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January 10 Guai a me se non evangelizzoGuai a me se non evangelizzoROMA, giovedì, 8 gennaio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una parte della lunga intervista a Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale, apparsa sul settimo numero di “Paulus” (gennaio 2009), dedicato alla “caratteristica essenziale di San Paolo: essere apostolo”.
* * * di Paolo Pegoraro
«Tutte queste cose ho considerato una perdita a motivo di Cristo» (Fil 3,7). Vengono alla mente queste parole di san Paolo ascoltando la martellante insistenza di Kiko Argüello sull’urgenza dell’annuncio cristiano. Una priorità davanti alla quale tutto passa in secondo piano. Naturale, allora, che il Cammino Neocatecumenale festeggiasse i suoi quarant’anni di storia e l’approvazione definitiva dei suoi Statuti con una nuova fase di evangelizzazione. Il 10 gennaio infatti, ai primi vespri della Festa del Battesimo del Signore, Benedetto XVI invierà in missione presso zone scristianizzate duecento famiglie e quindici missio ad gentes, cioè piccoli nuclei formati da tre famiglie e da un sacerdote, che si dedicheranno alla implantatio ecclesiae presso Colonia, Vienna, New York, l’India e la Papua Nuova Guinea. Infine, per la prima volta nella storia del Cammino, partiranno anche quattordici comunità che hanno completato il Cammino – in genere ognuna è formata di 30-40 persone – e che andranno ad aiutare altre parrocchie limitrofe con gravi difficoltà pastorali. Ma che cos’è il Cammino Neocatecumenale? Lo stesso Kiko Argüello – che con Carmen Hernández si definisce suo “iniziatore”, ma non suo fondatore – confessa di non saperlo. «È un’opera dello Spirito Santo – ci dice. – Non è nato per nostra volontà né abbiamo progettato qualcosa a tavolino... abbiamo sempre lasciato che fosse lo Spirito Santo a guidarci. Le tappe dell’iniziazione alla fede, i seminari Redemptoris Mater, le missio ad gentes... tutto questo non lo immaginavamo neppure quando abbiamo cominciato». Gli Statuti definiscono il Cammino come «itinerario di formazione cattolica [...] dotato di personalità giuridica pubblica» che «consta di un insieme di beni spirituali» (1§1-3). Non un movimento o un’associazione, dunque, quanto un preciso metodo di catechesi e un ben strutturato strumento di riscoperta del battesimo che la Chiesa mette a disposizione dei suoi vescovi. Kiko, consultore del Pontificio Consiglio per i Laici, invitato allo scorso Sinodo sulla Parola, è già impegnato nell’organizzazione di nuovi progetti, tra cui un “Family Day” a Vienna. Inutile dire che l’Apostolo delle genti è un costante riferimento non solo nelle catechesi di Kiko, ma anche nelle sue icone e soprattutto nei canti da lui composti per la liturgia. «San Paolo – continua Kiko – è un gigante della fede, un modello di apostolo per tutti noi». Paolo scrive: «Ritenni di non sapere altro se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Cor 2,2). La croce è al centro della predicazione del Cammino: che ruolo ha avuto nella sua nascita? «Fondamentale. Il Cammino Neocatecumenale è nato tra le baracche di Palomeras Altas, uno dei quartieri più poveri di Madrid. Io allora ero vicino a Sartre e venivo da un’esperienza di crisi esistenziale molto forte. Mi colpì il romanzo La peste di Camus e conobbi il Signore attraverso il mistero della sofferenza degli innocenti. Pensai allora che, se Dio fosse tornato sulla terra, sarei voluto stare ai piedi del Cristo crocifisso nei più miserabili. Perché negli strati sociali più oppressi, nella gente schiacciata dal dolore, negli alcolizzati, in chi è schiavo della droga, si manifesta in qualche modo una presenza misteriosa di Cristo crocifisso. Il mistero del dolore era già stato compreso anche dagli ebrei, che raccomandavano al medico: “Quando ti recherai da un sofferente, resterai in piedi davanti a lui, perché lì c’è la shekinà divina”, cioè la presenza di Dio. Il dolore ci obbliga a una scelta. Perché davanti alla sofferenza, soprattutto degli innocenti, non si scappa: o lasci la fede e diventi un rivoluzionario, oppure riconosci il mistero che Dio ha mostrato in Cristo crocifisso. Pensiamo a cosa dice Nietzsche in Così parlò Zarathustra, una frase che ha tolto la fede a tanti giovani: “Se Dio può fare qualcosa per il mondo e non lo fa, è un mostro. E se invece non può fare niente, allora non esiste”. Ma quello che Nietzsche non sapeva è che Cristo, fattosi peccato, rifiutato e crocifisso, è Dio stesso. È stato anche detto che dopo Auschwitz non si può più credere in Dio. Ricordo però di aver letto la testimonianza di un capo della Gestapo, ateo, che a un certo momento si rese conto delle mostruosità che si consumavano nei campi di concentramento. Un giorno vide passare una fila di donne e di bambini nudi che venivano condotti alle “docce”, cioè alle camere a gas, e avvertì dentro di sé un dolore acutissimo. Si chiese che cosa poteva fare per aiutarli e per calmare quel suo dolore. E sentì dentro di sé che quello che doveva fare era spogliarsi, mettersi in fila anche lui e andare a morire con loro nella camera a gas. Venti anni dopo, scriveva, ancora non capiva da dove gli fosse venuta quella risposta... ma noi cristiani lo sappiamo: è l’amore che è apparso sulla terra nella croce di Cristo. Spogliarsi di tutto e andare a morire con gli ultimi è un atto che fa più di tutte le opere sociali del mondo. Perché è quello che ha fatto Cristo. È la testimonianza che, anche dopo Auschwitz, l’amore c’è. Se esiste l’amore nel mondo, si può morire nelle camere a gas, perché la vita e la morte hanno un senso, perché Cristo è risorto». Che cosa hai fatto, allora? «Ho lasciato il mio studio artistico a Plaza de España – avevo già fatto alcune esposizioni di arte sacra in Francia e in Olanda – per andare a mettermi ai piedi dei più poveri, secondo lo stile di Charles de Foucauld: non per fare opere, ma per stare in adorazione silenziosa della sofferenza umana, nel nascondimento completo, come Cristo nei trenta anni a Nazareth. Un’assistente sociale m’indicò alcune sacche di poveri a Palomeras Altas, dove c’erano case di miserabili e di kinkis, così venivano chiamati i nomadi in Spagna. Una famiglia di zingari se n’era andata e mi misi nella loro baracca, con una Bibbia e un materasso per terra. Laggiù ho conosciuto anche Carmen, che era in contatto con tutto il rinnovamento conciliare e liturgico: dal Concilio è venuta la spinta a ristabilire il catecumenato come una via di iniziazione cristiana, che potesse rinnovare la ricchezza e la bellezza del battesimo. E un poco alla volta si è andato formando quel “tripode” che sarebbe diventato il fondamento del Cammino: la Parola di Dio, la Liturgia e la Comunità cristiana. Poi, quando siamo venuti in Italia, si è unito a noi padre Mario». San Paolo vi ha accompagnato fin dall’inizio. All’interno della baracca di Palomeras Altas avevi dipinto sulla parete questi versetti dell’Apostolo: «Fino al presente siamo diventati come la spazzatura del mondo» (cfr. 1Cor 4,11-13). «Di problemi poi ce ne sono stati tanti...! A partire dai conflitti con la polizia di Franco, che voleva abbattere tutte quelle baracche, perché la legge vietava il nomadismo e la costruzione d’insediamenti provvisori. Noi li volevamo difendere, ma cosa potevamo fare contro i mitra e i camion? Chiamammo tutti i nostri amici preti e perfino l’arcivescovo di Madrid, mons. Casimiro Morcillo. Il suo segretario non voleva farci parlare con lui, ma l’arcivescovo – sentendogli alzare la voce – si fece passare la telefonata e venne immediatamente da noi. È stato un miracolo di Dio, ci ha salvati. Poi mons. Morcillo volle visitare la nostra baracca e si commosse vedendo che dormivamo per terra. Da allora ci ha sempre aiutato e difeso... anche se non eravamo nessuno. Fu lui a mandarci a Roma con una lettera per il cardinale Dell’Acqua, che era il Vicario di Sua Santità. E non posso dimenticare nemmeno don Dino Torreggiani, il fondatore dei Servi della Chiesa per cui è stato aperto il processo di beatificazione, che ha insistito perché venissimo a Roma e che lì ci presentò a tante parrocchie: io parlavo in spagnolo per proporre un cammino d’iniziazione cristiana, e lui mi traduceva in italiano. Tanti ci hanno detto di no. Allora, era il 1968, ci siamo stabiliti al Borghetto Latino con i poveri nelle baracche, aspettando cosa volesse da noi il Signore. Mentre stavamo lì alcuni giovani c’invitarono a un incontro con i gruppi di contestazione sociale a Nemi e io – con la barba lunga e il giaccone verde – davanti a quei 400 giovani, quasi tutti di sinistra, raccontai loro la mia vita. Allora mi si avvicinò un gruppo della parrocchia dei Martiri Canadesi: facevano la Messa beat con le chitarre elettriche e ci chiesero cosa ne pensavamo. Abbiamo detto che la Chiesa non si riformava con le chitarre elettriche, ma con il mistero pasquale. Lì, alla parrocchia dei Martiri Canadesi, sono nate le prime catechesi in Roma... poi c’è stata Firenze, poi Lisbona... Intanto la Santa Sede ci aveva convocato per verificare cosa facevamo nelle parrocchie, com’è giusto che sia. Nel 1973 mons. Annibale Bugnini, allora segretario della Commissione liturgica e impegnato nella preparazione dell’OICA (Ordo Initiationis Christianae Adultorum), ci incontrò e fu colpito molto favorevolmente da quello che facevamo, perché vi trovò proprio lo spirito del Concilio Vaticano II. E ricordo bene anche la nostra seconda udienza con Paolo VI, nel 1977, che mi mise una mano sulla spalla e mi disse: “Kiko, sii umile e fedele alla Chiesa, e la Chiesa ti sarà fedele”. Oggi che gli Statuti del Cammino sono stati approvati, nonostante le difficoltà, vedo che quella parola si è realizzata». San Paolo mette l’annuncio del vangelo prima di qualsiasi altra esigenza. Scrive ai Romani: «Come potranno credere, senza averne sentito parlare? e sentirne parlare senza uno che lo annunzi?». «Non c’è cosa più grande che annunziare il Vangelo, la Parola della salvezza, il kérygma! San Paolo dice che Dio ha voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza della predicazione (1Cor 1,21), ma se andiamo a vedere il testo greco della sua Lettera non troviamo il termine “predicazione”, ma la parola kérygma. Che cos’è il kérygma? È l’annuncio di una notizia buona e sorprendente, un annuncio che si realizza tutte le volte che viene proclamato». Annunciare questa buona notizia, allora, non può che essere «un dovere» (1Cor 9,16). «Sì, perché ogni cristiano è chiamato a salvare il mondo attraverso l’annuncio. Il cristianesimo non è un egoismo né qualcosa che viene dato da godere nella nostra piccola pace interiore... il cristianesimo è uno zelo! Guai a me se non annunzio il Vangelo! Tutti devono annunziare che Dio ci ama, al punto che ha mandato il suo Figlio per noi, per me e per te. Dice san Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi: Caritas Christi urget nos (2Cor 5,14). Cioè: l’amore di Cristo ci spinge, è un’urgenza, ci mette fretta, è un fuoco che portiamo dentro!». La Diocesi di Città di Castello porta Gesù in discotecaLa Diocesi di Città di Castello porta Gesù in discotecaIntervista al Vescovo Domenico Cancian di Antonio Gaspari CITTA' DI CASTELLO, venerdì, 9 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Il Servizio diocesano di pastorale giovanile di Città di Castello ha invitato i giovani della Diocesi a un momento di riflessione sulla fede che si svolgerà nel pomeriggio di sabato 10 gennaio presso la discoteca “Formula” di Città di Castello, una delle più grandi dell’Italia centrale. L’idea che ha mosso la Pastorale giovanile è stata la possibilità di offrire ai giovani che frequentano la discoteca una risposta al loro desiderio di felicità. Anche i “giovani della notte”, infatti, si pongono la domanda sul senso della vita, ma spesso ciò avviene implicitamente e andando a cercare risposte là dove non ve ne sono. Con questa iniziativa, la Pastorale giovanile di Città di Castello intende fare emergere in loro questa domanda, indicando in Gesù il solo che può offrire risposte autentiche. Intervistata da ZENIT il Vescovo titolare, mons. Domenico Cancian, spiega le motivazioni e le finalità della proposta. Perché questa iniziativa? Monsignor Cancian: Siamo certi che il Signore desidera farsi presente ai giovani nei luoghi in cui loro amano ritrovarsi. Dove un giovane ventenne oggi versa la gioia? Spesso compie questa faticosa ricerca di notte ed in discoteca. Come allora intercettare questa loro domanda molto spesso confusa e male interpretata? Non abbiamo lo scopo di fare un evento sensazionale o propagandistico. Ci spinge il sogno di aiutare i nostri giovani a non aver timore di testimoniare la fede attraverso un modo diverso di vivere la notte. Quali ragioni vi spingono a sensibilizzare il mondo giovanile? Monsignor Cancian: Il mondo contemporaneo così ricco di luoghi di formazione e di divertimento, non è sufficiente ad alimentare quel bisogno di significato che tutti i giovani cercano. Il grido di dolore di molte famiglie che si sentono sole nella loro missione educativa ci convince sempre di più del bisogno dell'Amore di Dio da parte dei nostri amati figli. L'apostolo Giovanni dice: "voi giovani avete vinto il maligno, avete conosciuto il Padre, siete forti e la Parola di Dio rimane in voi" (cfr. 1 Gv 2,12-14). Siamo convinti che questo messaggio vale anche per i nostri giovani, sui quali possiamo scommettere un futuro migliore. In che modo si svolge la manifestazione? Monsignor Cancian: Alle ore 15.00 ci sarà il ritrovo presso il Formula Disco. Seguiranno la preghiera di inizio e poi la mia introduzione della giornata. Alle ore 15.30 ci sarà invece la catechesi di mons. Domenico Sigalini, Vescovo della diocesi di Palestrina. Alle ore 16.30 è prevista la divisione in gruppi per annunciare l'evento della serata presso il Formula Disco. I ragazzi si dirigeranno nei punti di maggior affluenza (Piazza Matteotti in Città di Castello, centro storico di Sansepolcro e altre località minori dell’Alta Valle del Tevere) e lì in modo gioioso e simpatico susciteranno l'interesse a partecipare. Alle ore 19.30 ci sarà il ritrovo per i Vespri, cui farà seguito la cena alle ore 22.00. Successivamente, ci saranno il Live Worship con la band One Way e l'annuncio di mons. Domenico Sigalini. La conclusione è prevista per le ore 24.00. Cosa si intende per live worship? Monsignor Cancian: Questo momento a cui abbiamo invitato tutti i giovani che siamo riusciti a contattare, è a tutti gli effetti una preghiera. Le canzoni di musica rock che si eseguono, hanno testi esplicitamente cristiani. Desideriamo con questo far vivere un momento capace di interrogare il giovane che anche occasionalmente vi partecipa. Come restare indifferenti nel vedere 60 ragazzi che con competenza musicale e con i tuoi stessi gusti cantano canzoni cristiane con la gioia di aver trovato in Gesù il significato vero della vita? Quali sono le aspettative e quante persone pensate che aderiranno? Monsignor Cancian: Siamo convinti che verranno tutti quelli che il Signore chiama: Lui conosce il cuore di tutti e sa, per ognuno, se è opportuno che venga. Detto questo possiamo prevedere qualche centinaio di persone. Si tratta di una iniziativa estemporanea o fa parte di un progetto strategico complessivo? Monsignor Cancian: Un evento simile non si può organizzare senza una lunga preparazione, non perché è troppo il lavoro tecnico, ma perché richiede ragazzi che oltre alle competenze tecniche abbiano le giuste motivazioni sviluppate in anni di formazione nelle proprie parrocchie e nei momenti diocesani. A ragion del vero dobbiamo anche ringraziare tutta la Chiesa italiana che con le sue sollecitazioni e proposte ci ha aiutato a crescere. Un'esperienza che noi di Città di Castello abbiamo è che i percorsi di formazione più belli e che godono di una certa continuità sono nati dai giovani stessi. Anche per questa iniziativa dobbiamo dar atto alla loro fantasia e all' infinito lavoro che vi hanno speso. E dal giorno dopo? Monsignor Cancian: I giovani che già sono impegnati nelle varie attività diocesane e parrocchiali inviteranno i partecipanti ad inserirsi nelle molteplici iniziative esistenti, attenti a proporre a ciascuno il cammino più idoneo. Crediamo che questo sia più incisivo attraverso le relazioni interpersonali. Il pomeriggio infatti servirà anche per motivare i giovani cristiani a essere accoglienti con quanti parteciperanno al live worship. January 07 Benedetto XVI: in tempi di crisi, Cristo è la speranzaBenedetto XVI: in tempi di crisi, Cristo è la speranzaMessa nella solennità dell'Epifania La resurrezione di Gesù, con cui ha vinto il potere della morte, è la “consapevolezza” che “sostiene il cammino della Chiesa, Corpo di Cristo, lungo i sentieri della storia”. “Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo. Per questo nei credenti in Cristo non viene mai meno la speranza, anche oggi, dinanzi alla grande crisi sociale ed economica che travaglia l’umanità”, ha affermato il Pontefice. Questa speranza si impone “davanti all’odio e alla violenza distruttrice che non cessano di insanguinare molte regioni della terra, dinanzi all’egoismo e alla pretesa dell’uomo di ergersi come dio di se stesso, che conduce talora a pericolosi stravolgimenti del disegno divino circa la vita e la dignità dell’essere umano, circa la famiglia e l’armonia del creato”. “Il nostro sforzo di liberare la vita umana e il mondo dagli avvelenamenti e dagli inquinamenti che potrebbero distruggere il presente e il futuro, conserva il suo valore e il suo senso”, ha aggiunto citando l'Enciclica Spe salvi, “anche se apparentemente non abbiamo successo o sembriamo impotenti di fronte al sopravvento di forze ostili”. “E' la grande speranza poggiante sulle promesse di Dio che, nei momenti buoni come in quelli cattivi, ci dà coraggio e orienta il nostro agire”, ha aggiunto citando il numero 35 dell'Enciclica. In questo contesto, ha osservato, la Chiesa “non può vantarsi di nulla se non nel suo Signore: non da lei proviene la luce, non è sua la gloria”. “Ma proprio questa è la sua gioia, che nessuno potrà toglierle: essere 'segno e strumento' di Colui che è 'lumen gentium', luce dei popoli”, ha detto citando le prime due parole della Costituzione Dogmatica del Concilio Vaticano II. Per questo, il Papa ha concluso rivolgendosi alle migliaia di pellegrini che riempivano il tempio cattolico più grande del pianeta con queste parole: “pregate per noi, Pastori della Chiesa, affinché, assimilando quotidianamente la Parola di Dio, possiamo trasmetterla fedelmente ai fratelli”. “Ma anche noi preghiamo per voi, fedeli tutti, perché ogni cristiano è chiamato per il Battesimo e la Confermazione ad annunciare Cristo luce del mondo, con la parola e la testimonianza della vita”, ha aggiunto. Dopo aver celebrato l'Eucaristia, il Papa ha presieduto dalla finestra del suo studio la preghiera mariana dell'Angelus di fronte alle migliaia di fedeli riuniti per la festa dell'Epifania in Piazza San Pietro. Nella sua allocuzione, ha riflettuto sull'“ostilità, o ambiguità, o superficialità” che sia gli uomini dell'epoca di Gesù che i contemporanei manifestano di fronte al Salvatore. A questo atteggiamento, Benedetto XVI ha contrapposto il mistero del vero Dio, che “ci viene incontro nella disarmante mitezza dell’amore”. Gesù, ha constatato, “è il Dio della misericordia e della fedeltà; Egli vuole regnare nell’amore e nella verità e ci chiede di convertirci, di abbandonare le opere malvagie e di percorrere decisamente la via del bene”. Benedetto XVI e il culto spirituale in San PaoloBenedetto XVI e il culto spirituale in San PaoloIntervento in occasione dell'Udienza generale Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, riprendendo il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sul tema: "Il culto spirituale".
* * * Cari fratelli e sorelle, in questa prima Udienza generale del 2009, desidero formulare a tutti voi fervidi auguri per il nuovo anno appena iniziato. Ravviviamo in noi l’impegno di aprire a Cristo la mente ed il cuore, per essere e vivere da veri amici suoi. La sua compagnia farà sì che quest’anno, pur con le sue inevitabili difficoltà, sia un cammino pieno di gioia e di pace. Solo, infatti, se resteremo uniti a Gesù, l’anno nuovo sarà buono e felice. L’impegno di unione con Cristo è l’esempio che ci offre anche san Paolo. Proseguendo le catechesi a lui dedicate, ci soffermiamo oggi a riflettere su uno degli aspetti importanti del suo pensiero, quello riguardante il culto che i cristiani sono chiamati a esercitare. In passato, si amava parlare di una tendenza piuttosto anti-cultuale dell’Apostolo, di una "spiritualizzazione" dell’idea del culto. Oggi comprendiamo meglio che Paolo vede nella croce di Cristo una svolta storica, che trasforma e rinnova radicalmente la realtà del culto. Ci sono soprattutto tre testi della Lettera ai Romani nei quali appare questa nuova visione del culto. 1. In Rm 3,25, dopo aver parlato della "redenzione realizzata da Cristo Gesù", Paolo continua con una formula per noi misteriosa e dice così: Dio lo "ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue". Con questa espressione per noi piuttosto strana – "strumento di espiazione" – san Paolo accenna al cosiddetto "propiziatorio" dell’antico tempio, cioè il coperchio dell’arca dell’alleanza, che era pensato come punto di contatto tra Dio e l’uomo, punto della misteriosa presenza di Lui nel mondo degli uomini. Questo "propiziatorio", nel grande giorno della riconciliazione – "yom kippur" – veniva asperso col sangue di animali sacrificati – sangue che simbolicamente portava i peccati dell’anno trascorso in contatto con Dio e così i peccati gettati nell’abisso della bontà divina erano quasi assorbiti dalla forza di Dio, superati, perdonati. La vita cominciava di nuovo. San Paolo, accenna a questo rito e dice: Questo rito era espressione del desiderio che si potessero realmente mettere tutte le nostre colpe nell’abisso della misericordia divina e così farle scomparire. Ma col sangue di animali non si realizza questo processo. Era necessario un contatto più reale tra colpa umana ed amore divino. Questo contatto ha avuto luogo nella croce di Cristo. Cristo, Figlio vero di Dio, fattosi uomo vero, ha assunto in se tutta la nostra colpa. Egli stesso è il luogo di contatto tra miseria umana e misericordia divina; nel suo cuore si scioglie la massa triste del male compiuto dall’umanità, e si rinnova la vita. Rivelando questo cambiamento, san Paolo ci dice: Con la croce di Cristo – l’atto supremo dell’amore divino divenuto amore umano – il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito. Questo culto simbolico, culto di desiderio, è adesso sostituito dal culto reale: l’amore di Dio incarnato in Cristo e portato alla sua completezza nella morte sulla croce. Quindi non è questa una spiritualizzazione di un culto reale, ma al contrario il culto reale, il vero amore divino-umano, sostituisce il culto simbolico e provvisorio. La croce di Cristo, il suo amore con carne e sangue è il culto reale, corrispondendo alla realtà di Dio e dell’uomo. Già prima della distruzione esterna del tempio per Paolo l’era del tempio e del suo culto è finita: Paolo si trova qui in perfetta consonanza con le parole di Gesù, che aveva annunciato la fine del tempio ed annunciato un altro tempio "non fatto da mani d’uomo" – il tempio del suo corpo resuscitato (cfr Mc 14,58; Gv 2,19ss). Questo è il primo testo. 2. Il secondo testo del quale vorrei oggi parlare si trova nel primo versetto del capitolo 12 della Lettera ai Romani. Lo abbiamo ascoltato e lo ripeto ancora: "Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale". In queste parole si verifica un apparente paradosso: mentre il sacrificio esige di norma la morte della vittima, Paolo ne parla invece in rapporto alla vita del cristiano. L'espressione "presentare i vostri corpi", stante il successivo concetto di sacrificio, assume la sfumatura cultuale di "dare in oblazione, offrire". L’esortazione a "offrire i corpi" si riferisce all’intera persona; infatti, in Rm 6, 13 egli invita a "presentare voi stessi". Del resto, l’esplicito riferimento alla dimensione fisica del cristiano coincide con l’invito a "glorificare Dio nel vostro corpo" (1 Cor 6,20): si tratta cioè di onorare Dio nella più concreta esistenza quotidiana, fatta di visibilità relazionale e percepibile. Un comportamento del genere viene da Paolo qualificato come "sacrificio vivente, santo, gradito a Dio". È qui che incontriamo appunto il vocabolo "sacrificio". Nell'uso corrente questo termine fa parte di un contesto sacrale e serve a designare lo sgozzamento di un animale, di cui una parte può essere bruciata in onore degli dèi e un'altra parte essere consumata dagli offerenti in un banchetto. Paolo lo applica invece alla vita del cristiano. Infatti egli qualifica un tale sacrificio servendosi di tre aggettivi. Il primo – "vivente" – esprime una vitalità. Il secondo – "santo" – ricorda l'idea paolina di una santità legata non a luoghi o ad oggetti, ma alla persona stessa dei cristiani. Il terzo – "gradito a Dio" – richiama forse la frequente espressione biblica del sacrificio "in odore di soavità" (cfr Lev 1,13.17; 23,18; 26,31; ecc.). Subito dopo, Paolo definisce così questo nuovo modo di vivere: questo è "il vostro culto spirituale". I commentatori del testo sanno bene che l'espressione greca (tçn logikçn latreían) non è di facile traduzione. La Bibbia latina traduce: "rationabile obsequium". La stessa parola "rationabile" appare nella prima Preghiera eucaristica, il Canone Romano: in esso si prega che Dio accetti questa offerta come "rationabile". La consueta traduzione italiana "culto spirituale" non riflette tutte le sfumature del testo greco (e neppure di quello latino). In ogni caso non si tratta di un culto meno reale, o addirittura solo metaforico, ma di un culto più concreto e realistico – un culto nel quale l’uomo stesso nella sua totalità di un essere dotato di ragione, diventa adorazione, glorificazione del Dio vivente. Questa formula paolina, che ritorna poi nella Preghiera eucaristica romana, è frutto di un lungo sviluppo dell’esperienza religiosa nei secoli antecedenti a Cristo. In tale esperienza si incontrano sviluppi teologici dell’Antico Testamento e correnti del pensiero greco. Vorrei mostrare almeno qualche elemento di questo sviluppo. I Profeti e molti Salmi criticano fortemente i sacrifici cruenti del tempio. Dice per esempio il Salmo 50 (49), in cui è Dio che parla: "Se avessi fame a te non lo direi, mio è il mondo e quanto contiene. Mangerò forse la carne dei tori, berrò forse il sangue dei capri? Offri a Dio un sacrificio di lode…" (vv 12–14). Nello stesso senso dice il Salmo seguente, 51 (50): "..non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti. Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi" (vv 18s). Nel Libro di Daniele, al tempo della nuova distruzione del tempio da parte del regime ellenistico (II secolo a. C.) troviamo un nuovo passo nella stessa direzione. In mezzo al fuoco – cioè alla persecuzione, alla sofferenza – Azaria prega così: "Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia. Potessimo essere accolti con cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori… Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito …" (Dan 3,38ss). Nella distruzione del santuario e del culto, in questa situazione di privazione di ogni segno della presenza di Dio, il credente offre come vero olocausto il cuore contrito – il suo desiderio di Dio. Vediamo uno sviluppo importante, bello, ma con un pericolo. C’è una spiritualizzazione, una moralizzazione del culto: il culto diventa solo cosa del cuore, dello spirito. Ma manca il corpo, manca la comunità. Così si capisce per esempio che il Salmo 51 e anche il Libro di Daniele, nonostante la critica del culto, desiderano il ritorno al tempo dei sacrifici. Ma si tratta di un tempo rinnovato, un sacrificio rinnovato, in una sintesi che ancora non era prevedibile, che ancora non si poteva pensare. Ritorniamo a san Paolo. Egli è erede di questi sviluppi, del desiderio del vero culto, nel quale l’uomo stesso diventi gloria di Dio, adorazione vivente con tutto il suo essere. In questo senso egli dice ai Romani: "Offrite i vostri corpi come sacrificio vivente…: è questo il vostro culto spirituale" (Rm 12,1). Paolo ripete così quanto aveva già indicato nel capitolo 3: Il tempo dei sacrifici di animali, sacrifici di sostituzione, è finito. È venuto il tempo del vero culto. Ma qui c’è anche il pericolo di un malinteso: si potrebbe facilmente interpretare questo nuovo culto in un senso moralistico: offrendo la nostra vita facciamo noi il vero culto. In questo modo il culto con gli animali sarebbe sostituito dal moralismo: l’uomo stesso farebbe tutto da sé con il suo sforzo morale. E questo certamente non era l’intenzione di san Paolo. Ma rimane la questione: Come dobbiamo dunque interpretare questo "culto spirituale, ragionevole"? Paolo suppone sempre che noi siamo divenuti "uno in Cristo Gesù" (Gal 3,28), che siamo morti nel battesimo (cfr Rm 1) e viviamo adesso con Cristo, per Cristo, in Cristo. In questa unione – e solo così – possiamo divenire in Lui e con Lui "sacrificio vivente", offrire il "culto vero". Gli animali sacrificati avrebbero dovuto sostituire l’uomo, il dono di sé dell’uomo, e non potevano. Gesù Cristo, nella sua donazione al Padre e a noi, non è una sostituzione, ma porta realmente in sé l’essere umano, le nostre colpe ed il nostro desiderio; ci rappresenta realmente, ci assume in sé. Nella comunione con Cristo, realizzata nella fede e nei sacramenti, diventiamo, nonostante tutte le nostre insufficienze, sacrificio vivente: si realizza il "culto vero". Questa sintesi sta al fondo del Canone romano in cui si prega affinché questa offerta diventi "rationabile" – che si realizzi il culto spirituale. La Chiesa sa che nella Santissima Eucaristia l’autodonazione di Cristo, il suo sacrificio vero diventa presente. Ma la Chiesa prega che la comunità celebrante sia realmente unita con Cristo, sia trasformata; prega perché noi stessi diventiamo quanto non possiamo essere con le nostre forze: offerta "rationabile" che piace a Dio. Così la Preghiera eucaristica interpreta in modo giusto le parole di san Paolo. Sant’Agostino ha chiarito tutto questo in modo meraviglioso nel 10° libro della sua Città di Dio. Cito solo due frasi. "Questo è il sacrificio dei cristiani: pur essendo molti siamo un solo corpo in Cristo"… "Tutta la comunità (civitas) redenta, cioè la congregazione e la società dei santi, è offerta a Dio mediante il Sommo Sacerdote che ha donato se stesso" (10,6: CCL 47, 27 ss). 3. Alla fine ancora una brevissima parola sul terzo testo della Lettera ai Romani concernente il nuovo culto. San Paolo dice così nel cap. 15: "La grazia che mi è stata concessa da parte di Dio di essere "liturgo" di Cristo Gesù per i pagani, di essere sacerdote (hierourgein) del vangelo di Dio perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo" (15, 15s). Vorrei sottolineare solo due aspetti di questo testo meraviglioso e quanto alla terminologia unica nelle lettere paoline. Innanzitutto, san Paolo interpreta la sua azione missionaria tra i popoli del mondo per costruire la Chiesa universale come azione sacerdotale. Annunciare il Vangelo per unire i popoli nella comunione del Cristo risorto è una azione "sacerdotale". L’apostolo del Vangelo è un vero sacerdote, fa ciò che è il centro del sacerdozio: prepara il vero sacrificio. E poi il secondo aspetto: la meta dell’azione missionaria è – così possiamo dire – la liturgia cosmica: che i popoli uniti in Cristo, il mondo, diventi come tale gloria di Dio, "oblazione gradita, santificata nello Spirito Santo". Qui appare l’aspetto dinamico, l’aspetto della speranza nel concetto paolino del culto: l’autodonazione di Cristo implica la tendenza di attirare tutti alla comunione del suo Corpo, di unire il mondo. Solo in comunione con Cristo, l’Uomo esemplare, uno con Dio, il mondo diventa così come tutti noi lo desideriamo: specchio dell’amore divino. Questo dinamismo è presente sempre nell’Eucaristia – questo dinamismo deve ispirare e formare la nostra vita. E con questo dinamismo cominciamo il nuovo anno. Grazie per la vostra pazienza.
[Il Papa ha poi detto in italiano:] Nel clima ancora del Natale, mi è gradito rivolgere un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto, in particolare, i sacerdoti novelli dei Legionari di Cristo con i loro familiari; le Suore Domenicane Ancelle del Signore e le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, partecipanti ai rispettivi Capitoli Generali. Cari fratelli e sorelle, vi esorto tutti a crescere con sempre maggiore entusiasmo nel vostro generoso impegno di testimonianza evangelica. Rivolgo, infine, il mio pensiero ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Ieri, solennità dell'Epifania del Signore, abbiamo ricordato il cammino dei Magi verso Cristo, guidati dalla luce della stella. Il loro esempio alimenti in voi, cari giovani, il desiderio di incontrare Gesù e di trasmettere a tutti la gioia che scaturisce dall’accoglienza del Vangelo; conduca voi, cari ammalati, ad offrire al Bambino di Betlemme, i vostri dolori e le sofferenze; costituisca per voi, cari sposi novelli, un costante stimolo a rendere le vostre famiglie "luogo" accogliente dei segni misteriosi di Dio e del dono della vita. [© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana] Il Papa: il nuovo anno sarà felice se vissuto insieme a CristoIl Papa: il nuovo anno sarà felice se vissuto insieme a CristoIl suo consiglio: vivere come “veri amici suoi" E' stato questo il consiglio che il Pontefice ha lasciato all'inizio del suo intervento: "Ravviviamo in noi l'impegno di aprire a Cristo la mente ed il cuore, per essere e vivere da veri amici suoi". "La sua compagnia farà sì che quest'anno, pur con le sue inevitabili difficoltà, sia un cammino pieno di gioia e di pace. Solo, infatti, se resteremo uniti a Gesù, l'anno nuovo sarà buono e felice", ha assicurato. Al termine dell'udienza, rivolgendo un saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli, ha quindi richiamato la solennità dell'Epifania del Signore, celebrata ieri, nella quale "abbiamo ricordato il cammino dei Magi verso Cristo, guidati dalla luce della stella". "Il loro esempio – ha detto il Papa – alimenti in voi, cari giovani, il desiderio di incontrare Gesù e di trasmettere a tutti la gioia che scaturisce dall'accoglienza del Vangelo". Successivamente, rivolgendosi ai "cari ammalati", li ha invitati "ad offrire al Bambino di Betlemme, i vostri dolori e le sofferenze". Infine, salutando gli sposi novelli, alcuni dei quali presenti con gli abiti da cerimonia, ha augurato loro che l'incontro con Cristo sia “un costante stimolo a rendere le vostre famiglie 'luogo' accogliente dei segni misteriosi di Dio e del dono della vita". L'udienza odierna, ha constatado "L'Osservatore Romano", è stata caratterizzata dalla presenza di un migliaio di Legionari di Cristo, ai quali il Papa ha rivolto un saluto affettuso. Erano i sacerdoti novelli dell'Istituto, gli studenti e i religiosi che vivono in Roma accompagnati dai familiari. A guidarli il Superiore generale, padre Álvaro Corcuera Martínez del Río, il Vicario generale, padre Luis Garza, e il Rettore del Centro studi superiori di Roma, padre Miguel Segura. Due congregazioni religiose femminili hanno voluto esprimere la loro fedeltà al Papa partecipando all'Udienza in occasione dei rispettivi capitoli generali: le domenicane ancelle del Signore e le minime di nostra Signora del Suffragio. La nuova superiora generale delle ancelle, suor Sara Magli, e la Vicaria, suor Maddalena Guido, hanno accompagnato le 25 religiose che, dal 26 dicembre al 5 gennaio, hanno celebrato il capitolo elettivo. Suor Fabiola De Tomi, riconfermata Superiora generale delle minime, e suor Teresita Brazzale, Vicaria, guidavano le 30 capitolari dell'Istituto. Tra le parrocchie provenienti dall'Italia, quella di San Pietro martire in Varano di Ancona, accompagnata dall'Arcivescovo di Ancona-Osimo, mons. Edoardo Menichelli, dal parroco don Fausto Guidi e da Giacinto Cavalieri del gruppo “La pasquella”: una cinquantina di persone vestite con gli abiti tradizionali dei pastori. Nato oltre 200 anni fa per cantare in dialetto l'annuncio della Pasqua, il gruppo ha iniziato negli ultimi decenni a girare per le strade anche in occasione delle festività natalizie, annunciando la nascita di Gesù e ricordando che furono proprio i pastori i primi a vedere il bambino di Betlemme, ha spiegato il quotidiano vaticano. Il culto vero si realizza nell'unione con Cristo, spiega il PapaIl culto vero si realizza nell'unione con Cristo, spiega il PapaNel proseguire il ciclo di catechesi dedicate a San Paolo Di fronte ai pellegrini presenti nell'Aula Paolo VI, il Papa ha riflettuto su uno dei temi più importanti della teologia paolina, riguardante la questione del "nuovo culto" inaugurato con il cristianesimo, in opposizione ai rituali in uso nel mondo ebraico e pagano. Partendo da tre testi della lettera di San Paolo ai Romani, il Pontefice ha spiegato che per l'Apostolo delle Genti il nuovo culto aveva preso vita dal sacrificio di Cristo sulla Croce. “Il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme” per il perdono dei peccati “è finito”, ha affermato il Papa, perché è stato il Figlio stesso di Dio a prendere su di sé le colpe degli uomini. “Nel suo cuore si scioglie la massa triste del male compiuto dall’umanità e si rinnova la vita”, ha aggiunto. Tuttavia – ha spiegato poi il Papa – due sono i malintesi che possono derivare da questa concezione. Il vero culto, “la vera adorazione è l’uomo unito alla volontà di Dio”, ma si può rischiare “una spiritualizzazione della religione” staccata dalla comunità dei credenti, ha avvertito. D’altra parte, vero culto è onorare Dio nella vita concreta, ma c’è il pericolo di ridurre la fede a moralismo: “l’uomo farebbe tutto da sé con il suo sforzo morale”. Il vero culto spirituale – ha osservato il Santo Padre – è possibile solo se siamo divenuti “uno in Cristo Gesù”. Un quindi culto non moralistico, in cui “i veri sacrifici sono le opere di misericordia”. Compito “sacerdotale” della Chiesa – ha poi afferma il Papa – è allora quello di “annunciare il Vangelo per unire i popoli nell’unico corpo del Cristo risorto”, perché il mondo stesso diventi “gloria di Dio”. “Questo dinamismo – ha quindi concluso – è presente sempre nell’Eucaristia – questo dinamismo deve ispirare e formare la nostra vita”. December 24 Il Papa invita a contemplare il mistero del NataleIl Papa invita a contemplare il mistero del NataleNell'intervento in occasione della recita dell'Angelus Il Papa si è soffermato sul significato della recita dell'Angelus, che contiene proprio il Vangelo che si proclama in questa ultima domenica d'Avvento, quello dell'annunciazione dell'angelo a Maria. Anche l'orazione Colletta di questa domenica è la stessa che si recita al termine dell'Angelus. "Questa preghiera ci fa rivivere il momento decisivo in cui Dio bussò al cuore di Maria e, ricevuto il suo 'sì', incominciò a prendere carne in lei e da lei", ha spiegato. L'incarnazione e la nascita di Cristo rappresentano, ha affermato il Papa, "il primo cardine della redenzione". "Il secondo è la morte e risurrezione di Gesù, e questi due cardini inseparabili manifestano un unico disegno divino: salvare l'umanità e la sua storia assumendole fino in fondo col farsi carico interamente di tutto il male che le opprime", ha osservato. Per questo, "a pochi giorni ormai dalla festa del Natale, siamo invitati a fissare lo sguardo sul mistero ineffabile che Maria ha custodito per nove mesi nel suo grembo verginale: il mistero di Dio che si fa uomo". "Prepariamoci ad accogliere con fede il Redentore che viene a stare con noi, Parola d'amore di Dio per l'umanità di ogni tempo", ha concluso. Il Papa: l'incarnazione e la morte e resurrezione di Gesù, cardini della redenzioneIl Papa: l'incarnazione e la morte e resurrezione di Gesù, cardini della redenzioneIntervento in occasione dell'Angelus
* * * Cari fratelli e sorelle, il Vangelo di questa quarta domenica di Avvento ci ripropone il racconto dell'Annunciazione (Lc 1,26-38), il mistero a cui ritorniamo ogni giorno recitando l'Angelus. Questa preghiera ci fa rivivere il momento decisivo, in cui Dio bussò al cuore di Maria e, ricevuto il suo "sì", incominciò a prendere carne in lei e da lei. L'orazione "Colletta" della Messa odierna è la stessa che si recita al termine dell'Angelus e, in italiano, dice così: "Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre. Tu, che all'annunzio dell'Angelo ci hai rivelato l'incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione". A pochi giorni ormai dalla festa del Natale, siamo invitati a fissare lo sguardo sul mistero ineffabile che Maria ha custodito per nove mesi nel suo grembo verginale: il mistero di Dio che si fa uomo. E' questo il primo cardine della redenzione. Il secondo è la morte e risurrezione di Gesù, e questi due cardini inseparabili manifestano un unico disegno divino: salvare l'umanità e la sua storia assumendole fino in fondo col farsi carico interamente di tutto il male che le opprime. Questo mistero di salvezza, oltre a quella storica, ha una dimensione cosmica: Cristo è il sole di grazia che, con la sua luce, "trasfigura ed accende l'universo in attesa" (Liturgia). La stessa collocazione della festa del Natale è legata al solstizio d'inverno, quando le giornate, nell'emisfero boreale, ricominciano ad allungarsi. A questo proposito, forse non tutti sanno che Piazza San Pietro è anche una meridiana: il grande obelisco, infatti, getta la sua ombra lungo una linea che corre sul selciato verso la fontana sotto questa finestra, ed in questi giorni l'ombra è la più lunga dell'anno. Questo ci ricorda la funzione dell'astronomia nello scandire i tempi della preghiera. L'Angelus, ad esempio, si recita al mattino, a mezzogiorno e alla sera, e con la meridiana, che anticamente serviva proprio per conoscere il "mezzogiorno vero", si regolavano gli orologi. Il fatto che proprio oggi, 21 dicembre, in questa stessa ora, cade il solstizio d'inverno, mi offre l'opportunità di salutare tutti coloro che parteciperanno a vario titolo alle iniziative per l'anno mondiale dell'astronomia, il 2009, indetto nel 4° centenario delle prime osservazioni al telescopio di Galileo Galilei. Tra i miei Predecessori di venerata memoria vi sono stati cultori di questa scienza, come Silvestro II, che la insegnò, Gregorio XIII, a cui dobbiamo il nostro calendario, e san Pio X, che sapeva costruire orologi solari. Se i cieli, secondo le belle parole del salmista, "narrano la gloria di Dio" (Sal 19[18],2), anche le leggi della natura, che nel corso dei secoli tanti uomini e donne di scienza ci hanno fatto capire sempre meglio, sono un grande stimolo a contemplare con gratitudine le opere del Signore. Torniamo ora con lo sguardo verso Maria e Giuseppe, che attendono la nascita di Gesù, ed impariamo da loro il segreto del raccoglimento per gustare la gioia del Natale. Prepariamoci ad accogliere con fede il Redentore che viene a stare con noi, Parola d'amore di Dio per l'umanità di ogni tempo. [Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:] Sono lieto di salutare i 50 sacerdoti novelli dei Legionari di Cristo, che ieri hanno ricevuto l'Ordinazione per le mani del Cardinale Angelo Sodano nella Basilica di San Paolo fuori le Mura. Carissimi, l'amore di Cristo, che spinse san Paolo nella sua missione, animi sempre il vostro ministero. Vi benedico di cuore insieme con i vostri cari! Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Gorla Minore e l'associazione "Quelli della Rosa Gialla", di Palermo, che ha realizzato un'opera teatrale ispirata alla testimonianza del compianto Don Pino Puglisi. A tutti auguro una buona domenica e un Natale di gioia e di pace. [© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana] Benedetto XVI: il Sinodo dei Vescovi, una nuova PentecosteBenedetto XVI: il Sinodo dei Vescovi, una nuova PentecosteDio risponde alle nostre domande, afferma
Nel Sinodo, ha affermato, “Pastori provenienti da tutto il mondo si sono riuniti intorno alla Parola di Dio, che era stata innalzata in mezzo a loro; intorno alla Parola di Dio, la cui grande manifestazione si trova nella Sacra Scrittura”. Questa Pentecoste deve essere intesa in due sensi, ha spiegato il Papa: da un lato, la Chiesa “parla in molte lingue”, visto che sono “rappresentate in essa tutte le grandi lingue del mondo”. C'è tuttavia anche un senso più profondo: “in essa sono presenti i molteplici modi dell’esperienza di Dio e del mondo, la ricchezza delle culture, e solo così appare la vastità dell’esistenza umana e, a partire da essa, la vastità della Parola di Dio”. “Tuttavia abbiamo anche appreso che la Pentecoste è tuttora 'in cammino', è tuttora incompiuta: esiste una moltitudine di lingue che ancora attendono la Parola di Dio contenuta nella Bibbia”, ha aggiunto. L'aspetto più importante del Sinodo, ha sottolineato Benedetto XVI, è riscoprire “ciò che nel quotidiano ormai diamo troppo per scontato”: “il fatto che Dio parli, che Dio risponda alle nostre domande. Il fatto che Egli, sebbene in parole umane, parli di persona e noi possiamo ascoltarLo e, nell’ascolto, imparare a conoscerLo e a comprenderLo”. La Parola di Dio “si rivolge a ciascuno di noi, parla al cuore di ciascuno: se il nostro cuore si desta e l’udito interiore si apre, allora ognuno può imparare a sentire la parola rivolta appositamente a lui”. “Allora ci siamo nuovamente resi conto che – proprio perché la Parola è così personale – possiamo comprenderla in modo giusto e totale solo nel 'noi' della comunità istituita da Dio: essendo sempre consapevoli che non possiamo mai esaurirla completamente, che essa ha da dire qualcosa di nuovo ad ogni generazione”. Il Pontefice ha poi espresso l'auspicio che “le esperienze e le acquisizioni del Sinodo influiscano efficacemente sulla vita della Chiesa”. In particolare, ha richiamato l'attenzione “sul personale rapporto con le Sacre Scritture, sulla loro interpretazione nella Liturgia e nella catechesi come anche nella ricerca scientifica, affinché la Bibbia non rimanga una Parola del passato, ma la sua vitalità e attualità siano lette e dischiuse nella vastità delle dimensioni dei suoi significati”. Il Papa ha sottolineato come momenti importanti del Sinodo soprattutto l'intervento del Patriarca di Costantinopoli e il discorso del rabbino. “Un momento importante per il Sinodo, anzi, per il cammino della Chiesa nel suo insieme, è stato quello in cui il Patriarca Bartolomeo, alla luce della tradizione ortodossa, con penetrante analisi ci ha aperto un accesso alla Parola di Dio”, ha infatti affermato, definendo poi “commoventi anche le molteplici testimonianze di fedeli laici da ogni parte del mondo, che non solo vivono la Parola di Dio, ma anche soffrono per essa”. Sugli scritti biblici, il Papa ha osservato che “abbiamo visto che il loro messaggio non rimane nel passato né può essere rinchiuso in esso: Dio, in fondo, parla sempre al presente, e avremo ascoltato la Bibbia in maniera piena solo quando avremo scoperto questo 'presente' di Dio, che ci chiama ora”. “Questa Parola ha plasmato una storia comune e vuole continuare a farlo”, ha concluso. December 14 Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2009Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2009“Combattere la povertà, costruire la pace”
* * * 1. Anche all'inizio di questo nuovo anno desidero far giungere a tutti il mio augurio di pace ed invitare, con questo mio Messaggio, a riflettere sul tema: Combattere la povertà, costruire la pace. Già il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1993, aveva sottolineato le ripercussioni negative che la situazione di povertà di intere popolazioni finisce per avere sulla pace. Di fatto, la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi alimentano tragiche situazioni di povertà. « S'afferma... e diventa sempre più grave nel mondo – scriveva Giovanni Paolo II – un'altra seria minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s'impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale » [1]. 2. In questo contesto, combattere la povertà implica un'attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla globalizzazione dovrebbe, però, rivestire anche un significato spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino, quello della vocazione a costituire un'unica famiglia in cui tutti – individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità. In tale prospettiva occorre avere, della povertà, una visione ampia ed articolata. Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali. Ad esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che viene chiamato il « sottosviluppo morale » [2] e, dall'altra, alle conseguenze negative del « supersviluppo » [3]. Non dimentico poi che, nelle società cosiddette « povere », la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla propria radice il mancato rispetto della trascendente dignità della persona umana. Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera « ecologia umana » [4], si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà, com'è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente la mia attenzione. Povertà e implicazioni morali 3. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto campagne di riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con metodi non rispettosi né della dignità della donna né del diritto dei coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli [5] e spesso, cosa anche più grave, non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata, e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico. Il dato ora rilevato pone in evidenza che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero, anche in presenza di una crescita della popolazione. Né va dimenticato che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione sulla terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all'elevato numero dei loro abitanti. Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà. 4. Un altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche quali, ad esempio, la malaria, la tubercolosi e l'AIDS, che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente sul peggioramento delle condizioni generali del Paese. I tentativi di frenare le conseguenze di queste malattie sulla popolazione non sempre raggiungono risultati significativi. Capita, inoltre, che i Paesi vittime di alcune di tali pandemie, per farvi fronte, debbano subire i ricatti di chi condiziona gli aiuti economici all'attuazione di politiche contrarie alla vita. È soprattutto difficile combattere l'AIDS, drammatica causa di povertà, se non si affrontano le problematiche morali con cui la diffusione del virus è collegata. Occorre innanzitutto farsi carico di campagne che educhino specialmente i giovani a una sessualità pienamente rispondente alla dignità della persona; iniziative poste in atto in tal senso hanno gia dato frutti significativi, facendo diminuire la diffusione dell'AIDS. Occorre poi mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure necessarie; ciò suppone una decisa promozione della ricerca medica e delle innovazioni terapeutiche nonché, quando sia necessario, un'applicazione flessibile delle regole internazionali di protezione della proprietà intellettuale, così da garantire a tutti le cure sanitarie di base. 5. Un terzo ambito, oggetto di attenzione nei programmi di lotta alla povertà e che ne mostra l'intrinseca dimensione morale, è la povertà dei bambini. Quando la povertà colpisce una famiglia, i bambini ne risultano le vittime più vulnerabili: quasi la metà di coloro che vivono in povertà assoluta oggi è rappresentata da bambini. Considerare la povertà ponendosi dalla parte dei bambini induce a ritenere prioritari quegli obiettivi che li interessano più direttamente come, ad esempio, la cura delle madri, l'impegno educativo, l'accesso ai vaccini, alle cure mediche e all'acqua potabile, la salvaguardia dell'ambiente e, soprattutto, l'impegno a difesa della famiglia e della stabilità delle relazioni al suo interno. Quando la famiglia si indebolisce i danni ricadono inevitabilmente sui bambini. Ove non è tutelata la dignità della donna e della mamma, a risentirne sono ancora principalmente i figli. 6. Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già avuto modo di sottolineare, capita che « le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto afferma la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità internazionale, e gli Stati in particolare, a “promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti” (art. 26) » [6]. Questo stato di cose non facilita, anzi ostacola seriamente il raggiungimento dei grandi obiettivi di sviluppo della comunità internazionale. Inoltre, un eccessivo accrescimento della spesa militare rischia di accelerare una corsa agli armamenti che provoca sacche di sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in fattore di instabilità, di tensione e di conflitti. Come ha sapientemente affermato il mio venerato Predecessore Paolo VI, « lo sviluppo è il nuovo nome della pace » [7]. Gli Stati sono pertanto chiamati ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti, spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa autocritica. Se si giungerà ad un miglioramento dei rapporti, ciò dovrebbe consentire una riduzione delle spese per gli armamenti. Le risorse risparmiate potranno essere destinate a progetti di sviluppo delle persone e dei popoli più poveri e bisognosi: l'impegno profuso in tal senso è un impegno per la pace all'interno della famiglia umana. 7. Un quinto ambito relativo alla lotta alla povertà materiale riguarda l'attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base. Tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. La malnutrizione può anche provocare gravi danni psicofisici alle popolazioni, privando molte persone delle energie necessarie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà. E questo contribuisce ad allargare la forbice delle disuguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare violente. I dati sull'andamento della povertà relativa negli ultimi decenni indicano tutti un aumento del divario tra ricchi e poveri. Cause principali di tale fenomeno sono senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e, dall'altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri. Capita così che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti. Lotta alla povertà e solidarietà globale 8. Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana [8]. Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale [9] tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un « codice etico comune » [10], le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr Rm 2,14-15). Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della coscienza l'appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse. La Chiesa, che è « segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano », [11] continuerà ad offrire il suo contributo affinché siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale. 9. Nel campo del commercio internazionale e delle transazioni finanziarie, sono oggi in atto processi che permettono di integrare positivamente le economie, contribuendo al miglioramento delle condizioni generali; ma ci sono anche processi di senso opposto, che dividono e marginalizzano i popoli, creando pericolose premesse per guerre e conflitti. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, il commercio internazionale di beni e di servizi è cresciuto in modo straordinariamente rapido, con un dinamismo senza precedenti nella storia. Gran parte del commercio mondiale ha interessato i Paesi di antica industrializzazione, con la significativa aggiunta di molti Paesi emergenti, diventati rilevanti. Ci sono però altri Paesi a basso reddito, che risultano ancora gravemente marginalizzati rispetto ai flussi commerciali. La loro crescita ha risentito negativamente del rapido declino, registrato negli ultimi decenni, dei prezzi dei prodotti primari, che costituiscono la quasi totalità delle loro esportazioni. In questi Paesi, per la gran parte africani, la dipendenza dalle esportazioni di prodotti primari continua a costituire un potente fattore di rischio. Vorrei qui rinnovare un appello perché tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni. 10. Una riflessione simile può essere fatta per la finanza, che concerne uno degli aspetti primari del fenomeno della globalizzazione, grazie allo sviluppo dell'elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei flussi di denaro tra i diversi Paesi. La funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di scambi finanziari – a livello nazionale e globale - basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l'incremento del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune. L'appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo. Una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria [12]. 11. Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia. Richiede inoltre incentivi alla creazione di istituzioni efficienti e partecipate, come pure sostegni per lottare contro la criminalità e per promuovere una cultura della legalità. D'altra parte, non si può negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri. Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell'iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine. Se le attività economiche hanno bisogno, per svilupparsi, di un contesto favorevole, ciò non significa che l'attenzione debba essere distolta dai problemi del reddito. Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l'aumento del reddito pro capite non può costituire in assoluto il fine dell'azione politico-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per raggiungere l'obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgomberato il campo dall'illusione che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva. In un'economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo. 12. Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno spazio adeguato a una corretta logica economica da parte degli attori del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte degli attori istituzionali e ad una corretta logica partecipativa capace di valorizzare la società civile locale e internazionale. Gli stessi organismi internazionali riconoscono oggi la preziosità e il vantaggio delle iniziative economiche della società civile o delle amministrazioni locali per la promozione del riscatto e dell'inclusione nella società di quelle fasce della popolazione che sono spesso al di sotto della soglia di povertà estrema e sono al tempo stesso difficilmente raggiungibili dagli aiuti ufficiali. La storia dello sviluppo economico del XX secolo insegna che buone politiche di sviluppo sono affidate alla responsabilità degli uomini e alla creazione di positive sinergie tra mercati, società civile e Stati. In particolare, la società civile assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è essenzialmente un fenomeno culturale e la cultura nasce e si sviluppa nei luoghi del civile [13]. 13. Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, la globalizzazione « si presenta con una spiccata caratteristica di ambivalenza » [14] e quindi va governata con oculata saggezza. Rientra in questa forma di saggezza il tenere primariamente in conto le esigenze dei poveri della terra, superando lo scandalo della sproporzione esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini predispongono per affrontarli. La sproporzione è di ordine sia culturale e politico che spirituale e morale. Ci si arresta infatti spesso alle cause superficiali e strumentali della povertà, senza raggiungere quelle che albergano nel cuore umano, come l'avidità e la ristrettezza di orizzonti. I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano. Conclusione 14. Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva circa la necessità di « abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto ». « I poveri – egli scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero » [15]. Nell'attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado. La globalizzazione da sola è incapace di costruire la pace e, in molti casi, anzi, crea divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un obiettivo di profonda solidarietà che miri al bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista come un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili. 15. Da sempre la dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri. Ai tempi dell'Enciclica Rerum novarum essi erano costituiti soprattutto dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali [16]. Questo allargamento della questione sociale alla globalità va considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche di un approfondimento qualitativo sull'uomo e sui bisogni della famiglia umana. Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali fenomeni della globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane, indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in estensione, ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il suo rapporto con Dio. Sono principi di dottrina sociale che tendono a chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione verso la costruzione della pace. Tra questi principi è il caso di ricordare qui, in modo particolare, l'« amore preferenziale per i poveri » [17], alla luce del primato della carità, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini (cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10). « Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi », scriveva nel 1891 Leone XIII, aggiungendo: « Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua » [18]. Questa consapevolezza accompagna anche oggi l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo [19], sentendo risuonare costantemente nel suo cuore il mandato del Principe della pace agli Apostoli: « Vos date illis manducare – date loro voi stessi da mangiare » (Lc 9,13). Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare « gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società » [20]. Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui « combattere la povertà è costruire la pace ». Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008 BENEDICTUS PP. XVI
[1] Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1. [2] Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 19. [3] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 28. [4] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 38. [5] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 37; Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 25. [6] Benedetto XVI, Lettera al Cardinale Renato Raffaele Martino in occasione del Seminario internazionale organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema « Disarmo, sviluppo e pace. Prospettive per un disarmo integrale », 10 aprile 2008: L'Osservatore Romano, 13.4.2008, p. 8. [7] Lett. enc. Populorum progressio, 87. [8] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58. [9] Cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Udienza alle Acli, 27 aprile 2002, 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXV, 1 [2002], 637. [10] Giovanni Paolo II, Discorso all'Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, 27 aprile 2001, 4: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXIV, 1 [2001], 802. [11] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 1. [12] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 368. [13] Cfr ibid., 356. [14] Discorso nell'Udienza a Dirigenti di sindacati di lavoratori e di grandi società, 2 maggio 2000, 3: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XXIII, 1 [2000], 726. [15] N. 28. [16] Cfr Paolo VI, Lett. enc. Populorum progressio, 3. [17] Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 42; cfr Idem, Lett. enc. Centesimus annus, 57. [18] Lett. enc. Rerum novarum, 45. [19] Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 58. [20] Ibid.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana] Benedetto XVI e gli insegnamenti sui sacramenti in San PaoloBenedetto XVI e gli insegnamenti sui sacramenti in San PaoloCITTA' DEL VATICANO, giovedì, 11 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della catechesi pronunciata questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale svoltasi nell'aula Paolo VI. Nel discorso in lingua italiana, il Santo Padre, continuando il ciclo di catechesi su San Paolo Apostolo, si è soffermato sui suoi insegnamenti riguardo ai sacramenti.
* * * Cari fratelli e sorelle, seguendo san Paolo abbiamo visto nella catechesi di mercoledì scorso due cose. La prima è che la nostra storia umana dagli inizi è inquinata dall'abuso della libertà creata, che intende emanciparsi dalla Volontà divina. E così non trova la vera libertà, ma si oppone alla verità e falsifica, di conseguenza, le nostre realtà umane. Falsifica soprattutto le relazioni fondamentali: quella con Dio, quella tra uomo e donna, quella tra l'uomo e la terra. Abbiamo detto che questo inquinamento della nostra storia si diffonde sull’intero suo tessuto e che questo difetto ereditato è andato aumentando ed è ora visibile dappertutto. Questa era la prima cosa. La seconda è questa: da san Paolo abbiamo imparato che esiste un nuovo inizio nella storia e della storia in Gesù Cristo, Colui che è uomo e Dio. Con Gesù, che viene da Dio, comincia una nuova storia formata dal suo sì al Padre, fondata perciò non sulla superbia di una falsa emancipazione, ma sull'amore e sulla verità. Ma adesso si pone la questione: come possiamo entrare noi in questo nuovo inizio, in questa nuova storia? Come questa nuova storia arriva a me? Con la prima storia inquinata siamo inevitabilmente collegati per la nostra discendenza biologica, appartenendo noi tutti all'unico corpo dell'umanità. Ma la comunione con Gesù, la nuova nascita per entrare a far parte della nuova umanità, come si realizza? Come arriva Gesù nella mia vita, nel mio essere? La risposta fondamentale di san Paolo, di tutto il Nuovo Testamento è: arriva per opera dello Spirito Santo. Se la prima storia si avvia, per così dire, con la biologia, la seconda si avvia nello Spirito Santo, lo Spirito del Cristo risorto. Questo Spirito ha creato a Pentecoste l'inizio della nuova umanità, della nuova comunità, la Chiesa, il Corpo di Cristo. Però dobbiamo essere ancora più concreti: questo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, come può diventare Spirito mio? La risposta è che ciò avviene in tre modi, intimamente connessi l'uno con l'altro. Il primo è questo: lo Spirito di Cristo bussa alle porte del mio cuore, mi tocca interiormente. Ma poiché la nuova umanità deve essere un vero corpo, poiché lo Spirito deve riunirci e realmente creare una comunità, poiché è caratteristico del nuovo inizio il superare le divisioni e creare l’aggregazione dei dispersi, questo Spirito di Cristo si serve di due elementi di aggregazione visibile: della Parola dell'annuncio e dei Sacramenti, particolarmente del Battesimo e dell'Eucaristia. Nella Lettera ai Romani, dice san Paolo: «Se con la tua bocca proclamerai: ‘Gesù è il Signore’, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (10, 9), entrerai cioè nella nuova storia, storia di vita e non di morte. Poi san Paolo continua: «Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci? E come lo annunceranno, se non sono stati inviati?» (Rm 10, 14-15). In un successivo passo dice ancora: «La fede viene dall'ascolto» (Rm 10,17). La fede non è prodotto del nostro pensiero, della nostra riflessione, è qualcosa di nuovo che non possiamo inventare, ma solo ricevere come dono, come una novità prodotta da Dio. E la fede non viene dalla lettura, ma dall'ascolto. Non è una cosa soltanto interiore, ma una relazione con Qualcuno. Suppone un incontro con l'annuncio, suppone l'esistenza dell'altro che annuncia e crea comunione. E finalmente l'annuncio: colui che annuncia non parla da sé, ma è inviato. Sta entro una struttura di missione che comincia con Gesù inviato dal Padre, passa agli apostoli - la parola apostoli significa «inviati» - e continua nel ministero, nelle missioni trasmesse dagli apostoli. Il nuovo tessuto della storia appare in questa struttura delle missioni, nella quale sentiamo ultimamente parlare Dio stesso, la sua Parola personale, il Figlio parla con noi, arriva fino a noi. La Parola si è fatta carne, Gesù, per creare realmente una nuova umanità. Perciò la parola dell'annuncio diventa Sacramento nel Battesimo, che è rinascita dall'acqua e dallo Spirito, come dirà san Giovanni. Nel sesto capitolo della Lettera ai Romani san Paolo parla in modo molto profondo del Battesimo. Abbiamo sentito il testo. Ma forse è utile ripeterlo: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo battezzati nella sua morte? Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (6,3-4). In questa catechesi, naturalmente, non posso entrare in una interpretazione dettagliata di questo testo non facile. Vorrei brevemente notare solo tre cose. La prima: «siamo stati battezzati» è un passivo. Nessun può battezzare se stesso, ha bisogno dell'altro. Nessuno può farsi cristiano da se stesso. Divenire cristiani è un processo passivo. Solo da un altro possiamo essere fatti cristiani. E questo "altro" che ci fa cristiani, ci dà il dono della fede, è in prima istanza la comunità dei credenti, la Chiesa. Dalla Chiesa riceviamo la fede, il Battesimo. Senza lasciarci formare da questa comunità non diventiamo cristiani. Un cristianesimo autonomo, autoprodotto, è una contraddizione in sé. In prima istanza, questo altro è la comunità dei credenti, la Chiesa, ma in seconda istanza anche questa comunità non agisce da sé, secondo le proprie idee e desideri. Anche la comunità vive nello stesso processo passivo: solo Cristo può costituire la Chiesa. Cristo è il vero donatore dei Sacramenti. Questo è il primo punto: nessuno battezza se stesso, nessuno fa se stesso cristiano. Cristiani lo diventiamo. La seconda cosa è questa: il Battesimo è più che un lavaggio. È morte e risurrezione. Paolo stesso parlando nella Lettera ai Galati della svolta della sua vita realizzatasi nell'incontro con Cristo risorto, la descrive con la parola: sono morto. Comincia in quel momento realmente una nuova vita. Divenire cristiani è più che un’operazione cosmetica, che aggiungerebbe qualche cosa di bello a un’esistenza già più o meno completa. È un nuovo inizio, è rinascita: morte e risurrezione. Ovviamente nella risurrezione riemerge quanto era buono nell'esistenza precedente. La terza cosa è: la materia fa parte del Sacramento. Il cristianesimo non è una realtà puramente spirituale. Implica il corpo. Implica il cosmo. Si estende verso la nuova terra e i nuovi cieli. Ritorniamo all'ultima parola del testo di san Paolo: così - dice - possiamo "camminare in una nuova vita". Elemento di un esame di coscienza per noi tutti: camminare in una nuova vita. Questo per il Battesimo. Veniamo adesso al Sacramento dell'Eucaristia. Ho già mostrato in altre catechesi con quale profondo rispetto san Paolo trasmetta verbalmente la tradizione sull'Eucaristia che ha ricevuto dagli stessi testimoni dell'ultima notte. Trasmette queste parole come un prezioso tesoro affidato alla sua fedeltà. E così sentiamo in queste parole realmente i testimoni dell'ultima notte. Sentiamo le parole dell'Apostolo: «Io infatti ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso. Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese del pane e dopo aver reso grazie lo spezzò e disse: questo è il mio Corpo che è per voi, fate questo in memoria di me. Allo stesso modo dopo aver cenato prese anche il calice dicendo: questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me» (1 Cor 11,23-25). È un testo inesauribile. Anche qui, in questa catechesi, solo due brevi osservazioni. Paolo trasmette le parole del Signore sul calice così: questo calice è «la nuova alleanza nel mio sangue». In queste parole si nasconde un accenno a due testi fondamentali dell'Antico Testamento. Il primo accenno è alla promessa di una nuova alleanza nel Libro del profeta Geremia. Gesù dice ai discepoli e dice a noi: adesso, in questa ora, con me e con la mia morte si realizza la nuova alleanza; dal mio sangue comincia nel mondo questa nuova storia dell'umanità. Ma è presente, in queste parole, anche un accenno al momento dell'alleanza del Sinai, dove Mosè aveva detto: "Ecco il sangue dell'alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di queste parole" (Es 24,8). Là si trattava di sangue di animali. Il sangue degli animali poteva essere solo espressione di un desiderio, attesa del vero sacrificio, del vero culto. Col dono del calice il Signore ci dona il vero sacrificio. L'unico vero sacrificio è l'amore del Figlio. Col dono di questo amore, amore eterno, il mondo entra nella nuova alleanza. Celebrare l'Eucaristia significa che Cristo ci dà se stesso, il suo amore, per conformarci a se stesso e per creare così il mondo nuovo. Il secondo importante aspetto della dottrina sull'Eucaristia appare nella stessa prima Lettera ai Corinzi dove san Paolo dice: «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un corpo solo: tutti infatti partecipiamo all'unico pane» (10, 16-17). In queste parole appare ugualmente il carattere personale e il carattere sociale del Sacramento dell'Eucaristia. Cristo si unisce personalmente ad ognuno di noi, ma lo stesso Cristo si unisce anche con l'uomo e con la donna accanto a me. E il pane è per me e anche per l'altro. Così Cristo ci unisce tutti a sé e unisce tutti noi, l’uno con l'altro. Riceviamo nella comunione Cristo. Ma Cristo si unisce ugualmente con il mio prossimo: Cristo e il prossimo sono inseparabili nell'Eucaristia. E così noi tutti siamo un solo pane, un solo corpo. Un’Eucaristia senza solidarietà con gli altri è un’Eucaristia abusata. E qui siamo anche alla radice e nello stesso tempo al centro della dottrina sulla Chiesa come Corpo di Cristo, del Cristo risorto. Vediamo anche tutto il realismo di questa dottrina. Cristo ci dà nell'Eucaristia il suo corpo, dà se stesso nel suo corpo e così ci fa suo corpo, ci unisce al suo corpo risorto. Se l'uomo mangia pane normale, questo pane nel processo della digestione diventa parte del suo corpo, trasformato in sostanza di vita umana. Ma nella santa Comunione si realizza il processo inverso. Cristo, il Signore, ci assimila a sé, ci introduce nel suo Corpo glorioso e così noi tutti insieme diventiamo Corpo suo. Chi legge solo il cap. 12 della prima Lettera ai Corinzi e il cap. 12 della Lettera ai Romani potrebbe pensare che la parola sul Corpo di Cristo come organismo dei carismi sia solo una specie di parabola sociologico-teologica. Realmente nella politologia romana questa parabola del corpo con diverse membra che formano una unità era usata per lo Stato stesso, per dire che lo Stato è un organismo nel quale ognuno ha la sua funzione, la molteplicità e diversità delle funzioni formano un corpo e ognuno ha il suo posto. Leggendo solo il cap. 12 della prima Lettera ai Corinzi si potrebbe pensare che Paolo si limiti a trasferire soltanto questo alla Chiesa, che anche qui si tratti solo di una sociologia della Chiesa. Ma tenendo presente questo capitolo decimo vediamo che il realismo della Chiesa è ben altro, molto più profondo e vero di quello di uno Stato-organismo. Perché realmente Cristo dà il suo corpo e ci fa suo corpo. Diventiamo realmente uniti col corpo risorto di Cristo, e così uniti l'uno con l'altro. La Chiesa non è solo una corporazione come lo Stato, è un corpo. Non è semplicemente un’organizzazione, ma un vero organismo. Alla fine, solo una brevissima parola sul Sacramento del matrimonio. Nella Lettera ai Corinzi si trovano solo alcuni accenni, mentre la Lettera agli Efesini ha realmente sviluppato una profonda teologia del Matrimonio. Paolo definisce qui il Matrimonio «mistero grande». Lo dice «in riferimento a Cristo e alla sua Chiesa» (5, 32). Va rilevata in questo passo una reciprocità che si configura in una dimensione verticale. La sottomissione vicendevole deve adottare il linguaggio dell'amore, che ha il suo modello nell'amore di Cristo verso la Chiesa. Questo rapporto Cristo-Chiesa rende primario l'aspetto teologale dell'amore matrimoniale, esalta la relazione affettiva tra gli sposi. Un autentico matrimonio sarà ben vissuto se nella costante crescita umana e affettiva si sforzerà di restare sempre legato all'efficacia della Parola e al significato del Battesimo. Cristo ha santificato la Chiesa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua, accompagnato dalla Parola. La partecipazione al corpo e sangue del Signore non fa altro che cementare, oltre che visibilizzare, una unione resa per grazia indissolubile. E alla fine sentiamo la parola di san Paolo ai Filippesi: "Il Signore è vicino" (Fil 4,5). Mi sembra che abbiamo capito che, mediante la Parola e mediante i Sacramenti, in tutta la nostra vita il Signore è vicino. Preghiamolo affinché possiamo sempre più essere toccati nell'intimo del nostro essere da questa sua vicinanza, affinché nasca la gioia – quella gioia che nasce quando Gesù è realmente vicino.
[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In italiano ha detto:] Rivolgo ora un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i rappresentanti della Federazione Italiana Gioco Calcio dell’Umbria e i fedeli della Cappellania Beato Giovanni XXIII e Beato Andrea Ferrari di Milano. Saluto inoltre la Delegazione del Comune di Mazzarrone, che ringrazio per il generoso dono dell’uva destinata ai poveri di Roma. Il mio pensiero va, infine, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Beata Vergine di Loreto, di cui oggi facciamo memoria, aiuti voi, cari giovani, a disporre i vostri cuori ad accogliere Gesù, che ci salva con la potenza del suo amore; conforti voi, cari malati, che nella vostra esperienza di malattia condividete con Cristo il peso della Croce, e incoraggi voi, cari sposi novelli che da poco tempo avete fondato la vostra famiglia, a crescere sempre più in quell'amore che Gesù ci ha donato nel suo Natale. [© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana] Il Papa: nei simboli dell'albero di Natale, il mistero della Notte SantaIl Papa: nei simboli dell'albero di Natale, il mistero della Notte SantaUdienza del Papa ai pellegrini austriaci che hanno donato l'abete in Piazza San Pietro L'abete di quest'anno ha 120 anni d'età, è alto oltre trenta metri e viene dalla zona di Gutenstein, nella valle di Piesting. In questi giorni è stato ornando con duemila sfere colorate e un nuovo sistema di luci composto da 1.500 led luminosi. Insieme al grande abete sono giunti una quarantina di esemplari più piccoli – tra cui due piante alte 18 metri – che saranno destinati a diverse zone e ambienti della Città del Vaticano, fra cui lo studio papale. Presenti all'udienza anche i giovani cantori di Altenburg e i suonatori di Ziersdorf, che con la loro esecuzione musicale hanno contribuito al clima festoso dell'incontro. “Grazie di cuore! Dove c’è l’Austria, c’è musica: lo possiamo sperimentare anche oggi in modo meraviglioso”, ha detto il Papa ringraziandoli. Richiamando l'anima profondamente cristiana dell'Austria, Benedetto XVI li ha quindi invitati a “fare in modo che anche in futuro questa testimonianza per Cristo rimanga viva per dare agli uomini sostegno e orientamento nella loro vita o [...] una ringhiera a cui appoggiarci per andare avanti”. Riflettendo sul significato dell’albero di Natale, il Papa ha detto che “la forma svettante, il suo verde e le luci sui suoi rami sono simboli di vita”, che “rimandano al mistero della Notte Santa”. “Cristo, il Figlio di Dio porta, nel mondo buio, freddo e non redento nel quale viene a nascere, una nuova speranza ed un nuovo splendore.”, ha aggiunto. “Se l’uomo si lascia toccare ed illuminare dallo splendore della verità vivente che è Cristo – ha proseguito – , sperimenterà una pace interiore nel suo cuore e diventerà egli stesso operatore di pace in una società che ha tanta nostalgia di riconciliazione e di redenzione”. L'inaugurazione dell'albero di Natale avverrà sabato, 13 dicembre, in Piazza San Pietro alla presenza del Presidente e del Segretario generale del Governatorato, rispettivamente il Cardinale Giovanni Lajolo e il Vescovo Renato Boccardo, Alla cerimonia parteciperà anche il gruppo di pellegrini austriaci guidati dal Governatore della Bassa Austria, il dr. Erwin Pröll, dall’Ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, il dr. Martin Bolldof e dal Vescovo di Sankt Pölten, monsignor Klaus Küng. Ad accendere l’albero di Piazza San Pietro sarà un bambino del coro di Altenburg. L'albero di Natale verrà in seguito riciclato per realizzare prodotti semilavorati da destinare a laboratori scolastici in cui gli stessi bambini provvederanno alla loro rifinitura. La mattina, invece, si terrà una breve cerimonia nei Giardini Vaticani, in occasione del dono di una pianta di vite, offerta da un viticoltore austriaco; la vite verrà sistemata nel giardino sottostante l’Edicola della Madonna della Guardia, alla presenza sempre del Segretario generale del Governatorato e dei responsabili della Direzione dei Servizi Tecnici. Per l'occasione interverrano anche il Governatore del land della Bassa Austria, l’Ambasciatore austriaco presso la Santa Sede, e il Vescovo di Sankt Pölten, che benedirà la pianta. Saranno presenti anche circa 40 pellegrini e un quartetto di ottoni per l’animazione musicale della cerimonia. December 07 Benedetto XVI: in Avvento Dio vuole "parlare al cuore del suo Popolo"Benedetto XVI: in Avvento Dio vuole "parlare al cuore del suo Popolo"Intervento in occasione dell'Angelus domenicale * * *
Cari fratelli e sorelle! Da una settimana stiamo vivendo il tempo liturgico dell'Avvento: tempo di apertura al futuro di Dio, tempo di preparazione al santo Natale, quando Lui, il Signore, che è la novità assoluta, è venuto ad abitare in mezzo a questa umanità decaduta per rinnovarla dall'interno. Nella liturgia dell'Avvento risuona un messaggio pieno di speranza, che invita ad alzare lo sguardo all'orizzonte ultimo, ma al tempo stesso a riconoscere nel presente i segni del Dio-con-noi. In questa seconda Domenica di Avvento la Parola di Dio assume gli accenti commoventi del cosiddetto Secondo Isaia, che agli Israeliti, provati da decenni di amaro esilio in Babilonia, annunciò finalmente la liberazione: "Consolate, consolate il mio popolo - dice il profeta a nome di Dio -. Parlate al cuore di Gerusalemme e ditele che la sua tribolazione è compiuta" (Is 40,1-2). Questo vuole fare il Signore in Avvento: parlare al cuore del suo Popolo e, per suo tramite, all'umanità intera, per annunciare la salvezza. Anche oggi si leva la voce della Chiesa: "Nel deserto preparate la via del Signore" (Is 40, 3). Per le popolazioni sfinite dalla miseria e dalla fame, per le schiere dei profughi, per quanti patiscono gravi e sistematiche violazioni dei loro diritti, la Chiesa si pone come sentinella sul monte alto della fede e annuncia: "Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore Dio viene con potenza" (Is 40,11). Questo annuncio profetico si è realizzato in Gesù Cristo. Egli, con la sua predicazione e poi con la sua morte e risurrezione, ha portato a compimento le antiche promesse, rivelando una prospettiva più profonda e universale. Ha inaugurato un esodo non più solo terreno, storico, e come tale provvisorio, ma radicale e definitivo: il passaggio dal regno del male al regno di Dio, dal dominio del peccato e della morte a quello dell'amore e della vita. Pertanto, la speranza cristiana va oltre la legittima attesa di una liberazione sociale e politica, perché ciò che Gesù ha iniziato è un'umanità nuova, che viene "da Dio", ma al tempo stesso germoglia in questa nostra terra, nella misura in cui essa si lascia fecondare dallo Spirito del Signore. Si tratta perciò di entrare pienamente nella logica della fede: credere in Dio, nel suo disegno di salvezza, ed al tempo stesso impegnarsi per la costruzione del suo Regno. La giustizia e la pace, infatti, sono dono di Dio, ma richiedono uomini e donne che siano "terra buona", pronta ad accogliere il buon seme della sua Parola. Primizia di questa nuova umanità è Gesù, Figlio di Dio e figlio di Maria. Lei, la Vergine Madre, è la "via" che Dio stesso si è preparata per venire nel mondo. Con tutta la sua umiltà, Maria cammina alla testa del nuovo Israele nell'esodo da ogni esilio, da ogni oppressione, da ogni schiavitù morale e materiale, verso "i nuovi cieli e la terra nuova, nei quali abita la giustizia" (2 Pt 3,13). Alla sua materna intercessione affidiamo l'attesa di pace e di salvezza degli uomini del nostro tempo. [Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:] Nei giorni scorsi è morto il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, Sua Santità Alessio II. Ci uniamo nella preghiera ai nostri fratelli ortodossi per raccomandare la sua anima alla bontà del Signore, affinché lo accolga nel suo Regno di luce e di pace. Nel pomeriggio di giovedì prossimo, 11 dicembre, incontrerò nella Basilica di San Pietro gli universitari degli Atenei romani, al termine della Santa Messa che sarà presieduta dal Cardinale Agostino Vallini. In occasione dell'Anno Paolino, consegnerò ai giovani studenti la Lettera ai Romani dell'apostolo Paolo, e sarò lieto di salutarli, insieme con i Rettori, i docenti e il personale tecnico e amministrativo, in questo tradizionale appuntamento che prepara al Santo Natale. Sono lieto di rivolgere un particolare saluto ai Chierici Mariani dell'Immacolata Concezione, che domani inizieranno il giubileo centenario della rinascita e della riforma della loro Congregazione. Cari Fratelli, la Vergine Maria vi ottenga abbondanti grazie e vi aiuti a rimanere sempre fedeli al vostro carisma. Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i fedeli provenienti da Pian Camuno, Castro e Salerno, e i giovani dell'Oratorio San Giuseppe di Vittoria. Un saluto speciale rivolgo anche alla Banda Sociale di Dro e al Coro "Costalta" di Baselga di Piné, in Diocesi di Trento. A tutti auguro una buona domenica e una felice festa dell'Immacolata. [© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana] December 05 Udienza del Papa ai membri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di GerusalemmeUdienza del Papa ai membri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questo venerdì ricevendo in udienza i membri dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Signor Cardinale, Venerati fratelli nell'Episcopato, Sono lieto di accogliere e dare il mio cordiale benvenuto ai Cavalieri, alle Dame ed agli Ecclesiastici che rappresentano l'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. In particolare, saluto il Signor Cardinale John Patrick Foley, Gran Maestro dell'Ordine, e lo ringrazio per le gentili parole che, anche a nome di tutti Voi, mi ha poc'anzi indirizzato. Saluto altresì il Gran Priore, Sua Beatitudine Fouad Twal, Patriarca di Gerusalemme dei Latini. Attraverso ciascuno di Voi desidero, inoltre, far giungere l'espressione della mia stima e riconoscenza a tutti i componenti del vostro benemerito Sodalizio diffuso in molte parti del mondo. Il motivo che Vi vede riuniti qui a Roma è la "consulta mondiale", che ogni cinque anni prevede l'incontro dei luogotenenti, dei delegati magisteriali e dei membri del gran magistero per valutare la situazione della comunità cattolica in Terra Santa, le attività svolte dall'Ordine e stabilire le direttive per il futuro. Nel ringraziarVi per la vostra visita, desidero manifestare il mio vivo apprezzamento specialmente per le iniziative di solidarietà fraterna che l'Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme da tanti anni continua a promuovere in favore dei Luoghi Santi. Nato infatti quale "Guardia d'onore" per la custodia del Santo Sepolcro di Nostro Signore, il vostro Ordine Equestre ha goduto di una singolare attenzione da parte dei Romani Pontefici, i quali lo hanno dotato degli strumenti spirituali e giuridici necessari per assolvere il proprio specifico servizio. Il Beato Pio IX nel 1847 lo ricostituì per favorire il ricomporsi di una Comunità di fede cattolica in Terra Santa, affidando la custodia della Tomba di Cristo non più alla forza delle armi, ma al valore di una costante testimonianza di fede e di carità verso i cristiani residenti in quelle terre. Più recentemente, il Servo di Dio Pio XII, di venerata memoria, conferì al vostro Sodalizio personalità giuridica, rendendone così più ufficiale e solida la presenza e l'opera all'interno della Chiesa e al cospetto delle Nazioni. Cari fratelli e sorelle, un vincolo antico e glorioso lega il vostro Sodalizio cavalleresco al Santo Sepolcro di Cristo, dove viene celebrata in maniera tutta particolare la gloria della sua morte e della sua risurrezione. Proprio questo costituisce il fulcro centrale della vostra spiritualità. Gesù Cristo crocifisso e risorto sia dunque il centro della vostra esistenza e di ogni vostro progetto e programma personale ed associativo. LasciateVi guidare e sostenere dalla sua potenza redentrice per vivere in profondità la missione che siete chiamati a svolgere, per offrire una eloquente testimonianza evangelica, per essere costruttori, nel nostro tempo, di una speranza fattiva fondata sulla presenza del Signore risorto, il quale, con la grazia dello Spirito Santo, guida e sostiene le fatiche di quanti si dedicano all'edificazione di una nuova umanità ispirata ai valori evangelici della giustizia, dell'amore e della pace. Quanto ha bisogno di giustizia e di pace la Terra di Gesù! Continuate a lavorare per questo, e non stancateVi di domandare, con la Preghiera del cavaliere e della dama del Santo Sepolcro, che quanto prima queste aspirazioni trovino pieno compimento. Domandate al Signore che Vi "renda convinti e sinceri ambasciatori di pace e di amore fra i fratelli"; chiedeteGli di fecondare con la potenza del suo amore la vostra costante opera a sostegno dell'ardente desiderio di pace di quelle comunità, appesantite negli ultimi anni da un clima incerto e pericoloso. A quelle care popolazioni cristiane, che continuano a soffrire a causa della crisi politica, economica e sociale del Medio Oriente, resa ancor più pesante con l'aggravarsi della situazione mondiale, rivolgo un affettuoso pensiero, riservando una particolare attestazione di vicinanza spirituale ai molti nostri fratelli nella fede che sono costretti ad emigrare. Come non condividere la pena di quelle comunità tanto provate? Come non ringraziare, al tempo stesso, Voi che Vi state adoperando generosamente per venire in loro aiuto? In questi giorni d'Avvento, mentre ci prepariamo a festeggiare il Natale, lo sguardo della nostra fede si dirige verso Betlemme, dove il Figlio di Dio è nato in una povera grotta. L'occhio del cuore si volge poi a tutti gli altri luoghi santificati dal passaggio del Redentore. A Maria, che ha dato al mondo il Salvatore, domandiamo di far sentire la sua materna protezione ai nostri fratelli e sorelle che lì abitano e quotidianamente affrontano non poche difficoltà. Le domandiamo pure di incoraggiare Voi e quanti, con l'aiuto di Dio, vogliono e possono contribuire all'edificazione di un mondo migliore. Cari Cavalieri e care Dame, alimentate in Voi il clima dell'Avvento, tenendo desta nei vostri cuori l'attesa del Signore che viene, perché possiate incontrarlo negli avvenimenti di ogni giorno e riconoscerlo e servirlo specialmente nei poveri e nei sofferenti. La Vergine di Nazaret, che tra qualche giorno invocheremo col titolo di Immacolata Concezione, Vi assista nella vostra missione di vegliare con amore sui Luoghi che videro il divin Redentore passare "beneficando e risanando tutti coloro che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con Lui" (At 10,38). Con tali sentimenti, volentieri imparto a tutti la mia Benedizione.
[© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana] San Paolo interpella i movimenti ecclesialiSan Paolo interpella i movimenti ecclesialiParlano gli iniziatori del Cammino Neocatecumenale e della Comunità di Sant CITTA' DEL VATICANO, martedì, 25 novembre 2008 (ZENIT.org).- San Paolo continua a essere motivo di illuminazione per le nuove associazioni di fedeli che fanno parte del “Corpo mistico di Cristo”, ha concluso la seconda conferenza dell'Anno Paolino svoltasi questo lunedì nella Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma. Sono intervenuti l'esegeta monsignor Rinaldo Fabris, presidente della Società Biblica Italiana, e due iniziatori di movimenti ecclesiali: Kiko Argüello, del Cammino Neocatecumenale, e Andrea Riccardi, della Comunità di Sant'Egidio.Nonostante il freddo e la pioggia tipici di una sera di fine autunno a Roma, migliaia di fedeli, soprattutto appartenenti ai due movimenti, hanno assistito all'evento per rinnovarsi con le parole dell'Apostolo delle Genti. “Siamo venuti per esprimere la nostra gratitudine e fedeltà al nostro fondatore perché grazie a lui ho potuto scoprire il Signore nel mio cuore e voglio annunciarlo in questa società decristianizzata”, ha detto a ZENIT Franco Contardi, della Comunità di Sant'Egidio. Dopo un intervento musicale da parte dei membri del Cammino Neocatecumenale, che ha permesso di meditare sui brani della prima Lettera ai Corinzi, monsignor Fabris ha offerto una lettura esegetica del testo biblico. Parlando della necessità di “vivere lo spirito del Battesimo”, ha sottolineato che è “l'unico spirito che comunica i doni” e ha sottolineato come l'Eucaristia debba essere “fonte della verità dove noi diventiamo un solo corpo”. Allo stesso modo, ha segnalato che ogni carisma deve essere alimentato dall'elemento essenziale della carità, come indica il capitolo 13 della prima Lettera ai Corinzi: “senza carità i carismi sono niente”. Cercare la forza di Dio I grandi nemici della conversione, ha aggiunto, sono “l'orgoglio e l'arroganza”, che “ci rendono deboli e paurosi”. Per questo, dobbiamo essere docili alla Parola di Dio, che “parla in tanti modi per confondere i forti”. Riccardi ha indicato in San Paolo un modello di forza tra la debolezza e ha ricordato che “l'Anno Paolino non è la celebrazione di un superuomo”. L'Apostolo delle genti “non ha parlato di se stesso. Era fragile come tutti”. “Era compenetrato con la parola di Gesù – ha osservato –. Era discepolo di Gesù rivestito dalla forza della debolezza”. Essere un buon cristiano, ha dichiarato, “ti rende più umano”. La Comunità di Sant'Egidio è stata fondata a Roma nel 1968. La sua missione è quella di giungere a quanti hanno perso il legame con la Chiesa, soprattutto i giovani e i poveri. Ha quasi 50.000 membri presenti in 70 Paesi. Il cristiano deve vivere il kerigma Da parte sua, Kiko Argüello ha sottolineato nel suo intervento l'ascolto del kerigma, che vuol dire “l'annunzio, la buona notizia che ogni volta che si proclama si realizza”. Il fondatore del Cammino Neocatecumenale ha preso una croce di bronzo che si trovava al fianco degli oratori e ha chiesto: “Perché è morto?”. “Perché gli uomini non vivano per se stessi ma per colui che è morto e risuscitato per loro”, ha risposto. Argüello ha ricordato che nel mondo molte persone muoiono a causa della violenza e del suicidio quando l'uomo “vive per se stesso”, ed ha affermato che in questo modo si prova frustrazione perché “siamo stati creati a immagine di Dio e Dio è amore”. Il vero amore, ha sottolineato, viene descritto “nel sermone della montagna”, che “descrive l'uomo nuovo, l'uomo celeste, come Cristo ha amato noi”. Marco Rivolta, membro di questo movimento, ha detto a ZENIT che “le parole di Kiko mi invitano a conoscere e ad annunciare di più la Parola in un mondo che ha dimenticato il valore della generosità”. Il Cammino Neocatecumenale è stato fondato nel 1964 alla periferia di Madrid (Spagna) ed è stato riconosciuto dalla Santa Sede come un itinerario di formazione cristiana valido per trasmettere la fede nella società attuale, sia per rinnovare l'impegno di quanti sono già battezzati che per iniziare alla fede gli atei. E' presente in 106 Paesi dei cinque continenti. Inaugurata una Collana di Spiritualità LaicaleInaugurata una Collana di Spiritualità LaicaleIl primo volume è “L'Azione cattolica, palestra di santità” L'autore del primo volume è don Giuseppe Costantino Zito, sacerdote dell’Arcidiocesi, pubblicista e scrittore, laureato in Filosofia, licenziato in Teologia e dottorando in Bioetica. E' segretario Generale della Federazione Nazionale Italiana dell’Unione Apostolica del Clero e membro di redazione della Rivista Nazionale per la Formazione Permanente del Clero UAC Notizie e della Rivista Nazionale di Spiritualità Pastorale Presbyteri. La presentazione del testo (Tau 2008, pp. 152, € 12,00) è ad opera del Cardinale Salvatore De Giorgi, mentre il presidente nazionale dell'Azione Cattolica, Franco Miano, ha curato l'introduzione. Ispirandosi al 140° anniversario dell’Azione Cattolica e alla sua intensa e proficua opera educativa, ricorda un comunicato inviato a ZENIT, il libro “raccoglie e consegna, al modo di un originale ‘sentiero fede’, alcuni contributi più significativi, (omelie, meditazioni, catechesi, discorsi, messaggi, relazioni, ecc.), rivolti ai soci di AC” da don Zito, Assistente Ecclesiastico Diocesano Unitario dell'AC di Taranto. L'obiettivo è quello di “favorire, supportare e promuovere quella tanto auspicata formazione permanente del laicato, oggi a tutti indispensabile per divenire persone ‘adulte nella fede’, al servizio delle singole comunità cristiane, nella prospettiva della santità”. Al taglio scientifico viene sostituito “uno spirituale ed insieme pastorale”, per offrire al lettore “una serie di titoli aperti sull’esperienza spirituale e pastorale della vita cristiana, in genere e, di quella associativa, in specie”, aiutandolo “a coniugare ed armonizzare il sapere teologico con la propria esperienza di fede”. Il primo volume della serie, ha scritto il Cardinale De Giorgi, “può considerarsi come la porta d’ingresso dell’itinerario formativo che la Collana intende proporre e sostenere”. “Già il titolo indica il traguardo di questo cammino - la santità - e le condizioni ineludibili per raggiungerlo - la comunione e la missione”, ha aggiunto, sottolineando che l'iniziativa è “una prova chiara e lodevole dell’attenzione associativa alla formazione permanente dei soci”. Il presidente di AC, dal canto suo, ha affermato che “un libro sull’Azione Cattolica, per la natura stessa dell’Associazione e per le scelte che Essa ha sempre compiuto, è un libro a carattere ecclesiale”, che “vede un continuo intersecarsi dei temi della fede e della santità, della comunione e della missione, senza che si riscontri alcuna separatezza tra loro”. Il testo, prosegue Miano, “nel coniugare l’adesione profonda alla Parola, la partecipazione intensa alla vita e alla missione della Chiesa e l’attenzione sincera al contesto storico presente” “efficacemente e felicemente inaugura la Collana di Spiritualità Laicale”, “iniziativa editoriale interessante nel suo intento di supportare la formazione permanente del laicato”. L'Europa ha bisogno di laici che celebrino la ParolaVertice agostiniano: “L'Europa ha bisogno di laici che celebrino la Parola”Afferma il Vescovo spagnolo Juan José Omella Partecipano all'incontro quattordici dei venti Vescovi di questo centenario Ordine religioso. Con una relazione sul tema “Il Vescovo, servitore della Parola e della Chiesa”, il presule è stato il primo a intervenire a una serie di conferenze e tavole rotonde, ha riferito a ZENIT Santiago Riesco Pérez, dell'Ufficio Stampa dell'Ordine. Accanto al Vescovo sul tavolo presidenziale, il decano dei Vescovi presenti, Agustín Ganuza, emerito di Bocas del Toro (Panama), ha commentato la prolusione di monsignor Omella con una frase significativa: “Ha saputo riassumere; si nota che è stato professore”. Il Vescovo di Logroño ha esposto in modo chiaro e conciso il compito del Vescovo riguardo alla Parola di Dio, muovendo dalla seconda Lettera di San Paolo a Timoteo, in cui si legge: “Ravviva il dono di Dio che è in te”. Ha quindi continuato citando il Direttorio dei Vescovi, in cui si spiega che i pastori devono essere “uomini di fede, discernimento, speranza, mansuetudine e comunione”, autentici imitatori di Gesù venuti per servire e non per essere serviti. Sant'Agostino lo esprimeva con la sua famosa frase: “Per voi sono Vescovo, ma con voi sono cristiano”. Monsignor Omella ha poi menzionato la sua esperienza nelle missioni e ha portato il modello del catechista laico come esempio che bisogna esportare nel Vecchio Continente. “L'Europa ha bisogno di catechisti e laici che celebrino la Parola”, ha detto. Allo stesso modo, si è detto convinto del fatto che l'Europa abbia molto da imparare dalle giovani Chiese dei Paesi di missione. Un'altra caratteristica imprescindibile per diventare un buon Vescovo è la comunione, l'unità: “Bisogna essere Vescovo di tutti, per unire, non per dividere”. Questo obiettivo, ha aggiunto, si raggiunge dopo un'attenta conoscenza di tutta la comunità cristiana e attraverso l'ascolto, perché “senza ascolto il dialogo diventa un monologo”. Al termine della conferenza si è aperto il dialogo con gli altri Vescovi, e il decano degli Agostiniani recolletti ha sottolineato che a tutte le caratteristiche elencate da monsignor Omella per essere un buon Vescovo bisogna aggiungere l'allegria e l'audacia. Il Monastero di Yuso, a San Millán de la Cogolla, ospita l'Incontro del Consiglio Generale dell'Ordine degli Agostiniani Recolletti dal 24 al 30 novembre. Anche se il Giorno della Recollezione Agostiniana si celebra ufficialmente il 5 dicembre, approfittando della presenza dei Vescovi e dell'arrivo dei superiori delle otto province ecclesiastiche in cui si divide l'Ordine (quattro in Spagna e le altre in Brasile, Filippine, Colombia e Stati Uniti) la festa dell'Ordine si terrà questo venerdì, 28 novembre. Gli atti proseguiranno nel pomeriggio con la presentazione della Famiglia Agostiniana Recolletta: monache di clausura, religiose di vita attiva, fraternità secolare, gioventù agostiniana recolletta e associazione delle madri cristiane. Per ulteriori informazioni: www.agustinosrecoletos.com/especiales/obispos/index.html La Chiesa sia più presente nei problemi della stradaLa Chiesa sia più presente nei problemi della stradaPubblicato il documento finale del Congresso Latinoamericano della Pastorale di Strada BOGOTA', lunedì, 1° dicembre 2008 (ZENIT.org).- Anche se la Chiesa sta svolgendo un'importante attività di fronte ai problemi collegati alla strada, è necessaria una presenza ancor maggiore in tutti i campi. E' la principale conclusione del I Incontro Continentale Latinoamericano e del Caribe della Pastorale della Strada, svoltosi a Bogotà (Colombia) nell'ottobre scorso e il cui documento finale è stato reso pubblico oggi dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. In esso di afferma che la pastorale con le persone senza casa e sfruttate rappresenta uno dei "segni dei tempi attuali" a cui la Chiesa è "chiamata a dare risposta" se vuole che l'evangelizzazione sia feconda. Il documento pone un accento speciale sulla pastorale con le prostitute e i bambini di strada, e in generale con le persone che subiscono sfruttamento. "Il commercio di esseri umani, in particolare di donne, minori, bambini e bambine, si è trasformato in un potente affare globale, il terzo crimine più lucrativo a livello planetario", afferma il testo, e "anche se non si tratta di un fenomeno nuovo" l'aspetto di novità è che "oggi è diventato, a livello mondiale, un complesso commercio che approfitta della miseria e della vulnerabilità delle sue vittime". Queste persone, osserva il documento, "si sono trasformate nelle schiave del XXI secolo. Ingannate e gettate in strada, sono un esempio vivo di un'ingiusta discriminazione contro di loro, imposta dalla società dei consumi". Una delle barriere che bisogna abbattere è quella di riconoscere che queste persone sono "vittime": "è fondamentale riconoscere che lo sfruttamento sessuale e la tratta di esseri umani sono atti di violenza, soprattutto contro le donne, i minori, i bambini e le bambine". Anche se varie organizzazioni ecclesiali stanno svolgendo un lavoro "molto positivo", riconosce il documento, l'intervento della Chiesa e delle entità governative "finora non è stato adeguato o sufficiente a raggiungere risultati migliori". "Nei pastori della Chiesa sembra in generale mancare un convincimento più profondo per sostenere questa pastorale", prosegue, e lo stesso vale per la questione dei bambini di strada. Dall'altro lato, il documento avverte che il numero dei senzatetto sta aumentando e che queste persone "richiedono cura, attenzione e lavoro promozionale speciali da parte della Chiesa". Un altro settore in cui la Chiesa ha espresso chiaramente la necessità di incrementare la sua presenza è la pastorale con gli utenti della strada. "Le azioni pastorali della Chiesa assumono con creatività, audacia ed entusiasmo il mondo degli utenti della strada, soprattutto quelli che, per il loro lavoro, si trovano lontani non solo dalla casa e dalla famiglia, ma anche dall'attenzione territoriale ordinaria delle parrocchie". Tra le iniziative, si propongono "l'accoglienza nelle stazioni di trasporto terrestre, campagne di educazione stradale e di prevenzione di incidenti, i camion-cappella, la celebrazione dei sacramenti dell'Eucaristia e della Riconciliazione alle fermate e nelle stazioni di servizio". "La Chiesa - conclude il documento - vuole stare dove si trova e vive l'uomo, nella sua realtà, nella sua difficoltà, con le sue gioie e le sue sofferenze". [Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti] Il Papa ai giovani: l'Avvento, tempo di intimità con CristoIl Papa ai giovani: l'Avvento, tempo di intimità con CristoAl termine dell'Udienza generale E' questa la consegna che ha lasciato congedandosi dai settemila pellegrini riuniti questo mercoledì in occasione dell'Udienza generale, rivolgendosi soprattutto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. “Cari giovani, vi invito a riscoprire, nel clima spirituale dell'Avvento, l'intimità con Cristo, ponendovi alla scuola della Vergine Maria”, ha affermato. Il Papa ha quindi chiesto ai malati “di trascorrere questo periodo di attesa e di preghiera incessante, offrendo al Signore che viene le vostre sofferenze per la salvezza del mondo”. Ha esortato infine gli sposi novelli, molti dei quali indossavano l'abito nuziale, “ad essere costruttori di famiglie cristiane autentiche, ispirandovi al modello della Santa Famiglia di Nazaret”, a cui si guarda “particolarmente in questo tempo di preparazione al Natale”. Prepararsi alla venuta di Cristo guidati da San PaoloPrepararsi alla venuta di Cristo guidati da San PaoloLa riflessione del Cardinale brasiliano Eusébio Scheid L'Arcivescovo di Rio de Janeiro ricorda che Paolo accetta Cristo “partendo da un'esperienza personale e definitiva di conversione”. “Quello è stato il momento decisivo della sua vita”, spiega in un messaggio diffuso dalla sua Arcidiocesi. “Se vogliamo davvero entrare nella spiritualità del Vangelo di Cristo, bisogna ascoltarlo, seguirlo, assorbirlo, al punto da abbandonare i nostri difetti e i nostri peccati e mettere da parte anche le piccole cose, per concentrarci sull'unico e vero Maestro, Valore Supremo”. Secondo monsignor Scheid, San Paolo “afferma che la nostra vita 'è nascosta con Cristo in Dio'”. “Cosa significano l'insegnamento, le opere, gli ideali di Cristo in noi? Come ci assume e ci trasforma? Questo è possibile solo con la fede, la fiducia totale che ci porta a seguirlo, senza dubitare o esitare, accogliendo tutto ciò che Egli realizza attraverso la sua Grazia”. Per Paolo, osserva l'Arcivescovo, “saremo salvati dalla nostra fede, a patto che essa abbia il suo complemento essenziale nella carità. Questo deve portare a comportamenti conseguenti, logici, di una fede che si manifesta attraverso le opere”. Monsignor Scheid ha anche constatato che San Paolo “non potrebbe parlare del Signore, annunciarlo alle Nazioni, senza sottolineare il punto più alto della sua vita, l'umiliazione della croce”. “Per diventare uomo, il Figlio si è spogliato di ogni prerogativa divina, unendo alla divinità la natura umana nella sua Persona”. “Nella sofferenza e nella vessazione della crocifissione, quando Gesù ha donato in modo volontario e definitivo la propria vita, sono state gettate le basi del Regno di Dio”, ha affermato. Secondo l'Arcivescovo di Rio de Janeiro, “nonostante il razionalismo intellettuale dei greci, il potere arrogante dei romani e perfino la prospettiva politica degli ebrei, il Regno è apparso tra noi”. “E nell'interiorità si costruisce a poco a poco – ha concluso –. Anche nella nostra vita cristiana: con la preghiera, l'ascesi, l'accoglienza filiale della grazia, la pratica del bene, diventiamo cittadini di quel Regno... come Gesù ha fatto e ci ha indicato di fare”. |
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