    Tra i temi specifici che verranno affrontati nell'incontro figurano la violenza, l'immigrazione, l'economia e, naturalmente, l'ecumenismo.

    Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant'Egidio, ha confidato a ZENIT alcuni dei motivi che hanno portato a scegliere l'isola di Cipro come sede dell'incontro, che l'anno scorso era stato celebrato a Napoli con la partecipazione di Benedetto XVI.

    “Siamo in un luogo di divisione. Purtroppo nell'isola di Cipro c'è ancora un muro al suo interno: il muro tra la parte greco-cipriota e la parte turco-cipriota. È l'ultimo muro che c'è in Europa”, ha commentato.

    “Spero che questo nostro incontro, il fatto che vengano i pellegrini di pace, che si pregherà per la pace, possa servire ad aiutare a far cadere qualche pezzo di questo muro”.

    Impagliazzo considera molto significativo che l'incontro avvenga su invito della Chiesa ortodossa del Paese, e a questo proposito parla di “un passo nel ecumenismo”.

    La complicata situazione politica tra Turchia e Cipro ha sconsigliato la partecipazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Per questo motivo, saranno assenti anche i rappresentanti islamici ed ebraici della Turchia. L'isola è divisa in due dopo l'intervento militare turco nel 1974.

    Il presidente di Sant'Egidio spera che questo incontro dia un nuovo impulso al dialogo tra le religioni e le culture, che “possa aiutare il mondo a essere migliore e possa togliere un po' di veleno in queste nostro mondo dove ancora esistono tanti conflitti”.

    “Noi daremo un contributo per far capire una cosa essenziale che le religioni hanno nel loro cuore un messaggio di amore e di pace e non di violenza come spesso è stato nel passato. Vogliamo rafforzare questa idea”, ha spiegato Impagliazzo a ZENIT.

    “Al giorno d'oggi – ha continuato – , il dialogo, come ha detto Benedetto XVI ad Assisi e a Napoli al nostro incontro interreligioso dello scorso anno, è una necessità storica proprio perché occorre trovare delle strade di collaborazione per aiutare gli uomini e le donne a trovare delle ragioni per vivere e per ridurre lo spazio di ingiustizia nel mondo”.

    La cerimonia inaugurale avrà luogo domenica 16 novembre, allo Sport Centre dell'Università di Cipro, alle 16.30 locali (GMT +2) e verrà trasmessa in diretta video dal sito www.santegidio.org.

    [Con il contributo di Mercedes de la Torre]

    November 01

    PERSECUZIONE DEI MEDIA

    La persecuzione che i media nascondonoI cristiani, il gruppo più perseguitato al mondo, rivela un rapporto

    LONDRA, venerdì, 24 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Quando molti pensano alla persecuzione dei cristiani vengono in mente il Colosseo e le catacombe, ma secondo un nuovo rapporto la persecuzione anticristiana in tutto il mondo è sulla cresta dell'onda anche oggi.

    L'associazione caritativa Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha compiuto un'analisi della persecuzione contro i cristiani dal titolo “Persecuted and Forgotten? A Report on Christians Oppressed for their Faith 2007/8” (“Perseguitati e Dimenticati? Un rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2007/8”).

    La ricerca mostra come negli ultimi due anni la violenza anticristiana si sia intensificata in 17 dei 30 Paesi presi in esame.

    Il rapporto, di 112 pagine, prende in considerazione Stati come Algeria, Eritrea, Iran, Iraq e Palestina, dove la sopravvivenza della Chiesa sembra essere a rischio.

    Il direttore di ACS nel Regno Unito, Neville Kyrke-Smith, ha denunciato la gravità della persecuzione anticristiana.

    “Ciò che il rapporto dimostra è che i cristiani sono il gruppo più perseguitato al mondo al giorno d'oggi”, ha affermato. “Le persone sono consapevoli di un enorme numero di abusi dei diritti umani nel globo, ma non sempre sono a conoscenza della negazione dei diritti umani a milioni di cristiani”.

    “La situazione sta peggiorando perché sfugge largamente all'attenzione dei media – ha spiegato –. Soffriamo di una sorta di 'correttezza religiosa' che significa che parlare della persecuzione dei cristiani non è accettabile oggi per i media secolari, che a volte non credono neanche ai fatti”.

    Persecuted and Forgotten?” conta sull'approvazione del Cardinale Cormac Murphy-O'Connor, Arcivescovo di Westminster, e del Cardinale Keith O'Brien, Arcivescovo di St. Andrews ed Edimburgo (Scozia).

    Descrivendo il rapporto come una “lettura molto inquietante”, il Cardinale Murphy-O'Connor ha affermato che “tutti noi abbiamo molto da imparare dalla coraggiosa testimonianza di quanti sono perseguitati per la loro fede e dovremmo guardare a come poter esprimere la nostra solidarietà con tutti coloro che hanno bisogno delle nostre preghiere e del nostro sostegno”.

    Il Cardinale O’Brien, dal canto suo, ha rivelato che il rapporto gli ricorda “molta della sofferenza” di cui è stato diretto testimone quando ha visitato “luoghi in cui la Chiesa 'soffre' davvero, e soffre molto”.

    Il rapporto di ACS arriva a meno di due mesi dal 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.


    APPELLO DI PACE DAI PATRIARCHI CATTOLCI D' ORIENTE

    Appello di pace dei Patriarchi e Arcivescovi cattolici dell'OrientePartecipanti al Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio

    CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 24 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'appello di pace dei Patriarchi e Arcivescovi cattolici dell'Oriente che partecipano all'Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi sulla Parola.



    * * *

    «Cristo è la nostra pace» (Efesini 2, 14).

    Nell'anno giubilare dell'apostolo Paolo, il Santo Padre Benedetto xvi ci ha radunati in Sinodo con i vescovi rappresentanti dell'intera Chiesa Cattolica.

    Esprimiamo profonda riconoscenza al Papa per avere sempre prontamente e instancabilmente elevato la supplica a Dio e la voce in favore dei fratelli e delle sorelle dell'Oriente. Sul Suo esempio, anche noi, come discepoli di Cristo, padri e capi delle Chiese Orientali Cattoliche, rinnoviamo l'implorazione a Dio e facciamo appello a tutti perché sia confermato ogni intento per favorire ovunque la pace nella libertà, nella verità e nell'amore.

    Avvertiamo nei cuori un fremito per le sofferenze di tanti nostri figli e figlie dell'Oriente: bambini e giovani; persone in difficoltà estrema per età, salute ed essenziali necessità spirituali e materiali; famiglie sempre più tentate dallo sconforto per il presente e per il futuro. E sentiamo il dovere di farci interpreti delle loro giustificate attese perché una vita dignitosa sia presto garantita a ciascuno in una proficua convivenza sociale.

    Opera della giustizia è la pace! È un imperativo al quale non possiamo e non vogliamo sottrarci. Chiediamo, perciò, in particolare per la Terra Santa, che diede i natali a Cristo Redentore, per il Libano, l'Iraq e l'India la pace nella giustizia, di cui è garanzia una reale libertà religiosa.

    Siamo vicini a quanti soffrono per la fede cristiana e a tutti i credenti impediti nella professione religiosa. Rendiamo omaggio ai cristiani che recentemente hanno perduto la vita in fedeltà al Signore.

    Davanti al Papa e ai padri sinodali, incoraggiati dalla loro fraternità, presentiamo una vibrante richiesta:

    — ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà perché pratichino il rispetto e l'accoglienza dell'altro nella vita quotidiana, facendosi prossimo di quanti sono nel bisogno, vicini e lontani;

    — ai pastori e ai responsabili religiosi di predicare e favorire tale atteggiamento, appoggiando e moltiplicando le iniziative di mutua conoscenza, di dialogo e di soccorso;

    — alla comunità internazionale e agli uomini di governo perché garantiscano a livello legislativo la vera libertà religiosa nel superamento di ogni discriminazione e l'aiuto a quanti sono costretti a lasciare la propria terra per motivi religiosi.

    Si compia l'auspicio di Papa Benedetto xvi: «Possano le Chiese e i discepoli del Signore rimanere là dove li ha posti per nascita la divina Provvidenza; là dove meritano di rimanere per una presenza che risale agli inizi del cristianesimo. Nel corso dei secoli essi si sono distinti per un amore incontestabile e inscindibile alla propria fede, al proprio popolo e alla propria terra» (Benedetto xvi, in visita alla Congregazione per le Chiese Orientali il 9 giugno 2007).

    «Cristo è la nostra pace». Questa divina Parola è portatrice di conforto e di speranza, e sprona a cercare vie nuove di pace, che trovino efficacia nella Benedizione di Dio. Via alla pace, noi pastori dell'Oriente, desideriamo possa essere l'umile ma accorato appello che poniamo nelle mani del Santo Padre, rendendo grazie a Dio e a quanti lo accoglieranno benevolmente.

    Intercedano questo dono i santi apostoli Pietro e Paolo, e i martiri, vicini come siamo alle loro memorie romane. Sia potente avvocata la Santissima Madre di Dio: la Regina della Pace faccia giungere la nostra preoccupazione, i nostri intenti e le nostre preghiere a Cristo Signore e Dio, Principe della Pace.

    Dal Vaticano, 24 ottobre 2008

     

    Tarcisio Bertone

    Cardinale Segretario di Stato

    Leonardo Sandri

    Cardinale Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali

    William Joseph Levada

    Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede

    Presidente Delegato

    George Pell

    Cardinale Arcivescovo di Sydney

    Presidente Delegato

    Odilo Pedro Scherer

    Cardinale Arcivescovo di São Paulo

    Presidente Delegato

    Nikola Eterovi{U-Cacute}

    Arcivescovo Titolare di Sisak

    Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi

    Nasrallah Pierre Sfeir

    Cardinale Patriarca di Antiochia dei Maroniti

    Emmanuel III Delly

    Cardinale Patriarca di Babilonia dei Caldei

    Varkey Vithayathil

    Cardinale Arcivescovo Maggiore di Ernakulam-Angamaly dei Siro-Malabaresi

    Antonios Naguib

    Patriarca di Alessandria dei Copti

    Gregorios III Laham

    Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti

    Nerses Bedros IXI Tarmouni

    Patriarca di Cilicia degli Armeni

    Mar Baselios Cleemis Thottunkal

    Arcivescovo Maggiore di Trivandrum dei Siro-Malankaresi

    Fouad Twal

    Patriarca di Gerusalemme dei Latini

    Jules Mikhael Al-Jamil

    Procuratore del Patriarcato di Antiochia dei Siri

    Dionisio Lachovicz

    Rappresentante dell'Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halyc (Ucraina)

    Florentin Crihalmeanu

    Rappresentante dell'Arcivescovo Maggiore di Fagaras si Alba Iulia (Romania)


    CRISTIANI PERSEGUITATI IN IRAQ E INDIA

    Appello del Papa per i cristiani perseguitati in India e IraqLa difesa delle minoranze cristiane è una questione d’onore, ricorda ai governi

    CITTA' DEL VATICANO, domenica, 26 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Prima della preghiera domenicale dell’Angelus, Benedetto XVI ha lanciato un appello in favore di tutti i cristiani perseguitati, in special mondo in India e Iraq.

    Facendo suo il grido di aiuto lanciato venerdì dai Patriarchi e Arcivescovi cattolici dell'Oriente presenti al Sinodo dei Vescovi sulla Parola, il Papa ha voluto richiamare l’attenzione “sulla tragedia che si sta consumando in alcuni Paesi dell’Oriente, dove i cristiani sono vittime di intolleranze e di crudeli violenze, uccisi, minacciati e costretti ad abbandonare le loro case e a vagare in cerca di rifugio”.

    “Penso in questo momento soprattutto all’Iraq e all’India – ha detto –. Sono certo che le antiche e nobili popolazioni di quelle Nazioni hanno appreso, nel corso di secoli di rispettosa convivenza, ad apprezzare il contributo che le piccole, ma operose e qualificate, minoranze cristiane danno alla crescita della patria comune”.

    “Esse non domandano privilegi – ha sottolineato il Pontefice –, ma desiderano solo di poter continuare a vivere nel loro Paese e insieme con i loro concittadini, come hanno fatto da sempre”.

    “Alle Autorità civili e religiose interessate – ha aggiunto – chiedo di non risparmiare alcuno sforzo affinché la legalità e la convivenza civile siano presto ripristinate e i cittadini onesti e leali sappiano di poter contare su una adeguata protezione da parte delle istituzioni dello Stato”.

    “Auspico poi – ha concluso – che i Responsabili civili e religiosi di tutti i Paesi, consapevoli del loro ruolo di guida e di riferimento per le popolazioni, compiano dei gesti significativi ed espliciti di amicizia e di considerazione nei confronti delle minoranze, cristiane o di altre religioni, e si facciano un punto d’onore della difesa dei loro legittimi diritti”.


    FILIPPINE E DIALOGO INTERRELIGIOSO

    Il Papa chiede alle Filippine di promuovere solidarietà e dialogo interreligiosoNel suo discorso al nuovo ambasciatore presso la Santa Sede

    di Inma Álvarez

    CITTA' DEL VATICANO, lunedì 27 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI confida nel fatto che le Filippine "continueranno a partecipare attivamente ai forum internazionali per il progresso della pace, la solidarietà umana e il dialogo interreligioso".

    La sua richiesta è racchiusa in uno dei passaggi centrali del discorso che ha rivolto questo lunedì in inglese al nuovo ambasciatore del Paese presso la Santa Sede, la signora Cristina Castañer-Ponce, che ha presentato le sue lettere credenziali.

    Il Papa ha ricordato che il progresso umano "non si limita alla dimensione economica o tecnologica", ma ingloba "la cultura, il rispetto per la vita e la dignità e il riconoscimento del Bene supremo, che è Dio", e ha invitato il Paese a "continuare a offrire questa visione integrale della persona umana nei forum mondiali".

    In questo senso, ha lodato "le iniziative intraprese a vari livelli della società filippina per difendere i più deboli, soprattutto i concepiti, i malati e gli anziani".

    "Il popolo delle Filippine è conosciuto per la sua calda generosità e per il grande valore che dà all'amicizia e alla vita familiare", ha affermato il Pontefice, sottolineando il "contributo dei fedeli cattolici filippini con la loro fame di preghiera, la viva devozione e la prontezza per servire gli altri".

    Separazione Chiesa-Stato

    La Santa Sede, ha affermato il Pontefice, cerca "soprattutto attraverso la sua attività diplomatica di promuovere nel mondo i valori universali che derivano dalla dignità umana e di far avanzare la volontà umana nel cammino verso la comunione con Dio e con l'altro".

    Realizza quest'opera, ha aggiunto, "consapevole della necessaria autonomia di competenze tra la Chiesa e lo Stato. In realtà, possiamo dire che la distinzione tra la religione e la politica è un successo del cristianesimo e uno dei suoi fondamentali contributi storici e culturali".

    Questa cooperazione, ha aggiunto il Papa, è necessaria per il bene della società e deve promuovere "un senso di responsabilità condivisa da tutti i cittadini per promuovere una civiltà dell'amore".

    Immigrati

    Benedetto XVI si è anche riferito alla crescente popolazione di immigrati filippini e ha sottolineato la preoccupazione del Governo di Gloria Macapagal al momento di vegliare sui cittadini che lavorano fuori dal Paese, com'è stato espresso nel recente vertice sulla questione celebrato a Manila.

    "Il giusto trattamento nei confronti degli immigrati e la costruzione di una 'solidarietà del lavoro' richiedono la cooperazione dei Governi, delle agenzie umanitarie, dei credenti e dei cittadini con prudenza e paziente determinazione".

    La regolamentazione dei flussi migratori, ha aggiunto il Papa, deve basarsi "sui criteri di equità ed equilibrio, ponendo particolare attenzione nel facilitare il ricongiungimento delle famiglie".

    Allo stesso modo, ha esortato le autorità filippine, che hanno appena approvato una legislazione per realizzare una riforma agraria che "può beneficiare la società instillando il senso della responsabilità comune, stimolando allo stesso tempo l'iniziativa individuale" per assicurare "l'alimentazione e la partecipazione ai mercati internazionali".

    Il Papa ha auspicato che questo provvedimento "produca una giusta distribuzione della ricchezza", così come "lo sviluppo sostenibile delle risorse naturali", per "il miglioramento delle condizioni di vita dei poveri".


    FESTA INDU' DELLA LUCE

    Messaggio vaticano per la festa di Diwali 2008“Cristiani e Indù: Insieme per la non-violenza”

    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 28 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Inter-Religioso per festa di Diwali, conosciuta come Deepavali ossia "fila di lampade ad olio", che quest’anno sarà celebrata da molti hindi il 28 ottobre.

     

    * * *

    Cari amici indù,

    1. In occasione della celebrazione del Diwali, la festa della luce, sono lieto di inviare a voi ed alle vostre comunità i più sentiti auguri da parte del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

    2. E’ tradizione, in questa circostanza, condividere una riflessione su un argomento di comune interesse. Vorrei quindi proporre di considerare insieme come possiamo vivere in armonia nell’odierna società, rendendo testimonianza alla verità, alla luce ed alla speranza celebrate dal Diwali. Mentre le religioni sono spesso accusate di essere responsabili dei mali della società, noi sappiamo che è piuttosto la strumentalizzazione della religione che, contrariamente alle sue convinzioni fondamentali, viene utilizzata per compiere tante forme di violenza.

    3. A tal riguardo, Sua Santità il Papa Benedetto XVI ha detto: "Nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà", ed ha aggiunto "questo ‘di più’ viene da Dio: è la sua misericordia … che sola può ‘sbilanciare’ il mondo dal male verso il bene, a partire da quel piccolo e decisivo ‘mondo’ che è il cuore dell’uomo" (Angelus, 18 febbraio 2007). Per i cristiani, nel Discorso della Montagna Gesù ha esortato i suoi discepoli ad amare i propri nemici, a pregare per coloro che li odiano, a fare il bene a quelli che li maltrattano, a percorrere un miglio in più con chi li ostacola (cfr. Mt. 5).

    4. Nella tradizione indù, la non-violenza è uno degli insegnamenti più importanti. Il Mahatma Gandhi, il Padre della nazione indiana, è rispettato e tenuto in alta considerazione in tutto il mondo, da persone di diverse generazioni, a motivo della sua totale dedizione al servizio dell’umanità. Nel corso della sua lotta per la libertà, egli si rese conto che applicando il principio "occhio per occhio", "tutto il mondo diventa cieco". In tutta la sua vita egli sviluppò, tra gli altri, il concetto di Ahimsa (non-violenza). Egli è un modello di non-violenza ed è stato una guida con l’esempio fino al punto di sacrificare la propria vita per il suo rifiuto di impegnarsi nella violenza.

    5. La non-violenza non è solo un espediente tattico ma è l’atteggiamento di colui che, come ha detto il Papa, "è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza" (ibid.) che non teme di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore per i propri nemici è la rivoluzione dell’amore, un amore che fondamentalmente non dipende dalle capacità umane ma è un dono di Dio.

    6. La non-violenza è incoraggiata da tante altre religioni. La non-violenza è centrale nelle nostre credenze come modo per promuovere la verità, la luce, il rispetto reciproco, la libertà e l’armonia. In quanto leaders religiosi, chiamati ad affermare la verità che si trova nelle nostre rispettive religioni, adoperiamoci per incoraggiare la non-violenza fra i nostri seguaci e sostenerla nelle loro azioni. Facciamo tutto il possibile per promuovere la sacralità della vita umana, il bene dei poveri e dei deboli in mezzo a noi e per collaborare, attraverso il dialogo, perché sia rispettata la dignità di ogni essere umano senza distinzioni di razza o casta, credo o classe. Indù e cristiani, soprattutto nella presente situazione, lasciamoci vincere dall’amore senza riserve, con la convinzione che la non-violenza è l’unica via per costruire una società globale più compassionevole, più giusta e più attenta ai bisognosi. E’ la nostra speranza e la nostra preghiera!

    7. Ancora una volta, desidero augurarvi pace e gioia mentre vi riunite con i vostri cari e la vostra comunità per celebrare il dono della Luce che illumina ogni cuore. Felice Diwali!

    Jean-Louis Cardinale Tauran

    Presidente

    Arcivescovo Pier Luigi Celata

    Segretario


    IL SINODO ACCOGLIE UN PATRIARCA ORTODOSSO

    Per la prima volta, il Sinodo accoglie il magistero di un Patriarca ortodossoPresentata al Papa una proposizione sull'intervento di Bartolomeo I

    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 28 ottobre 2008 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio è diventato la prima assemblea con queste caratteristiche ad accogliere il magistero di un Patriarca ortodosso.

    La proposizione 37 che il Sinodo ha adottato con almeno i due terzi dei voti (il risultato esatto della votazione è segreto) raccoglie l'insegnamento presentato ai Padri sinodali dal Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I.

    Nella sua proposta al Papa, i Padri sinodali iniziano rendendo “grazie a Dio per la presenza e gli interventi dei Delegati Fraterni, rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali”.

    In totale sono stati undici e hanno rappresentato il Patriarcato di Costantinopoli, quello di Russia, di Romania, di Serbia, la Chiesa ortodossa greca, la Chiesa apostolica armena, la Comunione Anglicana, la Federazione Luterana Mondiale, i Discepoli di Cristo e il Consiglio Ecumenico delle Chiese.

    I Padri sinodali si riferiscono in particolare alla preghiera dei Vespri presieduta dal Santo Padre Benedetto XVI insieme a Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, nella Cappella Sistina il 18 ottobre.

    “Le parole del Patriarca Ecumenico rivolte ai Padri sinodali hanno permesso di sperimentare una profonda gioia spirituale ed avere una esperienza viva di comunione reale e profonda, anche se non ancora perfetta; in esse abbiamo gustato la bellezza della Parola di Dio, letta alla luce della Sacra Liturgia e dei Padri, una lettura spirituale fortemente contestualizzata nel nostro tempo”, dice la proposizione approvata dal Sinodo.

    “In tal modo abbiamo visto che andando al cuore della Sacra Scrittura incontriamo realmente la Parola nelle parole; la quale apre gli occhi dei fedeli per rispondere alle sfide del mondo attuale”, proseguono i Padri sinodali.

    “Inoltre, abbiamo condiviso l'esperienza gioiosa di avere per l'Oriente e l'Occidente Padri comuni. Questo incontro diventi stimolo per ulteriore testimonianza di comunione nell'ascolto della Parola di Dio e supplica fervente all'unico Signore affinché si realizzi quanto prima la preghiera di Gesù: 'Ut omnes unum sint'”.

    E' sulle proposizioni approvate dal Sinodo che il Papa si basa nella redazione dell'esortazione apostolica post-sinodale. In caso in cui questa proposizione venga inclusa nel documento, sarà la prima volta che il magistero di un Patriarca ortodosso viene accolto esplicitamente da questo tipo di documenti magisteriali della Chiesa cattolica.