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January 03
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Santissimo Nome di Gesù
3 gennaio - Memoria Facoltativa
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Il Santissimo Nome di Gesù fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel secolo XIV cominciò ad avere culto liturgico. San Bernardino, aiutato da altri confratelli, sopratutto dai beati Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre, diffuse con tanto slancio e fervore tale devozione che finalmente venne istituita la festa liturgica. Nel 1530 Papa Clemente VII autorizzò l'Ordine francescano a recitare l'Ufficio del Santissimo Nome di Gesù. Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.
Martirologio Romano: Santissimo Nome di Gesù, il solo in cui, nei cieli, sulla terra e sotto terra, si pieghi ogni ginocchio a gloria della maestà divina.
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Il significato e la proprietà del nome Anzitutto i nomi hanno un loro significato intrinseco, come appare dai nomi teofori (evocatori della divinità) e da quelli di alcuni eroi, che sono il simbolo della missione adempiuta da costoro nella storia. In secondo luogo, il nome ha un contenuto dinamico; rappresenta e in qualche modo racchiude in sé una forza. Esso designa l’intima natura di un essere, poiché contiene una presenza attiva di quell’essere. Platone diceva che “Chiunque sa il nome, sa anche le cose”; conoscerlo vuol dire conoscere la ‘cosa’ in se stessa. Il nome “occupa” uno spazio, ha la “proprietà” della cosa e la spiega. Il nome di nascita indica in primo luogo, l’”essenza” di una persona, le sue prerogative, le qualità e i difetti; pronunciandolo si è come in presenza di colui che si nomina, si dà ad esso una precisa dimensione. Così come fra i ‘primitivi’ che cercavano di conoscere il nome al fine di esercitare un potere su una persona o su qualsiasi cosa vivente, il nome è ancora indispensabile nel praticare un incantesimo; infatti i cosiddetti ‘maghi’ vogliono conoscerlo, per inciderlo su amuleti e talismani, accanto a quello delle Entità Invisibili.
Il nome nelle società antiche Nell’antica Grecia i nomi provenivano da due categorie: 1) nomi di un dio o derivati da quello portato dalla divinità (Apollodoro, Apollonio, Eròdoto, Isidoro, Demetrio, Teodoro, ecc.); 2) nomi scelti come augurio per la futura vita del bambino, seguiti da quello della località di residenza o provenienza. I Romani imponevano ai neonati tre nomi: Il prenome scelto fra i diciotto più usati, che si abbreviava con la lettera iniziale, es. P = Publius (Publio), C = Caius (Caio), ecc. Il nome indicava la gens di appartenenza, es. Julius (della gens Julia). Il cognome indicante la famiglia, quando la gens d’origine si divideva in molte famiglie. Nei nomi di origine ebraica, particolarmente quelli maschili, si nota quasi sempre una invocazione a Dio, l’eterno creatore, dal quale il popolo ebraico trasse sempre forza nella sua travagliata esistenza.
Il nome nella mentalità semitica Per i semiti i nomi propri avevano un significato intrinseco; questo era indicato dalla loro stessa composizione, dalla etimologia od era evocato dalla pronuncia. Nel costume popolare, due usanze sembrano comunemente diffuse; in primo luogo l’imposizione di nomi teofori, con cui si voleva porre il bambino sotto la protezione della divinità, oppure si intendeva ringraziare e pregare la divinità per il lieto evento (es. Isaia = Iahvé salva; Giosuè = Iahvé è salvezza, ecc.). In secondo luogo, l’attribuzione di nomi che esprimono qualche circostanza o particolarità della nascita dei bambini, es. (Gen. 35, 16-18) “… Rachele, sul punto in cui le sfuggiva l’anima, perché stava morendo a causa del penoso parto, chiamò il figlio appena nato, col nome di Ben-Oni (figlio del mio dolore)…”. Così pure, per gli ebrei c’era la tendenza a fare del nome, il simbolo del significato religioso o politico degli eroi nazionali e religiosi; così interpretato, il nome era in un rapporto molto più significativo con la persona che caratterizzava; Eva è “la madre di tutti i viventi”, Abramo è “il padre di una moltitudine”, Giacobbe è “colui che soppianta”, ecc. Nella concezione semitica, il nome ha anche un aspetto dinamico, che corrisponde alla forza, alla potenza che il nome rappresenta e in qualche modo include; dove c’è il nome c’è la persona, con la sua forza, pronta a manifestarsi. Conoscere qualcuno per nome, vuol dire conoscerlo fino in fondo e poter disporre della sua potenza. Questo concetto svolge un ruolo importante applicato agli esseri superiori, che non sono conoscibili normalmente da parte dell’uomo; la sola conoscenza che si può avere di essi è quella del loro nome. Il nome del dio nasconde la sua presenza misteriosa e rappresenta il mezzo più accessibile di comunicazione tra l’uomo e lui. Quindi nella sfera del ‘mistero’ sia esso magico che religioso, chi conosce il nome del dio e lo pronunzia, ha la forza di farsi ascoltare da lui e di farlo intervenire a suo favore. Infine nella Tradizione semitica c’è inoltre il concetto, che chi impone a qualcuno il nome che deve portare o gli cambia il nome che possiede, esprime il potere assoluto, la sovranità, che detiene su quello (Ge. 2), così come Adamo impose i nomi a tutto il bestiame di cui poteva usufruire. Anche il Dio degli Ebrei esprime il suo dominio assoluto, imponendo e mutando i nomi di Abram in Abraham e Sarai in Sara (Ge. 17, 5-15) e di Giacobbe in Israel (Ge. 32, 29), acquistando così tali nomi nuovi significati.
Il nome di Dio nella Bibbia L’esigenza di sapere il nome della divinità in cui si crede, è stato sempre intrinseco nell’animo umano, perché il nome stesso è garanzia della sua esistenza; a tal proposito si riporta un passo dell’opera di Francesco Albergamo “Mito e Magia” che scrive: “Una bambina di nove anni chiede al padre se Dio esiste; il padre risponde che non ne è troppo sicuro, al che la piccola osserva: Bisogna pure che esista, dal momento che ha un nome”. Quindi quando Mosè (Es. 3) viene chiamato da Dio alla sua missione fra il popolo ebraico, logicamente gli chiede il suo Nome da poter comunicare al popolo, che senz’altro gli chiederà “Chi ti ha riconosciuto principe su di noi?”. E il Dio di Israele, conosciuto inizialmente come il “Dio degli antenati”, il “Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe”, oppure con espressioni particolari: “El Shaddai”, “Terrore di Isacco”, “Forte di Giacobbe”, rivela il suo nome “Iahvé”, che significa “Egli è”; e questo Nome entrò così a far parte della vita religiosa degli israeliti, e mediante gli interventi sovrani nella storia, il nome di Iahvé divenne famoso e noto. I profeti ed i sommi sacerdoti, lungo tutta la storia d’Israele, posero al centro della liturgia il nome di Iahvé, con la professione di fede del profeta, l’invocazione solenne di Dio, la fede e la glorificazione di tutto il popolo (Commemorazione, invocazione, glorificazione del suo Nome). Nel tardo giudaismo però, per il bisogno di sottolineare la trascendenza divina, il nome di Iahvé non è stato più pronunciato e Dio è stato designato col termine Nome e con altri appellativi, come Padre a sottolineare lo speciale rapporto che lega Dio e il suo popolo.
Il nome del Padre Ma solo nel Nuovo Testamento, sulla bocca di Gesù e dei credenti, il nome di Padre attribuito a Dio, assume il suo vero significato. Solo Gesù, infatti conosce il Padre e può efficacemente rivelarlo (Mt.11, 27-28). Gesù si è riferito spesso a Dio chiamandolo Padre, nel Vangelo di s. Giovanni, Padre viene usato addirittura come sinonimo di Dio e secondo l’evangelista questa è la sua vera definizione, questo è il nome che esprime più profondamente l’essere divino. Tale nome è stato manifestato agli uomini da Gesù, ed essi ora sanno che, se credono, sono figli insieme a lui. Inoltre Gesù ha anche insegnato a pregare Dio con questo titolo “Padre nostro…” e questa è diventata la preghiera per eccellenza della comunità cristiana. Gesù aveva chiesto al Padre di glorificare il suo nome (Giov. 12, 28) e aveva invitato i discepoli a pregare così: “Sia santificato il tuo nome”; Dio ha risposto a queste preghiere, manifestando la potenza del suo nome e glorificando il proprio figlio. Ai credenti è affidato il compito di prolungare questa azione di glorificazione; essi lodano, testimoniano il nome di Dio e devono comportarsi in modo che il nome divino non riceva biasimo e bestemmie (Rom. 2, 24).
Il nome del Signore Gesù Il Messia ha portato durante la sua vita terrena il nome di Gesù, nome che gli fu imposto da san Giuseppe dopo che l’angelo di Dio in sogno gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt.1, 21-25). Quindi il significato del nome Gesù è quello di salvatore; gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli, le lettere apostoliche, citano moltissimo il significato e la potenza del Nome di Gesù, fermandosi spesso al solo termine di “Nome” come nell’Antico Testamento si indicava Dio. Nel corso della vita pubblica di Gesù, i suoi discepoli, appellandosi al suo nome, guariscono i malati, cacciano i demoni e compiono ogni sorta di prodigi: Luca, 10, 17, “E i settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”; Matteo 7, 22, “… Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti prodigi nel tuo nome?”. Atti 4, 12, “…Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo avere la salvezza”. Risuscitando Gesù e facendolo sedere alla sua destra, Dio “gli ha donato il nome che è sopra di ogni nome” (Ef. 1, 20-21); si tratta di un “nome nuovo” (Ap. 3, 12) che è costantemente unito a quello di Dio. Questo nome trova la sua espressione nell’appellativo di Signore, che conviene a Gesù risorto, come allo stesso Dio Padre (Fil. 2, 10-11). Infatti i cristiani non hanno avuto difficoltà ad attribuire a Gesù, gli appellativi più caratteristici che nel giudaismo erano attribuiti a Dio. Atti 5, 41: “Ma essi (gli apostoli) se ne partirono dalla presenza del Sinedrio, lieti di essere stati condannati all’oltraggio a motivo del Nome”. La fede cristiana consiste nel professare con la bocca e credere nel cuore “che Gesù è il Signore, e che Dio lo ha ridestato dai morti” e nell’invocare il nome del Signore per conseguire la salvezza (Rom. 10, 9-13). I primi cristiani, appunto, sono coloro che riconoscono Gesù come Signore e si designano come coloro che invocano il suo nome, esso avrà sempre un ruolo preminente nella loro vita: nel nome di Gesù i cristiani si riuniranno, accoglieranno chiunque si presenti nel suo nome, renderanno grazie a Dio in quel nome, si comporteranno in modo che tale nome sia glorificato, saranno disposti anche a soffrire per il nome del Signore. L’espressione somma della presenza del Nome del Signore e dell’intera SS. Trinità nella vita cristiana, si ha nel segno della croce, che introduce ogni preghiera, devozione, celebrazione; e conclude le benedizioni e l’amministrazione dei sacramenti: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Il culto liturgico del Nome di Gesù Il SS. Nome di Gesù, fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico. Grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù, fu il francescano san Bernardino da Siena (1380-1444) e continuato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494). Nel 1530, papa Clemente VII autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII nel 1721. Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa. Papa Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.
Il trigramma di san Bernardino da Siena Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle varie Famiglie e Corporazioni spesso in lotta fra loro. Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato. Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città a predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli. Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco ΙΗΣΟΥΣ (Iesûs), ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)” il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”. Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato, il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità. Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti come i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini, la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede, l’oro dell’amore. Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H. Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania; 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti. Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di san Paolo: “Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”. Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti. Diceva s. Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo Nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione. In effetti Bernardino ribadiva la devozione già presente in san Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in s. Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
La Compagnia di Gesù, prese poi queste tre lettere come suo emblema e diventò sostenitrice del culto e della dottrina, dedicando al Ss. Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo. Fra tutte si ricorda, la “Chiesa del Gesù” a Roma, la maggiore e più insigne chiesa dei Gesuiti; vi è nella volta il “Trionfo del Nome di Gesù”, affresco del 1679, opera del genovese Giovanni Battista Gaulli detto ‘il Baciccia’; dove centinaia di figure si muovono in uno spazio chiaro con veloce impeto, attratte dal centrale Nome di Gesù.
Autore: Antonio Borrelli
| December 24
Il Papa incoraggia la presenza del Vaticano in InternetNel celebrare i 25 anni di fondazione del Centro Televisivo Vaticano
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 18 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha espresso questo giovedì il desiderio che la Chiesa, e in particolare la Santa Sede, sia sempre più presente in Internet.
E' quanto ha chiesto durante l'udienza concessa ai dirigenti e dipendenti del Centro Televisivo Vaticano (CTV) accompagnati dai familiari, in occasione del 25° anniversario di fondazione.
All’udienza hanno partecipato anche il Cardinale John Patrick Foley, primo Presidente del Centro e Presidente emerito del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, insieme a padre Antonio Stefanizzi, per parecchi anni Segretario del CTV.
"Oggi giustamente si parla della 'convergenza' fra i diversi media", ha detto all'inizio il Santo Padre nel suo discorso.
"I confini fra l'uno e l'altro si sfumano e le sinergie aumentano. Anche gli strumenti della comunicazione sociale al servizio della Santa Sede sperimentano naturalmente questa evoluzione e vi si devono inserire consapevolmente e attivamente", ha affermato.
Il Santo Padre ha quindi espresso apprezzamento per la sempre più stretta collaborazione fra il CTV e la Radio Vaticana. Una collaborazione, ha sottolineato, che "è andata crescendo, perché nelle trasmissioni l'immagine e il suono non possono venire separati".
Infatti, sia il CTV che la Radio Vaticana sono dirette dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, S.I.
"Ma oggi Internet chiama a una integrazione sempre crescente della comunicazione scritta, sonora e visiva, e sfida quindi ad allargare e intensificare le forme di collaborazione fra i media che sono al servizio della Santa Sede", ha osservato il Santo Padre.
In quest'ottica, il Papa ha sottolineato l'importanza del "positivo rapporto con il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, con cui vi incoraggio a sviluppare iniziative e approfondimenti fruttuosi". Attualmente il Presidente di questo dicastero vaticano è l'Arcivescovo Claudio Maria Celli.
I principali servizi offerti dal CTV sono: trasmissioni in diretta, assistenze quotidiane, produzioni e archivio.
Nel suo indirizzo di saluto al Papa, padre Lombardi ha spiegato che "il CTV è una realtà di piccole dimensioni, ma con una grande missione", indicata dallo Statuto: "contribuire all'annuncio universale del Vangelo, documentando con le immagini televisive il ministero pastorale del Sommo Pontefice e le attività della Sede Apostolica".
Il Centro, ha spiegato, non è “una stazione televisiva con una propria programmazione, ma un centro di produzione che riprende e mette a disposizione delle televisioni di tutto il mondo le immagini dell'attività del Santo Padre, in diretta o registrate, a seconda delle situazioni”.
Così quando sul piccolo schermo di casa compaiono le immagini del Papa in Vaticano, anche se si sta "guardando la Rai o la Bayerische Rundfunk o la Cnn, nella quasi totalità dei casi all'origine ci siamo noi, anche se ciò non viene quasi mai detto".
In un anno il CTV trasmette in diretta circa 230 avvenimenti - Angelus, Udienze Generali e altre manifestazioni o celebrazioni, ma anche le uscite del Santo Padre in Italia e nel mondo - e archivia circa 2000 ore di registrazioni.
"Lei, Santo Padre - ha concluso padre Lombardi - è sempre l'attore protagonista assoluto delle nostre riprese e delle nostre immagini, e l'occhio attento e potente delle nostre telecamere la segue con insistenza, in ogni momento della sua attività pubblica, da diverse angolature. È il nostro mestiere, il nostro dovere, lo facciamo con passione e gioia".
"Dobbiamo ringraziare lei e i suoi collaboratori – ha quindi aggiunto – per la comprensione, la gentilezza e la disponibilità sempre dimostrate nei nostri confronti, e che sono condizione preziosissima per svolgere bene il nostro lavoro".
"Il nostro occhio non è indiscreto – ha affermato poi –; l'immagine che diffondiamo intende sempre essere al servizio coerente del suo messaggio, rispondere all'attesa di innumerevoli persone che desiderano sentirla e vedere i suoi gesti, l'espressione intensa, paterna e gentile del suo volto mentre prega o mentre ci parla”.
“Persone che chiedono di essere confermate nella fede, incoraggiate sulla loro strada", ha quindi concluso.
Fondato nel 1983, per volere di Giovanni Paolo II, il Centro Televisivo Vaticano è diventato a pieno titolo un organismo della Santa Sede nel 1996.
Dal 1998 il CTV ha iniziato la trasmissione del magazine settimanale “Octava Dies”, ritrasmesso in tutto il mondo dalle reti cattoliche italiane e dall'agenzia APTN.
Il CTV, con più di 4.000 ore di registrazioni, gestisce l’archivio più completo su Giovanni Paolo II.
Evangelizzare la cultura testimoniando santità, preghiera e formazioneChiede in Brasile il prefetto del dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata
BRASILIA, venerdì, 19 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Ai cattolici coinvolti nella vita della Chiesa attraverso i nuovi movimenti, il Cardinale Franc Rodé ha ricordato l'importanza di un'evangelizzazione che incida sulla società e sulla cultura,testimoniando una vita di santità, preghiera e formazione.
Il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica è stato a Brasilia nel fine settimana per parlare ai membri del movimento Regnum Christi all'incontro “Gioventù e Famiglia”.
Secondo il Cardinal Rodé, la Chiesa oggi ha bisogno “più che mai” di evangelizzatori, “uomini e donne disposti a dedicare la propria vita, nel loro ambiente o dove li porti la Provvidenza, a predicare il nome di Cristo, a estendere il suo Regno”.
“Dobbiamo evangelizzare i nostri fratelli, le famiglie, le imprese, dobbiamo evangelizzare la cultura”, ha detto il porporato questa domenica.
Il Cardinal Rodé ha sottolineato che non si tratta di “imporre un'ideologia o una dottrina, ma di presentare Cristo come ideale dell'essere umano e come Salvatore per umanizzare e salvare i nostri fratelli e le società”.
Nel contesto dell'Anno Paolino, ricordando l'esempio dell'apostolo, il rappresentante della Santa Sede ha affermato che San Paolo insegna che evangelizzare “è un servizio che si compie per amore”.
E' dunque necessario “crescere nella santità per essere migliori testimoni di Cristo nel mondo. Crescere nella santità, crescere nell'amore, crescere nella speranza, per portare ad altri la fede, l'amore e la speranza”.
“La santità di vita è la base della testimonianza, dell'apostolato”, ha aggiunto.
Secondo il Cardinale, San Paolo “insiste molto” anche sulla preghiera, che “è il dialogo con Dio ed è l'alimento dell'apostolo, dell'evangelizzatore. Oggi, quando dobbiamo vivere in ambienti così avversi, la preghiera diventa ancora più importante”.
“La preghiera ci mostra che il nostro impegno evangelizzatore nasce da Cristo – ha aggiunto –. Evangelizzare è dare ciò che si è ricevuto, è andare a predicare Cristo con cui mi incontro nella preghiera”.
Il Cardinale ha quindi ricordato che la Conferenza di Aparecida pone enfasi sulla “formazione necessaria per la missione”. “L'impegno nella missione della Chiesa esige una formazione integrale eccellente, di qualità”.
“La Chiesa ha bisogno di uomini e donne molto ben preparati per poter dialogare con gli uomini e le donne di oggi e poter trasmettere loro Cristo”.
Per svolgere la sua missione, la Chiesa “ha bisogno di contare su membri molto ben formati che sappiano dare ragione della loro fede e offrire risposte agli uomini e alle donne di oggi”.
Per questo, il porporato ha chiesto ai membri dei movimenti di “formarsi a fondo, senza risparmiare gli sforzi”.
“Vivete lo sforzo continuo della vostra formazione come un servizio a Cristo e alla Chiesa – ha esortato –. La vostra formazione minuziosa è la migliore garanzia che sarete missionari efficaci al servizio di Cristo e della Chiesa”.
Sottolineando che il tema dell'incontro era “Amare di più per servire di più”, il Cardinal Rodé ha spiegato che questa è stata una delle caratteristiche della vita di San Paolo e deve essere anche quella fondamentale di ogni cristiano.
San Paolo “era convinto del fatto che senza amore non era nulla – ha ricordato –. Senza amore non siamo nulla, non siamo evangelizzatori, non siamo cristiani autentici”.
“L'amore è l'aspetto distintivo del cristiano, e in questo gli uomini e le donne di oggi riconosceranno che siete discepoli di Cristo”, ha dichiarato.
Il IV incontro “Gioventù e Famiglia”, promosso dal Movimento Regnum Christi e dalla Congregazione dei Legionari di Cristo, ha riunito più di 4.000 persone nel Centro Congressi Ulysses Guimarães della capitale brasiliana, per la maggior parte giovani e famiglie giovani. Erano presenti all'evento anche giovani consacrati all'interno del Movimento.
Il Movimento Regnum Christi è una realtà ecclesiale riconosciuta dalla Santa Sede che ha circa 70.000 membri, giovani e adulti, diaconi e sacerdoti, in più di 30 Paesi.
Portavoce vaticano: è necessario evangelizzare con la televisioneRicorda i 25 anni del Centro Televisivo Vaticano
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 21 dicembre 2008 (ZENIT.org).- L'essenza stessa del cristianesimo, l'annuncio di Cristo, volto di Dio, mostra la necessità di evangelizzare con le immagini, e quindi anche con il video e la televisione, constata il portavoce vaticano.
Padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, spiega perché Papa Giovanni Paolo II ha creato 25 anni fa il Centro Televisivo Vaticano (CTV), che egli dirige.
Nell'editoriale del settimanale Octava Dies, prodotto dal CTV, padre Lombardi spiega che "la missione della Chiesa è annuncio del Vangelo, è comunicazione, non può quindi prescindere oggi dall'uso dell'immagine e specificamente anche della televisione".
"Venticinque anni fa, Giovanni Paolo II decideva di dotare la Santa Sede di un proprio strumento televisivo e fondava il Centro Televisivo Vaticano, piccola struttura, ma con l'impegnativa missione di 'contribuire all'annuncio universale del Vangelo utilizzando gli strumenti e i linguaggi tipici della comunicazione televisiva'".
"Questo il CTV cerca di fare, seguendo giorno per giorno il servizio ecclesiale del Santo Padre e le grandi celebrazioni liturgiche al centro della cristianità. Benedetto XVI ha voluto rinnovargli la sua fiducia incoraggiandolo a collaborare con tutti coloro che operano nel vasto mondo delle comunicazioni sociali con lo stesso spirito. Televisione per la Chiesa e per il Vangelo", afferma.
La funzione del CTV si potrà constatare ad esempio nei prossimi giorni, perché le sue connessioni permettono a migliaia di persone nel mondo di seguire in parte o completamente le celebrazioni presiedute dal Papa in occasione del Natale.
"Nel tempo di Natale comprendiamo in modo particolarmente profondo il rapporto fra l'immagine e l'annuncio della salvezza. Il Figlio di Dio incarnato è infatti l'immagine del Dio invisibile, e il Nuovo Testamento - come leggiamo nella prima Lettera di Giovanni - narra ciò che 'abbiamo veduto con i nostri occhi'".
"In tutta la storia l'immagine è stata posta a servizio dell'annuncio cristiano, dalle prime pitture delle catacombe, agli immensi cicli di affreschi e alle vetrate delle cattedrali per l'istruzione e la preghiera del popolo, alla stampa delle incisioni a soggetto evangelico utilizzate a volte anche dai missionari...fino ai nostri tempi in cui la fotografia e la televisione hanno dato origine a una vera cultura o civiltà dell'immagine", ricorda il portavoce.
Il CTV non è una stazione televisiva con una programmazione propria, ma un centro di produzione che registra e mette a disposizione delle televisioni di tutto il mondo le immagini dell'attività del Santo Padre in diretta o registrate, a seconda dei casi.
In un anno, il CTV trasmette in diretta circa 230 avvenimenti e archivia circa 1.000 ore di registrazioni.
December 22
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La "nuova evangelizzazione" Come è nata questa espressione e in che senso l'evangelizzazione è nuova (da La Civiltà Cattolica) |
Giustamente è stato detto che "nuova evangelizzazione" — o, meglio, "evangelizzazione nuova" — è ormai la formula tipica dell'attuale pontificato, significativamente iniziato con l'esortazione a non temere di spalancare le porte a Cristo, perché solo Lui fonda e tutela l'umanesimo integrale.
È il Papa stesso a ricordare quelle parole, undici anni dopo, nella Christifideles laici (n. 34). Certamente, la formula "nuova evangelizzazione" era allora all'inizio del suo cammino e andò sviluppandosi progressivamente, con l'incalzare degli eventi più disparati. Attraverso di essi infatti, letti come provvidenziali "segni dei tempi", Giovanni Paolo II ha individuato non solo le varie coordinate di quella formula, ma anche l'interno articolarsi di esse.
In ogni caso, nuova evangelizzazione è una formula che, meglio di altre — per esempio l'"aggiornamento" di Giovanni XXIII o la "civiltà dell'amore" di Paolo VI (che peraltro ingloba) —, mette subito a fuoco quale dev'essere la risposta della Chiesa alle sfide del terzo millennio ormai alle porte. Una formula, peraltro, che sviluppa nella continuità tanto l'ispirazione originaria del Vaticano II — la quale si proponeva di "mettere in contatto con le energie vivificanti del Vangelo il mondo moderno" (cfr costituzione apostolica d'indizione, Humanae salutis) —, quanto la sua ricezione nella fase postconciliare, culminata nella Evangelii nuntiandi di Paolo VI. In breve, una formula che, nella pienezza dell'articolazione cui è ormai pervenuta, intende rilanciare quell'eredità a livello personale e comunitario, teorico e pratico.
Nuova evangelizzazione, piuttosto che rievangelizzazione — come talvolta si dice —, per indicare che la svolta epocale in atto richiede di annunciare con nuovo slancio e ricorrendo a nuove espressioni, metodiche o strategie, il messaggio di sempre: Gesù Cristo e la sua Buona Notizia, infatti, sono la risposta alla crisi dell'uomo contemporaneo, suggestionato dall'onnipotenza tecnocratica, ma in balìa del nichilismo etico–spirituale, invano attenuato dai miraggi delle sètte e dei nuovi movimenti religiosi. Dire rievangelizzazione significherebbe alludere soltanto a qualche ritocco accidentale o alla semplice correzione delle imperfezioni umane. Nuova evangelizzazione significa, invece, collaudare forme teoriche e pratiche nuove, per "annunciare" efficacemente il kerygma di sempre nel mutato contesto socioculturale. Quindi, non ricominciare da zero, bensì edificare, con necessari assestamenti e ristrutturazioni della realtà precedente, un altro piano sopra quelli esistenti. Perciò una evangelizzazione nuova sia nel fervore dei protagonisti, sia nelle mediazioni culturali e nelle strategie pastorali.
Innegabilmente, quindi, ripetiamolo, l'urgenza di tale evangelizzazione nasce dal fatto che l'umanità oggi sta vivendo una impressionante "svolta epocale" che, già intuita dalla Gaudium et spes (n. 54), si è molto accelerata dopo il crollo dei muri (fine del socialismo reale), la crisi del razionalismo illuminista (fine della modernità) e l'avvento ormai inarrestabile del villaggio globale (fine dell'eurocentrismo). E come alle precedenti "svolte" e relative "sfide" — leggiamo nella Redemptoris missio (n. 30) — "la Chiesa, guidata dallo Spirito, ha risposto con generosità e lungimiranza", trovando nuove inculturazioni della fede e adeguate metodiche pastorali, così oggi deve affrontare con non minore generosità le nuove sfide, "proiettandosi verso nuove frontiere".
Non basta quindi ritoccare superficialmente l'opera evangelizzatrice, né migliorare tatticamente i vari ambiti della pastorale: viene richiesta una strategia globalmente nuova, che non solo investa le varie componenti personali e le realtà strutturali della Chiesa, ma che si cali anche nelle più diverse situazioni o circostanze, tanto in Europa quanto nel resto del mondo. E, se è vero che tale formula risuonò la prima volta nel primo viaggio apostolico del Papa in Polonia, il 9 giugno 1979 — quando, innalzando la nuova croce di legno a Nowa Huta, disse "è iniziata una nuova evangelizzazione" —, non va dimenticato che nel discorso alla III Conferenza generale dell'episcopato latinoamericano, significativamente impegnata a tradurre la Evangelii nuntiandi in America Latina (Puebla, 28 gennaio 1979), Giovanni Paolo II, invocando Maria, stella della prima evangelizzazione, domandò a tutti un nuovo impulso evangelizzatore.
Da allora, l'accelerazione fu crescente e l'articolazione dei fattori sempre più organica, tanto in Europa quanto in America Latina. Così alla XIX Assemblea del CELAM (Port–au–Prince [Haiti], 9 marzo 1983), annunciando la preparazione della IV Conferenza generale (Santo Domingo, 1992), nel quinto centenario della prima evangelizzazione di quel continente, il Papa chiese a tutti — vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici — un "impegno di evangelizzazione nuova. Nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nelle sue espressioni". A Santo Domingo poi, il 12 ottobre 1984, inaugurando la "novena di anni" in preparazione (spirituale e di studio) alla IV Conferenza, Giovanni Paolo II ribadì che quell'evento chiamava tutti "a una nuova evangelizzazione che dispieghi con maggior vigore — come quella delle origini — un potenziale di santità, un grande impulso missionario, una vasta creatività catechetica, una manifestazione feconda di collegialità e comunione, un combattimento evangelico per dare dignità all'uomo, per generare [...] un grande futuro di speranza" (indicando, come obiettivo, "la civiltà dell'amore" e, come mezzo, una nuova "cultura cristiana": un tema fortemente ripreso poi a Santo Domingo, nel 1992).
E poiché gli interventi che riguardano la nuova evangelizzazione sono rivolti sia al Vecchio sia al Nuovo Mondo, è significativo richiamare, dopo le indicazioni riguardanti l'America Latina, quelle che Giovanni Paolo II ha dato parallelamente all'Europa. Per esempio, al V Simposio del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (5 ottobre 1982), il Papa insistette sulla priorità dell'autoevangelizzazione per rispondere alle sfide dell'uomo d'oggi, perché solo una Chiesa evangelizzata può evangelizzare e, conseguentemente, realizzare la promozione umana integrale. Mentre al VI Simposio (11 ottobre 1985) ricordava che la sfida odierna — dare un'anima al mondo secolarista — richiedeva tanto un aumento di santità (memori che i grandi evangelizzatori del continente furono i santi), quanto un ritorno ai primissimi modelli apostolici (coniugando il metodo di Pietro a Pentecoste con quello di Paolo all'Areopago di Atene). Da allora non si contano più le indicazioni contenute sia nei pronunciamenti durante i viaggi apostolici, sia nelle esortazioni apostoliche postsinodali (Christifideles laici e Pastores dabo vobis), sia nelle encicliche (Centesimus annus e Veritatis Splendor).
Un rilievo a parte meritano comunque le indicazioni pontificie legate agli ultimi eventi europei e latinoamericani. Per il Vecchio Mondo ci basterà ricordare i mutamenti del 1989, cui seguirono i programmatici discorsi sia del 22 aprile — quando Giovanni Paolo II a Velehrad, in Moravia, indisse un'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per ritrovare le radici cristiane dell'Europa — sia dell'ottobre, in apertura e chiusura di questo Sinodo (cfr B. Testa [ed.], La nuova evangelizzazione dell'Europa nel magistero di Giovanni Paolo II, Bologna, Studio Domenicano, 1991, e A Spezzibottiani [ed.], Europa. Un magistero tra storia e profezia, Casale Monferrato [AL], Piemme, 1991). Per l'America Latina, invece, emblematiche restano le acquisizioni maturate durante l'iter preparatorio e la celebrazione della IV Conferenza generale su "Nuova evangelizzazione, promozione umana, cultura cristiana" (Santo Domingo, ottobre 1992): cfr A. Palmese – P. Vanzan [edd.], Da Puebla a Santo Domingo, Ed. Dehoniane, Roma 1992 e I documenti di Santo Domingo. Vangelo e cultura della vita, Leumann [TO], LDC, 1993). Senza dimenticare che, nell'aprile–maggio 1994, nel concerto del bipolarismo Europa–America Latina si è inserita l'originale variante del continente nero, la cui Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi ha cercato nuovi metodi e inculturazioni (di liturgia, catechesi, pastorale familiare, ecc.) per realizzare la nuova evangelizzazione africana (cfr Civ. Catt. 1994 II 381–390, 485–493 e 582–591). Sulla base di queste indicazioni possiamo ora descrivere le coordinate principali di tale nuova evangelizzazione che, facendo perno sul Documento Final (DF) di Santo Domingo, riassumeremo come segue: è nuova per il fervore, per le strutture, per le espressioni, per i metodi, per le finalità.
Evangelizzazione nuova nel fervore
La novità sta anzitutto nel fervore, ossia nella santità: vocazione di tutti i battezzati e anima di ogni apostolato. Perciò Cristo stesso "ci chiama a rinnovare il nostro ardore apostolico. Per questo invia il suo Spirito" (DF, n. 28): per infiammare anche oggi, come a Pentecoste, il cuore della Chiesa. "L'ardore apostolico della nuova evangelizzazione scaturisce da una radicale conformazione a Gesù, il primo evangelizzatore". Ciò postula sia una fede matura, che abilita a leggere e valutare tutte le cose secondo il pensiero di Cristo, sia una fede motivata attraverso un serio e constante aggiornamento: una fede coerente e impegnata, che si traduce in operatività apostolica coraggiosa e non priva di fantasia creatrice. Questo fervore, poi, dev'essere non solo personale, ma anche comunitario; ossia deve coinvolgere tanto i singoli protagonisti — sacerdoti, laici e religiosi (le tre grandi componenti del popolo di Dio), quanto le diverse comunità, specialmente intensificando le "mutue relazioni" a tutti i livelli, come richiesto dalla vocazione universale alla santità (Lumen gentium, cap. 5).
Da parte sua l'Instrumentum laboris "sulla vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo", in vista della IX Assemblea sinodale dell'ottobre 1994, ribadisce (n. 95) quale debba essere l'apporto specifico della vita religiosa oggi, proprio in vista di una nuova evangelizzazione. Ricordato che la vita religiosa appartiene intrinsecamente alla santità della Chiesa — sicché i religiosi la incrementeranno proprio vivendo e annunziando Cristo senza riduzionismi —, si ribadisce che la nuova evangelizzazione deve "formare persone e comunità mature nella fede e nell'amore, dove i valori del Vangelo siano vissuto con radicalismo". Il che richiede, prosegue citando la Evangelii nuntiandi (n. 12 s), "una revisione della qualità della testimonianza personale e comunitaria, in modo che si possa avere una nuova evangelizzazione che sappia riproporre in termini convincenti all'uomo odierno il messaggio perenne della salvezza".
Perciò nella Redemptoris missio (n. 90 s) leggiamo che il migliore evangelizzatore è il santo – ossia l'uomo tanto delle beatitudini quanto della comunione e partecipazione —, mentre, nella stessa ottica, il DF di Santo Domingo (n. 31 s) richiama il "primato della santità" e, ai numeri seguenti, i mezzi per conseguirla. In breve, l'evangelizzazione sarà nuova se e nella misura in cui ogni componente ecclesiale sarà al meglio se stessa e realizzerà la migliore interazione con tutte le altre, evitando di rinchiudersi nei ghetti (come in qualche movimento) o di procedere in ordine sparso (come nella pastorale improvvisata). Perciò il nuovo fervore richiede uno sforzo generoso di ciascuno e a tutti i livelli, così da realizzare nei fatti la pregnanza etimologica della "sinodalità" (affettiva ed effettiva) indicata dal sun (=con: convegno, concilio): maggior fervore, quindi, nel con-venire, con-vergere e con-laborare di ciascuno e tutti, e ad ogni livello.
I protagonisti della nuova evangelizzazione perciò sono tutti i battezzati, e non solo i preti o le religiose. Si tratta quindi i un protagonismo globalmente ecclesiale, che coinvolge tutti i cristiani — presbiteri, laici e religiosi —, anche se con ruoli e in situazioni non omologabili. Perciò nella Christifideles laici (n. 34), descrivendo la molteplice e specifica articolazione del protagonismo laicale, il Papa ne sottolinea l'obiettivo comune: "La nuova evangelizzazione è destinata a formare comunità ecclesiali mature, nelle quali cioè la fede sprigioni tutto il suo originario significato di adesione alla persona di Cristo e al suo Vangelo, di incontro e di comunione sacramentale con Lui, di esistenza vissuta nella carità e nel servizio". Rivolto invece ai presbiteri scrive: "Il prioritario compito pastorale della nuova evangelizzazione, che riguarda tutto il popolo di Dio e postula un nuovo ardore, nuovi metodi e una nuova espressione per l'annuncio e la testimonianza del Vangelo, esige sacerdoti radicalmente immersi nel mistero di Cristo e capaci di realizzare un nuovo stile di vita pastorale, segnato dalla profonda comunione con il Papa, i vescovi e tra di loro, e da una feconda collaborazione con i fedeli laici, nel rispetto della promozione dei diversi ruoli, carismi e ministeri all'interno della comunità ecclesiale" (Pastores dabo vobis, n. 18).
Perciò è importante approfondire l'ecclesiologia pneumatologica e trinitaria del Vaticano II, proprio in ordine alla nuova evangelizzazione che ogni battezzato e i rispettivi stati di vita dovrebbero realizzare in osmosi con gli altri. A questo proposito bisogna ricordare due fondamentali principi, anche rivisitando i tria munera (sacerdotale, profetico e regale) di ciascun battezzato: il principio di reciprocità (tra le persone) e quello di sussidiarietà (tra le funzioni). Secondo tali principi, nessun cristiano (e relativo stato di vita) può realizzarsi né attuare la propria funzione se non in rapporto con gli altri e le rispettive funzioni nella Chiesa: l'uno, infatti, si attua di fronte e in rapporto con l'altro. I capp. II e III della Pastores dabo vobis sono particolarmente felici nel descrivere tanto la santità e le funzioni proprie dei presbiteri e dei fedeli laici, quanto la reciproca immanenza — quasi sul modello della perikoresis trinitaria — che si dà tra il sacerdozio ministeriale e quello comune, sottolineando che il primo non è sopra ma davanti e in funzione del secondo. In caso contrario, i due sacerdozi sarebbero pensati in termini di subordinazione e non di mutue relazioni, e l'ordinazione sacerdotale farebbe del prete non un "servo dei servi di Dio" ma un supercristiano (cfr H. De Lubac, Meditazioni sulla Chiesa, Milano, Jaca Book, 1979, 89).
La nuova evangelizzazione perciò richiede più che mai una reciproca collaborazione. E come non tutti possono fare tutto — ma ciascuno deve fare la sua parte e interagire meglio che può con l'altro —, cosi ogni stato di vita (con relativi doni, ministeri e tria munera) non può operare senza gli altri. Si pensi alla triplice rifrazione del munus sacerdotale, profetico e regale nei presbiteri, nei fedeli laici e nei religiosi. In tal senso la Christifideles laici (n. 55) afferma: "Nella Chiesa–comunione gli stati di vita sono tra loro cosi collegati da essere ordinati l'uno all'altro". La nuova evangelizzazione richiede quindi il coinvolgimenti di tutti, ma valorizzando i carismi e ministeri di ognuno. Anche se innegabilmente, come è stato sottolineato al Sinodo dei vescovi del 1987, questa è l'ora dei laici: non solo perché essi rappresentano il 997 per mille del popolo di Dio, ma anche perché e soprattutto compete "all'indole secolare della loro vocazione" realizzare il "già e non ancora" del Regno nel mondo. Ossia, mettendo il sale e il lievito di Cristo nelle realtà create (famiglia, cultura, economia, politica, arte), essi le sottraggono alla vanificazione del peccato e "le ordinano secondo Dio" (Lumen gentium, n. 31). Il problema cruciale della nuova evangelizzazione riguarda quindi anche il ruolo del laicato e il modo nel quale fargli prendere coscienza del suo protagonismo, tanto nella Chiesa quanto nel mondo. Questo è il compito specifico dei presbiteri e dei religiosi: intensificare la formazione dei laici e coordinarne le tante forze nella pastorale d'insieme, specie attraverso il "laboratorio" del Consiglio pastorale.
Evangelizzazione nuova nelle strutture
Ancora, l'evangelizzazione deve essere "nuova" per le strutture: ossia per il modo nuovo di impostare tanto le strutture territoriali o "stabili", come le parrocchie, quanto le strutture più recenti o "mobili", come i gruppi e movimenti; senza dimenticare quelle che potremmo dire "trasversali": non solo perché attingono da entrambe le precedenti, ma anche perché le servono indiscriminatamente (pensiamo alla scuola cattolica, i cui allievi provengono sia da varie parrocchie, sia da gruppi e movimenti, o alle opere socioassistenziali che, analogamente, servono trasversalmente parrocchie e movimenti). Recentemente, poi, si è fatta strada la tematica delle "unità pastorali", ossia del come fronteggiare la scarsità dei presbiteri che, via via, sguarnisce le parrocchie più piccole. Qui ci basterà ricordare che le microparrocchie italiane (con meno di 500 abitanti) sono oltre il 35 % del totale (6.873 su 25.542), mentre da un sondaggio effettuato in 143 diocesi risulta che 3.284 parrocchie (pari al 17,2 % del totale) non hanno parroco residente. Mentre finora si affida la parrocchia scoperta al parroco viciniore (che finisce per curare due o più parrocchie), il nuovo orientamento vorrebbe affidare in solidum varie parrocchie — in uno stesso bacino — a due o più sacerdoti, che formerebbero una comunità presbiterale al centro del bacino e di cui uno sarebbe il moderatore (cfr CIC, can. 717, e gli atti del Convegno: Unità pastorali, Roma, Ed. Dehoniane, 1993).
Non mancano certo altre ipotesi e proposte — diaconi permanenti, valorizzazione di comunità religiose femminili, ecc. —, ma l'importante è avvertire sempre più e meglio che si tradisce la nuova evangelizzazione abbandonando quelle microparrocchie o ricorrendo a uno stressante quanto poco fruttuoso "viaggio eucaristico domenicale a tappe forzate" del parroco vicino.
Ritornando alla parrocchia media e tradizionale — che resta tuttavia una struttura indispensabile, benché da sola non possa affrontare la crescente mole di problemi che sfidano la Chiesa oggi —, per la nuova evangelizzazione ricordiamo almeno tre direzioni lungo le quali muoversi:
- Anzitutto vanno realizzate innovazioni nelle stesse realtà parrocchiali esistenti, specie quelle urbane, macroscopiche e anonime, grazie, ad esempio, alle Comunità Ecclesiali di Base (CEB). Grazie cioè a un decentramento che favorisca sia l'annuncio (kerygma) pure ai lontani, sia la nascita di comunità a misura d'uomo redento (koinonia). Perciò, dopo un'adeguata fase kerygmatica, nei singoli nuclei si celebra pure l'Eucaristia, fons et culmen della vita cristiana; ma l'unità parrocchiale non è affatto minacciata, data la "comunione di comunità" intesa dal modello ecclesiologico qui soggiacente e che trova periodiche verifiche attraverso il confluire delle CEB nella parrocchia madre. Sull'argomento cfr DF, nn. 58–63 e 102.
- L'altra direzione in cui urge muoversi è quella del Consiglio Pastorale, considerato non solo una "cerniera" tra le diverse realtà ecclesiali, ma quasi come laboratorio teorico della nuova pastorale d'insieme e prima forma operativa concreta della mutua collaborazione tra i battezzati presenti sul territorio. Anzitutto in questo luogo teologico–pastorale si deve verificare (etimologicamente) l'effettiva e affettiva sinodalità, dalla quale far scaturire la nuova osmosi (e non concorrenza) tra le realtà ecclesiali più incentrate sulla parrocchia (territorio) e quelle più mobili o trasversali (gruppi, movimenti, scuola cattolica, ecc.)
- Veniamo così ai gruppi e movimenti, senza dubbio tra le "novità" più significative della Chiesa odierna (cfr Christifideles laici, n. 29), anche perché in essi troviamo molte forme dell'auspicato nuovo protagonismo laicale. Infatti, se "molti luoghi e forme di presenza e di azione sono oggi necessari per recare la Parola di vita all'uomo contemporaneo, e molte altre funzioni d'irradiamento religioso e di apostolati di ambiente — nel campo socioculturale, educativo, professionale, ecc. — non possono avere come centro e punti di partenza la parrocchia", allora questa situazione diventa un'opportunità provvidenziale perché essa "adatti le sue strutture, dando spazio alle piccole CEB, operando una ben intesa comunione e collaborazione con le altre forme di presenza ecclesiale ed evangelizzatrice" (ivi, n. 26 s). Ma questo suppone che tutti intendano collaborare seriamente, anche rinunciando a essere i primi della classe.
Evangelizzazione nuova nelle espressioni
In terzo luogo, la nuova evangelizzazione si qualifica tale per le espressioni, ossia perché "Cristo stesso ci chiede di proclamare la Buona Notizia con un linguaggio che renda il Vangelo di sempre più vicino alle odierne nuove realtà culturali. [...] Occorre cercare le nuove espressioni che consentano di evangelizzare gli ambienti caratterizzati dalla cultura urbana e di inculturare il Vangelo nelle nuove forme della cultura che si sta imponendo" (DF, n. 30). Al n. 255 si parla di "città postindustriale, che non rappresenta soltanto una variante dell'habitat umano tradizionale", ma produce "un tipo umano diverso: consumista, di cultura audiovisiva, anonimo e sradicato". C'è qui sottesa la vexata quaestio circa il passaggio dall'epoca fondata su parola e concetto a quella fondata su immagine e contesto (cfr DF, nn. 29 e 279). E quando mutano i fondamenti di una cultura, cambiano anche la mentalità e i relativi modi di esprimere la nuova cultura: non è più la realtà che, attraverso i suoi modi di presentarsi, si fa conoscere per quello che è, ma è "il ciò che appare" (della realtà) che viene preso per realtà. Di conseguenza, i mass media stanno generando una nuova "civiltà", in cui si esige tanto una nuova forma mentis, quanto nuove forme di linguaggio e di mediazione per comunicare.
Analoghe considerazioni vanno fatte per la teologia, ma qui va sottolineato che le espressioni non possono limitarsi all'ortodossia: esse devono tradursi pure nella prassi. Per esempio c'è da rinnovare la reciprocità "evangelizzazione–promozione umana" attraverso nuove proposte culturali e traduzioni pratiche anche in ambito sociopolitico: memori che la dottrina sociale della Chiesa non solo è "un capitolo della teologia", ma anche uno "strumento di evangelizzazione" (Centesimus annus, n. 54 s). Sicché l'incontro tra Chiesa postconciliare e mondo postmoderno può avvenire, sulla frontiera delle priorità etiche, ribadendo che nella centralità dell'uomo la Chiesa individua la possibilità di convergenza tra credenti e non credenti. In questo modo, la nuova evangelizzazione attua quanto raccomandava il Concilio riguardo al dialogo sia ecumenico (tra cristiani separati), sia con le altre grandi religioni, sia infine, ma non ultimo, con tutti gli uomini di retto sentire e buona volontà. Questo multiforme dialogo, infatti, "non esclude nessuno: né quelli che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano la sorgente, né quelli che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere" (Gaudium et spes, nn. 92 e 21).
Perciò, avendo scelto come via privilegiata la riconciliazione e il dialogo, la compagnia e la solidarietà, la nuova evangelizzazione si rapporta tanto alle varie forme assunte dalle realtà ecclesiali quanto all'ambiente socioeconomico, culturale e politico odierno con atteggiamenti costruttivi. Essa rifugge infatti dalla polemica astiosa e dallo scontro a tutti i costi, ma questo non significa rinunciare alla propria identità né tradire gli ultimi, non denunciando i mali sociali, le carenze e inadempienze di quanti sono preposti al bene comune, le prevaricazione dell'illegalità. Ugualmente non significa condannare in blocco la modernità, bensì operare un discernimento alla ricerca di tutto quanto è positivo (buono, vero, giusto) e che, riprendendo la tradizione patristica, la nuova evangelizzazione valorizza come semina Verbi (cfr DF, nn. 17, 138 e 245).
Evangelizzazione nuova nei metodi
Passando poi ai metodi della nuova evangelizzazione, Santo Domingo ricorda che "non possono mancare la testimonianza e l'incontro personale, la presenza del cristiano in tutto ciò che inerisce all'umano, come pure la fiducia nell'annuncio salvatore di Gesù e nell'azione dello Spirito. Occorre impiegare, sotto l'azione dello Spirito creatore, l'immaginazione e la creatività, affinché il Vangelo giunga a tutti, in maniera pedagogica e convincente". In breve, "è necessario utilizzare tutti quei metodi che consentano al Vangelo di arrivare al centro della persona e della società" (DF, n. 29). Di qui le tante metodologie presenti sul campo e variamente riconducibili alle diverse indicazioni pontificie, successivamente formulate in Europa, America Latina o nel resto del mondo. E se prima abbiamo trattato delle modalità nuove dell'annuncio (kerygma), che inculturano la Buona Notizia secondo le categorie e le sensibilità di oggi, adesso la questione riguarda le metodologie operative (pastorali in senso lato). In proposito non va dimenticato che, soprattutto nell'applicazione di questi metodi, emerge qualche conflittualità tra i loro promotori, col rischio di elidere a vicenda potenzialità altrimenti sussidiarie e che potrebbero utilmente ben integrarsi.
Limitandoci a uno sguardo d'insieme europeo (cfr E. Franchini – O. Cattani [edd.], Nuova evangelizzazione: la discussione e le proposte, Bologna, EDB, 1991) presentiamo i vari metodi:
- Una prima forma è rappresentata dal metodo dialogale che, ispirandosi all'ecclesiologia della cosiddetta Lettera a Diogneto, vede la Chiesa come sale e lievito: inserita nel mondo con una presenza critico–escatologica (il sale infatti non deve perdere il sapore), essa, nel rispetto dell'Incarnazione, è chiamata a vivere un atteggiamento di simpatia, più che di rottura o diffidenza, nei confronti del mondo. Riconoscendo che questo è già abitato dallo Spirito (cfr i ricordati semina Verbi), tale metodo attua una convivenza rispettosa e un dialogo franco, prudente e non ingenuo, ma sempre costruttivo.
- Un secondo metodo è quello catecumenale, incentrato sulla riscoperta dell'antica prassi cristiana: l'iniziazione per gradi, cui vanno sottoposti da capo un po' tutti i cristiani, stante il fatto che nell'Europa di fine millennio molto ridotta è la percentuale di quelli che vivono il loro battesimo. Tale cammino ricorre a una catechesi biblico–liturgica articolata in tappe progressive, funzionali a una conversione (metanoia) sempre maggiore, frutto dell'annuncio (kerygma) che sfocia nella comunità redenta (koinonia) e missionaria pentecostale (dal Cenacolo al mondo intero). Nonostante qualche eccesso o rischio, è innegabile che questo modello, vissuto con grande slancio missionario dai suoi adepti e fortemente centrato sulla morte–risurrezione di Gesù, raggiunge molti lontani e incalza pure la Chiesa tradizionale a mettersi "in stato di missione".
- Un terzo tipo è quello carismatico, o di rinnovamento nello Spirito, che recupera la pneumatologia orientale e, con un po’ di enfasi sul "battesimo nello Spirito", valorizza pure le altre sue manifestazioni elencate in 1 Cor 12 (glossolalia, guarigioni, ecc.). Anche in questo modello la convinzione di partenza è che l'evangelizzazione dei tempi passati non abbia fruttificato in pienezza, sicché urge ridestare nei credenti una vita spirituale matura e ricca attraverso un nuovo contatto con lo Spirito che è in loro e al quale solo compete rinnovare i prodigi della Pentecoste. Nuova evangelizzazione, allora, significa proclamare sine glossa un Vangelo efficace e visibile, con "segni e prodigi", riconoscendo la cosiddetta "presenza empirica" dello Spirito nella vita di preghiera, innanzitutto, ma poi anche nella missione efficace qual è sgorgata dall'effusione dello Spirito nel Cenacolo (Atti 2).
- Un altro metodo è quello dell'investimento etico–sociale, che punta risolutamente tanto alle questioni sociopolitiche quanto alla transizione epocale in atto, memore che dappertutto è all'opera il Risorto e che non solo nell'intimità dal cuore, ma anche (e per qualcuno: soprattutto) in questi ambiti si costruisce il Regno. Basta quindi con il silenzio e la timidezza, anche quella che vuole essere "testimonianza silenziosa", altrimenti mai costruiremo il Regno per il quale preghiamo quotidianamente. Partendo dalla verità che solo Dio può dare la salvezza, e non il mondo segnato dall'ingiustizia e dall'oppressione, la risposta consiste nel proclamare il "fatto cristiano", l'"avvenimento per eccellenza", che si attua "nella Chiesa–per il mondo–a gloria di Dio". Per questo "la Chiesa è movimento" nella storia, e questo lo esprime il fatto del suo "nascere dal basso", là dove sbocciano carismi e ministeri de facto (per opera dello Spirito Santo), che vengono poi compaginati nell'unità e nella comunione del primato romano. Tale Chiesa–movimento non può dunque ricondursi al principio episcopale né al clerocentrismo dei modelli passati. Questa nuova evangelizzazione deve quindi sfuggire all'uniformità diocesana e restare libera nel suo tentativo d'inventare un nuovo tipo di presenza nella società globale, con una forte valorizzazione del laicato cristiano nel mondo. In base alla riscoperta dottrina sociale della Chiesa, questo metodo intende perciò ricostruire un nuovo ordine sociale, grazie a una nuova sintesi tra fede e cultura, Chiesa e società, purché non si esasperi unilateralmente uno dei due elementi delle endiadi accennate, col pericolo di rendere vano l'annuncio di fede.
L'elenco potrebbe continuare, ma è sufficiente per cogliere le ricchezze esistenti (con uno sguardo alle integrazioni tattiche, possibili anche nei tempi brevi) e per orientarle verso le prospettive strategiche, ossia i "poli e valori" fondamentali della nuova evangelizzazione: cosicché, pur nel rispetto delle varie identità, personali e di gruppo, la strategia della mutua collaborazione possa concertare azione kerygmatica e pastorale d'insieme.
La finalità della nuova evangelizzazione
Quanto abbiamo esaminato ci introduce nell'ultima ma fondamentale coordinata della nuova evangelizzazione: la sua finalità. La nuova evangelizzazione, infatti è tale perché ha come fine l'annuncio della morte e risurrezione di Gesù, dal quale discende, tra l'altro, la necessità di "riscoprire e far riscoprire la dignità inviolabile di ogni persona umana". In proposito, nella Christifideles laici (n. 37), Giovanni Paolo II ricorda che:
- "la dignità personale è il bene più prezioso che l'uomo possiede, grazie al quale egli trascende in valore tutto il mondo naturale", e ciò non per una vaga consistenza etico–filosofica, ma per l'ineffabile fondazione teologica che segue;
- la dignità umana infatti, qual è annunciata dalla Rivelazione, manifesta tutto il suo fulgore quando ne consideriamo "l'origine e la destinazione: creato da Dio "a sua immagine e somiglianza", redento dal sangue preziosissimo di Cristo, l'uomo è chiamato a essere "figlio nel Figlio", "tempio vivo dello Spirito", e destinato all'eterna vita di comunione beatificante con Dio";
- perciò l'uomo "è sempre un valore in sé e per sé", e come tale deve essere trattato: mai quindi "come un oggetto utilizzabile, uno strumento, una cosa". Inoltre tale dignità personale costituisce "il fondamento sia dell'uguaglianza di tutti gli uomini, sia della partecipazione e della solidarietà tra di loro: il dialogo e la comunione si radicano ultimamente in ciò che gli uomini "sono", prima e più ancora che su quanto essi "hanno"".
Certamente, queste grandi linee dell'annuncio sono il Vangelo di sempre, ma la nuova evangelizzazione deve farsene carico in modo nuovo, vista la crescente minaccia della spersonalizzazione. Perciò dappertutto e incisivamente la Chiesa deve annunciare la verità rivoluzionaria della Buona Notizia della morte e risurrezione di Gesù: una delle sue principali conseguenze è che la persona umana è unica e irripetibile, ossia assolutamente indisponibile tanto allo schiacciamento brutale del collettivismo, quanto all'eterodirezione, più soffice in apparenza ma ugualmente spersonalizzante, dell'individualismo telecratico. La persona — come è rivelata dalla verità cristiana — non è un anonimo ingranaggio del sistema, né un più o meno felice consumatore, bensì "consorte della natura divina", per l'incarnazione del Verbo nel seno della Vergine Maria. Una verità "troppo bella per essere vera"? Oppure così bella perché vera? Ma allora la nuova evangelizzazione deve coniugare in modo nuovo verità e amore, proprio ricordando quanto il Papa disse al Convegno ecclesiale italiano (Loreto 1985): "Mentre nell'epoca moderna l'affermazione della verità, per note ragioni storiche, è stata spesso considerata un ostacolo alla pacifica convivenza, quasi che potesse essere fondata soltanto su basi relativistiche, e mentre le ideologie effettivamente dividono e contrappongono gli uomini, la verità di Cristo domanda di essere realizzata nell'amore, per condurre in tal modo alla fraternità. Nella sua essenza profonda essa è, infatti, manifestazione dell'amore, e solo nella concreta testimonianza dell'amore può trovare la sua piena credibilità".
Senza dimenticare, infine, la correlazione tra verità e morale che il Papa, nella Veritatis Splendor, ribadisce essere parte integrante della nuova evangelizzazione. Proprio le insidie contenute nell'accennato relativismo — anche quando si camuffa nella "libertà assoluta, sorgente di valori" o nella cosiddetta "etica della situazione" — esigono che "la nuova evangelizzazione comporti anche l'annuncio della proposta morale", che solo nel fulgore della verità può salvare l'uomo. Infatti, Gesù stesso, proprio annunciando il Regno, ha rivolto l'appello alla fede e alla conversione", sicché la vita morale buona diventa "riflesso della bontà stessa di Dio" (cfr Veritatis Splendor, nn. 32, 65 e 107 s).
La Civiltà Cattolica (editoriale) 1994 III 351-363 quaderno 3461 del 3/9/1994
December 05
Verso un'evangelizzazione interattivaParla Xavier Debanne, esperto in Chiesa e Internet
di Miriam Díez i Bosch
ROMA, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Second Life, Facebook, Youtube... che cos'hanno a che vedere con l'evangelizzazione? Molto, secondo l'ingegnere Xavier Debanne, che auspica che uno dei modi di presenza della Chiesa in Internet sia appunto la "promozione di un'evangelizzazione interattiva, svolta da cristiani che interagiscono con altri cristiani e non attraverso e-mail, messaggerie istantanee, chat, blog, podcast, presenza in Second Life, ecc".
ZENIT ha incontrato Debanne, consulente dell'Information and Communications Technology (ICT) ed esperto di Marketing e Comunicazione. Collabora con Organizzazioni no profit e istituzioni religiose sul tema Internet. E' membro del Consiglio Direttivo dell'Associazione dei Webmaster Cattolici Italiani della CEI; dal 1990 al 1998 è stato dirigente Olivetti e dal 1998 al 2006 dirigente Siemens Informatica.
Esperto di tecnologie digitali, è nato a Parigi nel 1954, è sposato, ha due figli e vive a Roma dal 1980. Tra i siti web in gestione o progettati e realizzati da Debanne ci sono l'Indice Analitico della rivista La Civiltà Cattolica (www.ananiainrete.it/lcc/) e il sito della Chiesa del Gesù di Roma (www.chiesadelgesu.org). Ha creato anche il sito di condivisione sulla cultura digitale Anania in rete (http://www.ananiainrete.it/).
Quali sono i pericoli e le potenzialità dell'interattività di Internet?
Debanne: L'interattività di Internet ha cambiato in modo sostanziale la cultura occidentale. Per esempio, tende a modificare la natura dei rapporti interpersonali, soprattutto tra i giovani: i rapporti "faccia a faccia" diminuiscono e vengono sostituiti con incontri in Internet che spesso corrono il rischio di essere superficiali, conseguenza anche della cultura postmoderna che valuta positivamente l'episodico e spinge a vivere il dialogo in Internet un po' come un videogioco, dove viene negata la complessità dei problemi e dove tutto è semplice ed accettabile.
Un esempio di questo è la limitazione dei siti come Facebook, che riduce grossolanamente l'amicizia a un parametro binario: una persona sta nella lista degli amici o non ci sta.
Nel contempo l'interattività di Internet permette, per esempio, la visita da casa della Cappella Redemptoris Mater in Vaticano. Dal sito del Vaticano l'utente può ammirare i mosaici della cappella spostandosi virtualmente, tramite il mouse del computer. E' sempre Internet che permette agli ottocento sacerdoti del sito "preti online" di rispondere individualmente agli utenti via posta elettronica.
Se da una parte mi sembra che Internet favorisca la diffusione di una cultura relativistica che deprime la capacità di porsi le domande fondamentali, dall'altra si nota che moltiplica le occasioni di incontro e di annuncio.
Internet è diventato un ambiente partecipativo. Questo può creare confusione?
Debanne: I blog sono stati i primi veri siti web partecipativi, grazie alla loro facilità d'uso, sia per l'autore sia per i lettori, ovvero perché scrivere contenuti e commenti è facile quanto leggerli.
Tuttavia la proliferazione dei blog, dei siti web e delle reti sociali come Facebook può provocare confusione presso l'utente se non sa distinguere tra un blog e un altro, in una rete apparentemente piatta e indifferenziata.
Il caso dell'enciclopedia online a contenuto aperto Wikipedia è emblematico. Anche se la sua base dati è composta da circa 3 milioni e mezzo di voci in 255 lingue, si tratta di un'enciclopedia inaffidabile proprio a causa delle sua caratteristica più innovativa, ovvero essere a contenuto aperto. Infatti non esiste alcuna reale garanzia di validità e accuratezza dei contenuti. Ma il problema più grave consiste nel fatto che Wikipedia conduce al relativismo: poiché è l'insieme degli utenti che decide sulla veridicità delle informazioni presenti nelle voci, si tende a concordare solo su fatti banali e a mettere tutte le posizioni sullo stesso piano.
Al di là di Wikipedia, mi pare che gli ambienti cooperativi e le reti sociali in generale siano alla base di straordinari processi di innovazione sociale perché il principio di base delle reti sociali è semplice: sfruttare la motivazione individuale per produrre valore per il gruppo.
Tuttavia per trasformare i progetti cooperativi in progetti sicuri è ndispensabile studiare meccanismi di governo efficaci che possano aumentare la loro autorevolezza senza distruggere lo slancio cooperativo.
La presenza della Chiesa cattolica nel web è ottimale?
Debanne: Penso che attualmente la principale finalità della presenza di un'organizzazione ecclesiale in Internet sia di rendere più visibili le sue attività, le sue proposte, i suoi documenti, la sua storia, ecc. Non è quindi sorprendente che decida di raggiungere questo fine attivando un sito web.
Un'altra modalità di presenza consiste nella promozione di una evangelizzazione interattiva, svolta da cristiani che interagiscono con altri cristiani e non attraverso e-mail, messaggerie istantanee, chat, blog, podcast, presenza in Second Life, ecc. Il tema dell'evangelizzazione in rete è stato spesso trattato dal Magistero della Chiesa, fin dal 1999, e ha per scopo la costruzione di relazioni con chi è in ricerca, basandosi essenzialmente sulla comunicazione pastorale.
Personalmente credo che sia efficace la narrazione di testimonianze religiose in uno spazio fortemente orientato alla condivisione e alla partecipazione, come può essere un blog, facendo ampio ricorso ad immagini simboliche, per ottenere una comunicazione intesa nel senso di creazione di un significato condiviso attraverso un processo di interazione comune, sia esso di natura consensuale o conflittuale.
Secondo me il futuro della Chiesa in Internet sarà segnato in larga misura dal passaggio dalla comunicazione istituzionale alla comunicazione pastorale.
December 04
Ciao ragazzi, non vi conosco di persona ma Rita mi ha parlato di voi. Mi ha detto che siete dei GIOVANI che amate tanto Gesù, che gli volete un gran bene, a tal punto che volete farlo conoscere a tutti, in ogni modo e con qualsiasi mezzo.
I giorni che state vivendo sono dei giorni di grazia dove avete la possibilità di vivere come i primi Apostoli del Signore, consacrati all’annuncio della Parola per l’avvento del Regno di Dio.
Il Padre celeste vi ha chiamato a lavorare nella sua vigna. Sentite la bellezza di questa vocazione! Gesù si vuole rendere visibile al mondo attraverso di voi: non c’è cosa più bella ed entusiasmante di questa!
Il Papa Benedetto XVI alla GMG di Sidney ha detto <<Siamo nel tempo dello Spirito Santo>> (agosto 2008). Infatti è il momento in cui dobbiamo invocare continuamente dal cielo il dono dello Spirito, per avere il coraggio di testimoniare con la vita e annunciare con le parole l’Amore di Dio che si è fatto visibile nel sacrificio di Gesù sulla Croce.
Anche se non ci siamo mai incontrati conosco le vostre difficoltà, i vostri dubbi, i vostri problemi di ogni giorno. Quello che vi turba e quello che vi entusiasma.
In ogni momento che vivete la fede in Gesù è quella che salva, che incoraggia, che spinge a vivere da cristiani. Nella lotta al peccato, nella perseveranza della preghiera e delle opere, non siete da soli, Gesù è con voi continuamente attraverso la presenza del suo Spirito.
Vicino a voi troverete sicuramente una Chiesa, lì Gesù è presente nel suo Corpo e nel Suo sangue. Accanto a voi troverete fratelli e sorelle che sentono il bisogno di ricevere un sorriso, un abbraccio, una parola di conforto, anche lì è presente Gesù.
Voi avete il privilegio non solo di conoscere ma anche di vivere tutto questo ma tanti giovani come voi non hanno ancora incontrato Gesù nel loro cammino.
Come quando Gesù inviò i 72 discepoli in missione (vangelo di luca), dandogli il potere di convertire, guarire, riconciliare così Gesù fa con voi: siete SUOI DISCEPOLI in questa generazione.
Il vostro sguardo comunichi amore, il vostro sorriso pace, il vostro abbraccio comunione, la vostra parola salvezza.
Grazie per quello fate, Grazie per quello che farete,
Grazie d’esistere, Grazie d’esistere per sempre!
La Mamma celeste Vergine della Pentecoste vi è accanto nell’evangelizzazione.
BUONA MISSIONE
Raffaele Di Francisca
COMUNITA’ INFUOCATI DALLO SPIRITO October 22
A Gesù per Maria
«E da quellora il discepolo (Giovanni) laccolse come sua» (Gv 19,27)
Come a Giovanni Gesù dona anche a te la sua Mamma. Donarsi totalmente a Gesù per mezzo di Maria, è imitare il Padre che ci ha dato il Figlio suo per mezzo di Maria. È imitare Dio Figlio, il quale si è incarnato per mezzo di Maria e ci ha dato lesempio perché facessimo come egli ha fatto, ci ha sollecitati ad andare a lui per lo stesso mezzo con cui egli è venuto a noi: Maria. È imitare lo Spirito Santo che ci comunica le sue grazie e i suoi doni per mezzo di Maria. Non è forse giusto, dice S. Bernardo, che la grazia ritorni al suo autore per lo stesso canale attraverso il quale è venuta a noi? S. Gemma Galgani portava un amore affettuoso verso la Madonna. In una visione vide la Madonna che la prendeva per mano e laccompagnava alla S. Comunione. E intanto le diceva: «Gemma, tu godi nel chiamarmi Mamma, ma tu non sai quanta gioia io provo nel chiamarti figlia». October 04
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San Francesco d'Assisi Patrono d'Italia
4 ottobre
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Assisi, 1182 - Assisi, la sera del 3 ottobre 1226
Da una vita giovanile spensierata e mondana, dopo aver usato misericordia ai lebbrosi (Testamento), si convertì al Vangelo e lo visse con estrema coerenza, in povertà e letizia, seguendo il Cristo umile, povero e casto, secondo lo spirito delle beatitudini. Insieme ai primi fratelli che lo seguirono, attratti dalla forza del suo esempio, predicò per tutte le contrade l'amore del Signore, contribuendo al rinnovamento della Chiesa. Innamorato del Cristo, incentrò nella contemplazione del Presepe e del Calvario la sua esperienza spirituale. Portò nel suo corpo i segni della Passione. Il lui come nei più grandi mistici si reintegrò l'armonia con il cosmo, di cui si fece interprete nel cantico delle creature. Fu ispiratore e padre delle famiglie religiose maschili e femminili che da lui prendono il nome. Pio XII lo proclamò patrono d'Italia il 18 giugno 1939. (Mess. Rom.)
Patronato: Italia, Ecologisti, Animali, Uccelli, Commercianti, Lupetti/Coccin. AGESCI
Etimologia: Francesco = libero, dall'antico tedesco
Emblema: Lupo, Uccelli
Martirologio Romano: Memoria di san Francesco, che, dopo una spensierata gioventù, ad Assisi in Umbria si convertì ad una vita evangelica, per servire Gesù Cristo che aveva incontrato in particolare nei poveri e nei diseredati, facendosi egli stesso povero. Unì a sé in comunità i Frati Minori. A tutti, itinerando, predicò l’amore di Dio, fino anche in Terra Santa, cercando nelle sue parole come nelle azioni la perfetta sequela di Cristo, e volle morire sulla nuda terra.
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Nel suo 'Testamento' scritto poco prima di morire, Francesco annotò: “Nessuno mi insegnava quel che io dovevo fare; ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo”. Per questo è considerato il più grande santo della fine del Medioevo; egli fu una figura sbocciata completamente dalla grazia e dalla sua interiorità, non spiegabile per niente con l'ambiente spirituale da cui proveniva. Ma proprio a lui toccò in un modo provvidenziale, di dare la risposta agli interrogativi più profondi del suo tempo. Avendo messo in chiara luce con la sua vita i principi universali del Vangelo, con una semplicità e amabilità stupefacenti, senza imporre mai nulla a nessuno, ebbe un influsso straordinario, che dura tuttora, non solo nel mondo cristiano ma anche al di fuori di esso.
Origini e gioventù Francesco, l'apostolo della povertà, in effetti era figlio di ricchi, nacque ad Assisi nei primi del 1182 da Pietro di Bernardone, agiato mercante di panni e dalla nobile Giovanna detta “la Pica”, di origine provenzale. In omaggio alla nascita di Gesù, la religiosissima madonna Pica, volle partorire il bambino in una stalla improvvisata al pianterreno della casa paterna, in seguito detta “la stalletta” o “Oratorio di s. Francesco piccolino”, ubicata presso la piazza principale della città umbra. La madre in assenza del marito Pietro, impegnato in un viaggio di affari in Provenza, lo battezzò con il nome di Giovanni, in onore del Battista; ma ritornato il padre, questi volle aggiungergli il nome di Francesco che prevarrà poi sul primo. Questo nome era l'equivalente medioevale di 'francese' e fu posto in omaggio alla Francia, meta dei suoi frequenti viaggi e occasioni di mercato; disse s. Bonaventura suo biografo: “per destinarlo a continuare il suo commercio di panni franceschi”; ma forse anche in omaggio alla moglie francese, ciò spiega la familiarità con questa lingua da parte di Francesco, che l'aveva imparata dalla madre. Crebbe tra gli agi della sua famiglia, che come tutti i ricchi assisiani godeva dei tanti privilegi imperiali, concessi loro dal governatore della città, il duca di Spoleto Corrado di Lützen. Come istruzione aveva appreso le nozioni essenziali presso la scuola parrocchiale di San Giorgio e le sue cognizioni letterarie erano limitate; ad ogni modo conosceva il provenzale ed era abile nel mercanteggiare le stoffe dietro gli insegnamenti del padre, che vedeva in lui un valido collaboratore e l'erede dell'attività di famiglia. Non alto di statura, magrolino, i capelli e la barbetta scura, Francesco era estroso ed elegante, primeggiava fra i giovani, amava le allegre brigate, spendendo con una certa prodigalità il denaro paterno, tanto da essere acclamato “rex iuvenum” (re dei conviti) che lo poneva alla direzione delle feste.
Combattente e sua conversione Con la morte dell'imperatore di Germania Enrico IV (1165-1197) e l'elezione a papa del card. Lotario di Segni, che prese il nome di Innocenzo III (1198-1216), gli scenari politici cambiarono; il nuovo papa sostenitore del potere universale della Chiesa, prese sotto la sua sovranità il ducato di Spoleto compresa Assisi, togliendolo al duca Corrado di Lützen. Ciò portò ad una rivolta del popolo contro i nobili della città, asserviti all'imperatore e sfruttatori dei loro concittadini, essi furono cacciati dalla rocca di Assisi e si rifugiarono a Perugia; poi con l'aiuto dei perugini mossero guerra ad Assisi (1202-1203). Francesco, con lo spirito dell'avventura che l'aveva sempre infiammato, si buttò nella lotta fra le due città così vicine e così nemiche. Dopo la disfatta subita dagli assisiani a Ponte San Giovanni, egli fu fatto prigioniero dai perugini a fine 1203 e restò in carcere per un lungo terribile anno; dopo che i suoi familiari ebbero pagato un consistente riscatto, Francesco ritornò in famiglia con la salute ormai compromessa. La madre lo curò amorevolmente durante la lunga malattia; ma una volta guarito egli non era più quello di prima, la sofferenza aveva scavato nel suo animo un'indelebile solco, non sentiva più nessuna attrattiva per la vita spensierata e i suoi antichi amici non potevano più stimolarlo. Come ogni animo nobile del suo tempo, pensò di arruolarsi nella cavalleria del conte Gualtiero di Brenne, che in Puglia combatteva per il papa; ma giunto a Spoleto cadde in preda ad uno strano malessere e la notte ebbe un sogno rivelatore con una voce misteriosa che lo invitava a “servire il padrone invece che il servo” e quindi di ritornare ad Assisi. Colpito dalla rivelazione, tornò alla sua città, accolto con preoccupazione dal padre e con una certa disapprovazione di buona parte dei concittadini. Lasciò definitivamente le allegre brigate per dedicarsi ad una vita d'intensa meditazione e pietà, avvertendo nel suo cuore il desiderio di servire il gran Re, ma non sapendo come; andò anche in pellegrinaggio a San Pietro in Roma con la speranza di trovare chiarezza. Ritornato deluso ad Assisi, continuò nelle opere di carità verso i poveri ed i lebbrosi, ma fu solo nell'autunno 1205 che Dio gli parlò; era assorto in preghiera nella chiesetta campestre di San Damiano e mentre fissava un crocifisso bizantino, udì per tre volte questo invito: “Francesco va' e ripara la mia chiesa, che come vedi, cade tutta in rovina”. Pieno di stupore, Francesco interpretò il comando come riferendosi alla cadente chiesetta di San Damiano, pertanto si mise a ripararla con il lavoro delle sue mani, utilizzando anche il denaro paterno. A questo punto il padre, considerandolo ormai irrecuperabile, anzi pericoloso per sé e per gli altri, lo denunziò al tribunale del vescovo come dilapidatore dei beni di famiglia; notissima è la scena in cui Francesco denudatosi dai vestiti, li restituì al padre mentre il vescovo di Assisi Guido II, lo copriva con il mantello, a significare la sua protezione. Il giovane fu affidato ai benedettini con la speranza che potesse trovare nel monastero la soddisfazione alle sue esigenze spirituali; i rapporti con i monaci furono buoni, ma non era quella la sua strada e ben presto riprese la sua vita di “araldo di Gesù re”, indossò i panni del penitente e prese a girare per le strade di Assisi e dei paesi vicini, pregando, servendo i più poveri, consolando i lebbrosi e ricostruendo oltre San Damiano, le chiesette diroccate di San Pietro alla Spira e della Porziuncola.
La vocazione alla povertà e l'inizio della sua missione Nell'aprile del 1208, durante la celebrazione della Messa alla Porziuncola, ascoltando dal celebrante la lettura del Vangelo sulla missione degli Apostoli, Francesco comprese che le parole di Gesù riportate da Matteo (10, 9-10) si riferivano a lui: “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. E in qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se ci sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza”. Era la risposta alle sue preghiere e domande che da tempo attendeva; comprese allora che le parole del Crocifisso a San Damiano non si riferivano alla ricostruzione del piccolo tempio, ma al rinnovamento della Chiesa nei suoi membri; depose allora i panni del penitente e prese la veste “minoritica”, cingendosi i fianchi con una rude corda e coprendosi il capo con il cappuccio in uso presso i contadini del tempo e camminando a piedi scalzi. Iniziò così la vita e missione apostolica, sposando “madonna Povertà” tanto da essere poi definito “il Poverello di Assisi”, predicando con l'esempio e la parola il Vangelo come i primi apostoli. Francesco apparve in un momento particolarmente difficile per la vita della Chiesa, travagliata da continue crisi provocate dal sorgere di movimenti di riforma ereticali e lotte di natura politica, in cui il papato era allora uno dei massimi protagonisti. In un ambiente corrotto da ecclesiastici indegni e dalle violenze della società feudale, egli non prese alcuna posizione critica, né aspirò al ruolo di riformatore dei costumi morali della Chiesa, ma ad essa si rivolse sempre con animo di figlio devoto e obbediente. Rendendosi interprete di sentimenti diffusi nel suo tempo, prese a predicare la pace, l'uguaglianza fra gli uomini, il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, l'amore per tutte le creature di Dio e al disopra di ogni cosa, la venuta del regno di Dio.
Inizio dell'Ordine dei Frati Minori Ben presto attirati dalla sua predicazione, si affiancarono a Francesco, quelli che sarebbero diventati suoi inseparabili compagni nella nuova vita: Bernardo di Quintavalle un ricco mercante, Pietro Cattani dottore in legge, Egidio contadino e poco dopo anche Leone, Rufino, Elia, Ginepro ed altri fino al numero di dodici, proprio come gli Apostoli, formanti una specie di 'fraternità' di chierici e laici, che vivevano alla luce di un semplice proposito di ispirazione evangelica. Il loro era un vivere alla lettera il Vangelo, senza preoccupazioni teologiche e senza ambizioni riformatrici o contestazioni morali, indicando così una nuova vita a chi voleva vivere in carità e povertà all'interno della Chiesa; per la loro obbedienza alla gerarchia ecclesiastica, il vescovo di Assisi Guido prese a proteggerli, seguendoli con interesse e permettendo loro di predicare. Ai primi del 1209 il gruppo si riuniva in una capanna nella località di Rivotorto, nella pianura sottostante la città di Assisi, presso la Porziuncola, iniziando così la “prima scuola” di formazione, dove durante un intero anno Francesco trasmise ai compagni il suo carisma, alternando alla preghiera, l'assistenza ai lebbrosi, la questua per sostenersi e per riparare le chiese danneggiate. Giacché ormai essi sconfinavano fuori dalla competenza della diocesi, e ciò poteva procurare problemi, il vescovo Guido consigliò Francesco e il suo gruppo di recarsi a Roma dal papa Innocenzo III per farsi approvare la prima breve Proto-Regola del nuovo Ordine dei Frati Minori. Regola che fu approvata oralmente dal papa, dopo un suggestivo incontro con il gruppetto, vestito dalla rozza tunica e scalzo, colpito fra l'altro da “quel giovane piccolo dagli occhi ardenti”; nacque così ufficialmente l'Ordine dei Frati Minori, che riceveva la tonsura entrando a far parte del clero; sembra che in quest'occasione Francesco abbia ricevuto il diaconato.
Chiara e le clarisse Tutta Assisi parlava delle 'bizzarie' del giovane Francesco, che viveva in povertà con i compagni laggiù nella pianura e che spesso saliva in città a predicare il Vangelo con il permesso del vescovo, augurando a tutti “pace e bene”; nella primavera del 1209 aveva predicato perfino nella cattedrale di S. Rufino, dove nell'attigua piazza abitava la nobile famiglia degli Affreduccio e sicuramente in quell'occasione, fra i fedeli che ascoltavano, c'era la giovanissima figlia Chiara. Colpita dalle sue parole, prese ad innamorarsi dei suoi ideali di povertà evangelica e cominciò a contattarlo, accompagnata dall'amica Bona di Guelfuccio e inviandogli spesso un poco di denaro. Nella notte seguente la Domenica delle Palme del 1211, abbandonò di nascosto il suo palazzo e correndo al buio attraverso i campi, giunse fino alla Porziuncola dove chiese a Francesco di dargli Dio, quel Dio che lui aveva trovato e col quale conviveva. Francesco, davanti all'altare della Vergine, le tagliò la bionda e lunga capigliatura (ancora oggi conservata) consacrandola al Signore. Poi l'accompagnò al monastero delle benedettine a Bastia, per sottrarla all'ira dei parenti, i quali dopo un colloquio con Chiara che mostrò loro il capo senza capelli, si convinsero a lasciarla andare. Successivamente Chiara e le compagne che l'avevano raggiunta, si spostò dopo alterne vicende, nel piccolo convento annesso alla chiesetta di San Damiano, dove nel 1215 a 22 anni Chiara fu nominata badessa; Francesco dettò alle “Povere donne recluse di S. Damiano” (il nome 'Clarisse' fu preso dopo la morte di s. Chiara) una prima Regola di vita, sostituita più tardi da quella della stessa santa. Chiara con le compagne, sarà l'incarnazione al femminile dell'ideale francescano, a cui si assoceranno tante successive Congregazioni di religiose.
L'ideale missionario Francesco non desiderò solo per sé e i suoi frati, l'evangelizzazione del mondo cristiano deviato dagli originari principi evangelici, ma anche raggiungere i non credenti, specie i saraceni, come venivano chiamati allora i musulmani. Se in quell'epoca i rapporti fra il mondo cristiano e quello musulmano erano tipicamente di lotta, Francesco volle capovolgere questa mentalità, vedendo per primo in loro dei fratelli a cui annunciare il Vangelo, non con le armi ma offrendolo con amore e se necessario subire anche il martirio. Mandò per questo i suoi frati prima dai Mori in Spagna, dove vennero condannati a morte e poi graziati dal Sultano e dopo in Marocco, dove il gruppo di frati composti da Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto, Ottone, mentre predicavano, furono arrestati, imprigionati, flagellati e infine decapitati il 16 gennaio 1220. Il ritorno in Portogallo dei corpi dei protomartiri, suscitò la vocazione francescana nell'allora canonico regolare di S. Agostino, il dotto portoghese e futuro santo, Antonio da Padova. Francesco non si scoraggiò, nel 1219-1220 volle tentare personalmente l'impresa missionaria diretto in Marocco, ma una tempesta spinse la nave sulla costa dalmata, il secondo tentativo lo fece arrivare in Spagna, occupata dai musulmani, ma si ammalò e dovette tornare indietro, infine un terzo tentativo lo fece approdare in Palestina, dove si presentò al sultano egiziano Al-Malik al Kamil nei pressi del fiume Nilo, che lo ricevette con onore, ascoltandolo con interesse; il sultano non si convertì, ma Francesco poté dimostrare che il dialogo dell'amore poteva essere possibile fra le due grandi religioni monoteiste, dalle comuni origini in Abramo.
La seconda Regola Verso la metà del 1220, Francesco dovette ritornare in Italia per rimettere ordine fra i suoi frati, cresciuti ormai in numero considerevole, per cui l'originaria breve Regola era diventata insufficiente con la sua rigidità. Il Poverello non aveva inteso fondare conventi ma solo delle 'fraternità', piccoli gruppi di fratelli che vivessero in mezzo al mondo, mostrando che la felicità non era nel possedere le cose ma nel vivere in perfetta armonia secondo i comandamenti di Dio. Ma la folla di frati ormai sparsi per tutta l'Italia, poneva dei problemi di organizzazione, di formazione, di studio, di adattamento alle necessità dell'apostolato in un mondo sempre in evoluzione; quindi il vivere in povertà non poteva condizionare gli altri aspetti del vivere nel mondo. Nell'affollato “capitolo delle stuoia”, tenutosi ad Assisi nel 1221, Francesco autorizzò il dotto Antonio venuto da Lisbona, d'insegnare ai frati la sacra teologia a Bologna, specie a quelli addetti alla predicazione e alle confessioni. La nuova Regola fu dettata da Francesco a frate Leone, accolta con soddisfazione dal cardinale protettore dell'Ordine, Ugolino de' Conti, futuro papa Gregorio IX e da tutti i frati; venne approvata il 29 novembre 1223 da papa Onorio III. In essa si ribadiva la povertà, il lavoro manuale, la predicazione, la missione tra gl'infedeli e l'equilibrio tra azione e contemplazione; si permetteva ai frati di avere delle Case di formazione per i novizi, si stemperò un poco il concetto di divieto della proprietà.
Il presepe vivente di Greccio La notte del 24 dicembre 1223, Francesco si sentì invadere il cuore di tenerezza e di slancio volle rivivere nella selva di Greccio, vicino Rieti, l'umile nascita di Gesù Bambino con figure viventi. Nacque così la bella e suggestiva tradizione del Presepio nel mondo cristiano, che sarà ripresa dall'arte e dalla devozione popolare lungo i secoli successivi, con l'apporto dell'opera di grandi artisti, tale da costituire un filone dell'arte a sé stante, comprendenti orafi, scenografi, pittori, scultori, costumisti, architetti; il cui apice per magnificenza, realismo, suggestività, si ammira nel Presepe settecentesco napoletano.
Il suo Calvario personale Ormai minato nel fisico per le malattie, per le fatiche, i continui spostamenti e digiuni, Francesco fu costretto a distaccarsi dal mondo e dal governo dell'Ordine, che aveva creato pur non avendone l'intenzione. Nell'estate del 1224 si ritirò sul Monte della Verna (Alverna) nel Casentino, insieme ad alcuni dei suoi primi compagni, per celebrare con il digiuno e intensa partecipazione alla Passione di Cristo, la “Quaresima di San Michele Arcangelo”. La mattina del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce, mentre pregava su un fianco del monte, vide scendere dal cielo un serafino con sei ali di fiamma e di luce, che gli si avvicinò in volo rimanendo sospeso nell'aria. Fra le ali del serafino, Francesco vide lampeggiare la figura di un uomo con mani e piedi distesi e inchiodati ad una croce; quando la visione scomparve lasciò nel cuore di Francesco un ammirabile ardore e nella carne i segni della crocifissione; per la prima volta nella storia della santità cattolica, si era verificato il miracolo delle stimmate. Disceso dalla Verna, visibilmente dolorante e trasformato, volle ritornare ad Assisi; era anche prostrato da varie malattie, allo stomaco, alla milza e al fegato, con frequenti emottisi, inoltre la vista lo stava lasciando, a causa di un tracoma contratto durante il suo viaggio in Oriente.
Il lungo declino fisico, il “Cantico delle creature”, la morte Dopo le ultime prediche all'inizio del 1225, Francesco si rifugiò a San Damiano, nel piccolo convento annesso alla chiesetta da lui restaurata tanti anni prima e dove viveva Chiara e le sue suore. E in questo suggestivo e spirituale luogo di preghiera, egli compose il famoso “Cantico di frate Sole” o “Cantico delle Creature”, sublime poesia, ove si comprende quanto Francesco fosse penetrato nella più intima realtà della natura, contemplando sotto ogni creatura l'adorabile presenza di Dio. Se la fede gli aveva fatto riscoprire la fratellanza universale degli uomini, tutti figli dello stesso Padre, nel 'Cantico' egli coglieva il legame d'amore che lega tutte le creature, animate ed inanimate, tra loro e con l'uomo, in un abbraccio planetario di fratelli e sorelle che hanno un solo scopo, dare gloria a Dio. In questo periodo, ospite per un certo tempo nel palazzo vescovile, dettò anche il suo famoso 'Testamento', l'ultimo messaggio d'amore del Poverello ai suoi figli, affinché rimanessero fedeli a madonna Povertà. Poi per l'interessamento del cardinale Ugolino e di frate Elia, Francesco accettò di sottoporsi alle cure dei medici della corte papale a Rieti; poi ancora a Fabriano, Siena e Cortona, ma nell'estate del 1226 non solo non era migliorato, ma si fece sempre più evidente il sorgere di un'altra grave malattia, l'idropisia. Dopo un'altra sosta a Bagnara sulle montagne vicino a Nocera Umbra, perché potesse avere un po' di refrigerio, i frati visto l'aggravarsi delle sue condizioni, decisero di trasportarlo ad Assisi e su sua richiesta all'amata Porziuncola, dove a tarda sera del 3 ottobre 1226, Francesco morì recitando il salmo 141, adagiato sulla nuda terra, aveva circa 45 anni. Le allodole, amanti della luce e timorose del buio, nonostante che fosse già sera, vennero a roteare sul tetto dell'infermeria, a salutare con gioia il santo, che un giorno (fra Camara e Bevagna), aveva invitato gli uccelli a cantare lodando il Signore; e in altra occasione in un campo verso Montefalco aveva tenuto loro una predica, che gli uccelli immobili ascoltarono, esplodendo poi in cinguetii e voli di gioia. La mattina del 4 ottobre, il suo corpo fu traslato con una solenne processione dalla Porziuncola alla chiesa parrocchiale di S. Giorgio ad Assisi, dove era stato battezzato e dove aveva cominciato nel 1208 la predicazione. Lungo il percorso il corteo si fermò a San Damiano, dove la cassa fu aperta, affinché santa Chiara e le sue “povere donne” potessero baciargli le stimmate. Nella chiesa di San Giorgio rimase tumulato fino al 1230, quando venne portato nella Basilica inferiore, costruita da frate Elia, diventato Ministro Generale dell'Ordine. Intanto il 16 luglio 1228, papa Gregorio IX a meno di due anni dalla morte, proclamò santo il Poverello d'Assisi, alla presenza della madre madonna Pica, del fratello Angelo e altri parenti, del vescovo Guido di Assisi, di numerosi cardinali e vescovi e di una folla di popolo mai vista, fissandone la festa al 4 ottobre.
Il culto, Patronati Gli episodi della sua vita e dei suoi primi seguaci, furono raccolti e narrati nei “Fioretti di San Francesco”, opera di anonimo trecentesco, che contribuì nel tempo alla larga diffusione del suo culto, unitamente alla prima e seconda 'Vita', scritte dal suo discepolo Tommaso da Celano (1190-1260), su richiesta di papa Gregorio IX. Alcuni episodi sono entrati nell'iconografia del santo e riprodotti dall'arte, come la predica agli uccelli, il roseto in cui si rotolò per sfuggire alla tentazione, il lupo che ammansì a Gubbio, il ricevimento delle Stimmate, ecc. È patrono dell'Umbria e di molte città, fra le quali San Francisco negli USA che da lui prese il nome; innumerevoli sono le chiese, le parrocchie, i conventi, i luoghi pubblici che portano il suo nome; come pure tanti altri santi e beati, venuti dopo di lui, che ebbero al battesimo o adottarono nella vita religiosa il suo nome. Il grande santo di Assisi, che lo storico e scrittore, don Enrico Pepe definisce “Patrimonio dell'umanità”, fu riconosciuto da papa Pio XII, come il “più italiano dei santi e più santo degli italiani” e il 18 giugno 1939, lo proclamò Patrono principale d'Italia. Il cammino dei suoi 'Frati Minori' La Regola composta da s. Francesco su istanza del cardinale Ugolino de' Conti, futuro papa Gregorio IX e approvata solennemente da Onorio III nel 1223, era formata da 12 capitoli, essa prescriveva una rigida e assoluta povertà, il lavoro per procurasi il cibo e l'elemosina come mezzo sussidiario di sostentamento. Capo dell'Ordine, che si propagò rapidamente al punto che, vivente ancora il fondatore, annoverava già 13 Province, fu un Ministro Generale. Le costituzioni furono redatte da San Bonaventura da Bagnoregio. Mentre ancora l'organizzazione del nuovo Movimento religioso si stava consolidando, scoppiarono i primi contrasti. I membri dell'Ordine si divisero in due fazioni: la prima intendeva adottare forme meno severe di vita comunitaria e prescindere dall'obbligo assoluto della povertà, al fine di rendere meno difficile lo sviluppo dell'Ordine stesso; la seconda al contrario, si proponeva di uniformarsi alla lettera e allo spirito delle norme lasciate dal fondatore. I numerosi tentativi per placare i dissensi non ebbero effetto, anzi questi si acuirono di più quando Gregorio IX con la bolla “Quo elongati” (1230), concesse ai frati, che presero in seguito il nome di 'Conventuali', la possibilità di ricevere beni e di amministrarli per le loro esigenze. Nel campo opposto, correnti definite ereticali, come quelle degli spirituali e dei fraticelli, rappresentarono l'ala estrema del francescanesimo e agitarono un programma di rinnovamento religioso misto ad un'auspicabile rinascita politico-sociale, che sarebbe dovuto sfociare nell'avvento del regno dello Spirito, ma si attirarono scomuniche e persecuzioni dalle autorità ecclesiastiche e feudali. La divisione in due Movimenti, Osservanti e Conventuali, fu sanzionata nel 1517 da papa Leone X; nel 1525 papa Clemente VII approvò il nuovo ramo dei frati Cappuccini, guidato dal frate Minore Osservante Matteo da Bascio della Marca d'Ancona, dediti ad una più austera disciplina, povertà assoluta e vita eremitica; altre famiglie francescane riformate sorsero nei secoli (Alcantarini, Riformati, Amadeiti) in seno o a fianco degli Osservanti, ma tutti obbedivano al Ministro Generale dell'Osservanza. L'Ordine francescano comprende anche il ramo femminile, le Clarisse e il Terz'Ordine dei laici o Terziari francescani, fondati dallo stesso s. Francesco nel 1221, per raccogliere i numerosi seguaci già sposati e di ogni ordine sociale. L'Ordine, ai cui membri dei diversi rami, Leone XIII nel 1897, ingiunse di prendere il nome comune di Frati Minori, è tra i più importanti della Chiesa. Oltre alle pratiche religiose e ascetiche, essi furono e sono dediti alla predicazione, ad un apostolato di tipo sociale in luoghi di cura, e soprattutto all'opera missionaria.
Cantico delle Creature
Altissimo, onnipotente, bon Signore Tue so' le laude, la gloria et l'honore et onne benedictione. A te solo, Altissimo, se konfanno Et nullo homo ene digno te mentovare. Laudato si', mi' Signore, cum tucte le tue creature, specialmente messer lo frate sole lo quale è iorno et allumini noi per lui, et ellu è bellu e radiante, cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle: in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si', mi' Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale alle tue creature dai sostentamento. Laudato si', mi' Signore, per sora acqua, la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si', mi' Signore, per frate focu per lo quale enallumini la nocte ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si', mi' Signore, per sora nostra madre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba. Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo' infirmitate et tribolatione. Beati quelli ke le sosterranno in pace ka da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullo homo vivente po' skappare. Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le sue sanctissime volutati, ka la morte secunda nol farrà male. Laudate et benedicete mi' Signore, et rengratiate et serviteli cum grande humilitate. (S. Francesco d'Assisi) | October 02
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Santi Angeli Custodi
2 ottobre
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Nella storia della salvezza, Dio affida agli Angeli l'incarico di proteggere i patriarchi, i suoi servi e tutto il popolo eletto. Pietro in carcere viene liberato dal suo Angelo. Gesù a difesa dei piccoli dice che i loro Angeli vedono sempre il volto del Padre che sta nei Cieli. Figure celesti presenti nell'universo religioso e culturale della Bibbia - così come di molte religioni antiche - e quasi sempre rappresentati come esseri alati (in quanto forza mediatrice tra Dio e la Terra), gli angeli trovano l'origine del proprio nome nel vocabolo greco anghelos =messaggero. Non a caso, nel linguaggio biblico, il termine indica una persona inviata per svolgere un incarico, una missione. Ed è proprio con questo significato che la parola ricorre circa 175 volte nel Nuovo Testamento e 300 nell'Antico Testamento, che ne individua anche la funzione di milizia celeste, suddivisa in 9 gerarchie: Cherubini, Serafini, Troni, Dominazioni, Potestà, Virtù celesti, Principati, Arcangeli, Angeli. Oggi il tema degli Angeli, quasi scomparso dai sermoni liturgici, riecheggia stranamente nei pulpiti dei media in versione new age, nei film e addirittura negli spot pubblicitari, che hanno voluto recepirne esclusivamente l'aspetto estetico e formale.
Martirologio Romano: Memoria dei santi Angeli Custodi, che, chiamati in primo luogo a contemplare il volto di Dio nel suo splendore, furono anche inviati agli uomini dal Signore, per accompagnarli e assisterli con la loro invisibile ma premurosa presenza.
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La memoria dei Santi Angeli, oggi espressamente citati nel “Martirologio Romano” della Chiesa Cattolica, come Angeli Custodi, si celebra dal 1670 il 2 ottobre, data fissata da papa Clemente X (1670-1676); la Chiesa Ortodossa li celebra l’11 gennaio. Ma chi sono gli Angeli e che rapporto hanno nella storia del genere umano? Prima di tutto l’esistenza degli Angeli è un dogma di fede, definito più volte dalla Chiesa (Simbolo Niceno, Simbolo Costantinopolitano, IV Concilio Lateranense (1215), Concilio Vaticano I (1869-70)). Tutto ciò che riguarda gli Angeli, ha costituito una scienza propria detta ‘angiologia’; e tutti i Padri della Chiesa e i teologi, hanno nelle loro argomentazioni, espresso ed elaborato varie interpretazioni e concetti, riguardanti la loro esistenza, creazione, spiritualità, intelligenza, volontà, compiti, elevazione e caduta. Come si vede la materia è così vasta e profonda, che è impossibile in questa scheda succinta, poter esporre esaurientemente l’argomento, ci limiteremo a dare qualche cenno essenziale.
Esistenza e creazione La creazione degli angeli è affermata implicitamente almeno in un passo del Vecchio Testamento, dove al Salmo 148 (Lode cosmica), essi sono invitati con le altre creature del cielo e della terra a benedire il Signore: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo, voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere… Lodino tutti il nome del Signore, perché al suo comando ogni cosa è stata creata”. Nel nuovo Testamento (Col. 1.16) si dice: “per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra”. Quindi anche gli angeli sono stati creati e se pure la tradizione è incerta sul tempo e nell’ordine di questa creazione, essa è ritenuta dai Padri indubitabile; certamente prima dell’uomo, perché alla cacciata dal paradiso terrestre di Adamo ed Eva, era presente un angelo, posto poi a guardia dell’Eden, per impedirne il ritorno dei nostri progenitori.
Spiritualità La spiritualità degli angeli, è stato oggetto di considerazioni teologiche fra i più grandi Padri della Chiesa; s. Giustino e s. Ambrogio attribuivano agli angeli un corpo, non come il nostro, ma luminoso, imponderabile, sottile; s. Basilio e s. Agostino furono esitanti e si espressero non chiaramente; s. Giovanni Crisostomo, s. Gerolamo, s. Gregorio Magno, asserirono invece l’assoluta spiritualità; il già citato Concilio Lateranense IV, quindi il Magistero della Chiesa, affermò che gli Angeli sono spirito senza corpo. L’angelo per la sua semplicità e spiritualità è immortale e immutabile, privo di quantità non può essere localmente presente nello spazio, però si rende visibile in un luogo per esplicare il suo operato; non può moltiplicarsi entro la stessa specie e s. Tommaso d’Aquino afferma che tante sono le specie angeliche quanti sono gli stessi angeli, l’uno diverso dall’altro. Nella Bibbia si parla di angeli come di messaggeri ed esecutori degli ordini divini; nel Nuovo Testamento essi appaiono chiaramente come puri spiriti. Nella credenza ebraica essi furono talvolta avvicinati a esseri materiali, ai quali si offriva ospitalità, che essi ricambiavano con benedizioni, promesse di prosperità, ecc.
Intelligenza e volontà L’Angelo in quanto essere spirituale non può essere sprovvisto della facoltà dell’intelligenza e della volontà; anzi in lui debbono essere molto più potenti, in quanto egli è puro di spirito; sulla prontezza e infallibilità dell’intelligenza angelica, come pure sull’energia, la tenace volontà, la libertà superiore, il grande Dottore Angelico, s. Tommaso d’Aquino, ha scritto ampiamente nella sua “Summa Theologica”, alla quale si rimanda per un approfondimento.
Elevazione La Sacra Scrittura suggerisce più volte che gli Angeli godono della visione del volto di Dio, perché la felicità alla quale furono destinati gli spiriti celesti, sorpassa le esigenze della natura ed è soprannaturale. E nel Nuovo Testamento frequentemente viene stabilito un paragone fra uomini, santi e angeli, come se la meta cui sono destinati i primi, altro non sia che una partecipazione al fine già conseguito dagli angeli buoni, i quali vengono indicati come ‘santi’, ‘figli di Dio’, ‘angeli di luce’ e che sono ‘innanzi a Dio’, ‘al cospetto di Dio o del suo trono’; tutte espressioni che indicano il loro stato di beatitudine; essi furono santificati nell’istante stesso della loro creazione.
Caduta Il Concilio Lateranense IV, definì come verità di fede che molti Angeli, abusando della propria libertà caddero in peccato e diventarono cattivi. San Tommaso affermò che l’Angelo poté commettere solo un peccato d’orgoglio, lo spirito celeste deviò dall’ordine stabilito da Dio e non accettandolo, non riconobbe al disopra della sua perfezione, la supremazia divina, quindi peccato d’orgoglio cui conseguì immediatamente un peccato di disobbedienza e d’invidia per l’eccellenza altrui. Altri peccati non poté commetterli, perché essi suppongono le passioni della carne, ad esempio l’odio, la disperazione. Ancora s. Tommaso d’Aquino specifica, che il peccato dell’Angelo è consistito nel volersi rendere simile a Dio. La tradizione cristiana ha dato il nome di Lucifero al più bello e splendente degli angeli e loro capo, ribellatosi a Dio e precipitato dal cielo nell’inferno; l’orgoglio di Lucifero per la propria bellezza e potenza, lo portò al grande atto di superbia con il quale si oppose a Dio, traendo dalla sua parte un certo numero di angeli. Contro di lui si schierarono altri angeli dell’esercito celeste capeggiati da Michele, ingaggiando una grande e primordiale lotta nella quale Lucifero con tutti i suoi, soccombette e fu precipitato dal cielo; egli divenne capo dei demoni o diavoli nell’inferno e simbolo della più sfrenata superbia. Il nome Lucifero e la sua identificazione con il capo ribelle degli angeli, derivò da un testo del profeta Isaia (14, 12-15) in cui una satira sulla caduta di un tiranno babilonese, venne interpretata da molti scrittori ecclesiastici e dallo stesso Dante (Inf. XXIV), come la descrizione in forma poetica della ribellione celeste e della caduta del capo degli angeli. “Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come sei stato precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio innalzerò il mio trono… salirò sulle nubi più alte, sarò simile all’Altissimo. E invece sei stato precipitato nell’abisso, nel fondo del baratro!”
L’esercito celeste La figura dell’Angelo come simbolo delle gerarchie celesti, in genere appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della tradizione ebraica e come trasformazione dei tipi precristiani delle Vittorie e dei Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice, tra le supreme divinità e il mondo terrestre. Attraverso l’insegnamento del “De celesti hierarchia” dello pseudo Dionigi l’Areopagita, essi sono distribuiti in tre gerarchie, ognuna delle quali si divide in tre cori. La prima gerarchia comprende i serafini, i cherubini e i troni; la seconda le dominazioni, le virtù, le potestà; la terza i principati, gli arcangeli e gli angeli. I cori si distinguono fra loro per compiti, colori, ali e altri segni identificativi, sempre secondo lo pseudo Areopagita, i più vicini a Dio sono i serafini, di colore rosso, segno di amore ardente, con tre paia di ali; poi vengono i cherubini con sei ali cosparse di occhi come quelle del pavone; le potestà hanno due ali dai colori dell’arcobaleno; i principati sono angeli armati rivolti verso Dio e così via. Più distinti per la loro specifica citazione nella Bibbia, sono gli Arcangeli, i celesti messaggeri, presenti nei momenti più importanti della Storia della Salvezza; Michele presente sin dai primordi a capo dell’esercito del cielo contro gli angeli ribelli, apparve anche a papa s. Gregorio Magno sul Castel S. Angelo a Roma, lasciò il segno della sua presenza nel Santuario di Monte S. Angelo nel Gargano; Gabriele il messaggero di Dio, apparve al profeta Daniele; a Zaccaria annunciante la nascita di s. Giovanni Battista, ma soprattutto portò l’annuncio della nascita di Cristo alla Vergine Maria; Raffaele è citato nel Libro di Tobia, fu guida e salvatore dai pericoli del giovane Tobia, poi non citato nella Bibbia, c’è Uriele, nominato due volte nel quarto libro apocrifo di Ezra, il suo nome ricorre con frequenza nelle liturgie orientali, s. Ambrogio lo poneva fra gli arcangeli, accompagnò il piccolo s. Giovanni Battista nel deserto, portò l’alchimia sulla terra.
L’angelo nell’arte Ricchissima è l’iconografia sugli angeli, la cui condizione di esseri spirituali, senza età e sesso, ha fatto sbizzarrire tutti gli artisti di ogni epoca, nel raffigurarli secondo la dottrina, ma anche con il proprio estro artistico. Gli artisti, specie i pittori, vollero esprimere nei loro angeli un sovrumano stato di bellezza, avvolgendoli a volte in vesti sacerdotali o in classiche tuniche, a volte come genietti dell’arte romana, quasi sempre con le ali e con il nimbo (nuvoletta); dal secolo IV e V li ritrassero in aspetto giovanile, efebico, solo nell’epoca barocca apparirà il tipo femminile. Gli angeli furono raffigurati non solo in atteggiamento adorante, come nelle magnifiche Natività o nelle Maestà medioevali, ma anche in atteggiamento addolorato e umano nelle Deposizioni, vedasi i gesti di disperazione per la morte di Gesù, degli angeli che assistono alla deposizione dalla croce, nel famoso dipinto di Giotto “Compianto di Cristo morto” (Cappella degli Scrovegni, Padova). Poi abbiamo angeli musicanti e che cantano in coro, che suonano le trombe (tubicini); gli angeli armati in lotta con il demonio; angeli che accompagnano lo svolgersi delle opere di misericordia, ecc.
L’angelo nella Bibbia Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto. L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.
L’Angelo Custode Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene.
Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.
Autore: Antonio Borrelli
Il nuovo Calendario universale della Chiesa ha conservato, a questa data, non la festa, ma la memoria degli Angioli Custodi. Abbiamo già parlato, il 5 maggio, dell'unico Santo che ripete, nei calendari, il nome di Angelo, il carmelitano Martire in Sicilia. Ma tra i moltissimi fedeli che ripetono questo nome così diffuso non mancheranno quelli che preferiscono celebrare il loro onomastico nel giorno dedicato proprio agli Angioli, non di nome ma di fatto. Un tempo questa festa veniva celebrata il 29 settembre, insieme con quella di San Michele, custode e protettore per eccellenza. Tre giorni fa, a quella data, abbiamo ricordato i tre Arcangeli principali, e diciamo così prototipi, ognuno con il loro nome: Michele, Gabriele e Raffaele. L'uso di una festa particolare dedicata agli Angioli Custodi si diffuse nella Spagna nel '400, e nel secolo successivo in Portogallo, più tardi ancora in Austria. Nel 1670, il Papa Clemente X ne fissò la data al 2 ottobre. La devozione per gli Angioli è più antica di quella per i Santi: prese particolare importanza nel Medioevo quando i monaci solitari ricercarono la compagnia di queste invisibili creature e le sentirono presenti nella loro vita di silenzioso raccoglimento. Dopo il concilio di Trento, la devozione per gli Angioli fu meglio definita e conobbe nuova diffusione. Nella vita attuale, però, gli uomini trascurano sempre di più la propria angelica compagnia, e non avvertono ormai la presenza di un puro spirito, testimone costante dei pensieri e delle azioni umane. Di solito si parla dell'Angiolo Custode soltanto ai bambini, e per questo anche l'iconografia si è fissata sulla figura dell'Arcangiolo Raffaele, che guida e conduce il giovane Tobiolo. Gli adulti, invece, dimenticano facilmente il loro adulto testimone e consigliere, il loro invisibile compagno di viaggio, il muto testimone della loro vita. E anche questo aumenta il senso della desolazione e addirittura dell'angoscia che caratterizza il nostro tempo, nel 4uale si sono lasciate cadere, come infantili fantasie, tante consolanti e sostenitrici verità di fede. R infatti verità di fede che ogni cristiano, dal Battesimo, riceve il proprio Angiolo Custode, che lo accompagna, lo ispira e lo guida, per tutta la vita, fino alla morte, esemplare perfetto della condotta che si dovrebbe tenere nei riguardi di Dio e degli uomini. L'Angiolo Custode è dunque il luminoso specchio sul quale ogni cristiano dovrebbe riflettere la propria condotta giornaliera. Per questo la Chiesa ha dettato una delle più belle preghiere che dice: "Angiolo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Così sia".
| Fonte:
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| Archivio Parrocchia | | October 01
A SANTA TERESA DEL GESU' BAMBINO
O SantaTeresa del Gesù Bambino,
ci affidiamo a te nella nostra evangelizzazione,
fa che portiamo a gli altri l'amore di Dio,
gustato nell'Adorazione Eucaristica,
e contemplato nella croce,
insegnaci la via della piccolezza evangelica,
affinchè abbandonati totalmente nelle braccia del Padre,
possiamo compiere la volontà di Dio sicuri della Sua protezione.
Santa Teresa patrona delle missioni PREGA PER NOI
A SAN PAOLO APOSTOLO
A SAN GIOVANNI BATTISTA
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I SANTI DELLA COMUNITA'
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SAN GIOVANNI BATTISTA - SAN PAOLO APOSTOLO - SANTA TERESA DEL GESU' BAMBINO
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SAN PAOLO APOSTOLO
festa: 29 giugno
Patronato: Vescovi, Missionari, Rover e Scolte
Etimologia: Paolo = piccolo di statura, dal latino
Emblema: Spada
Martirologio Romano: Solennità dei santi Pietro e Paolo Apostoli. Simone, figlio di Giona e fratello di Andrea, primo tra i discepoli professò che Gesù era il Cristo, Figlio del Dio vivente, dal quale fu chiamato Pietro. Paolo, Apostolo delle genti, predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. Entrambi nella fede e nell’amore di Gesù Cristo annunciarono il Vangelo nella città di Roma e morirono martiri sotto l’imperatore Nerone: il primo, come dice la tradizione, crocifisso a testa in giù e sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo trafitto con la spada e sepolto sulla via Ostiense. In questo giorno tutto il mondo con uguale onore e venerazione celebra il loro trionfo.
Paolo, cooptato nel collegio apostolico dal Cristo stesso sulla via di Damasco, strumento eletto per portare il suo nome davanti ai popoli, è il più grande missionario di tutti tempi, l'avvocato dei pagani, l'apostolo delle genti, colui che insieme a Pietro far risuonare il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo. Gli apostoli Pietro e Paolo sigillarono con il martirio a Roma, verso l'anno 67, la loro testimonianza al Maestro. (Mess. Rom.)
San Paolo è senz’altro il più grande missionario di tutti i tempi, non conobbe personalmente Cristo, ma per la Sua folgorante chiamata sulla via di damasco, ne divenne un discepolo fra i più grandi, perorò la causa dei pagani convertiti, fu l’apostolo delle Genti; insieme a Pietro diffuse il messaggio evangelico nel mondo mediterraneo di allora; con la sua parola e con i suoi scritti operò la prima e fondamentale inculturazione del Vangelo nella storia.
Origini e formazione Nacque probabilmente verso il 5-10 d.C. a Tarso nella Cilicia, oggi situata nella Turchia meridionale presso i confini con la Siria, città che nel I secolo era un luogo cosmopolita, dove vivevano greci, anatolici, ellenizzati, romani e una colonia giudaica, a cui apparteneva il padre commerciante di tende, il quale con la sua famiglia, come tutti gli abitanti, godeva della cittadinanza romana, riconosciuta dal triumviro Marc’Antonio e poi dall’imperatore Augusto. Come molti degli ebrei di quel tempo, portava due nomi, uno ebraico Saul, che significava “implorato a Dio” e l’altro latino o greco che era Paulus, probabilmente alludeva alla sua bassa statura; Paulus divenne poi il suo unico nome, quando cominciò la sua predicazione in Occidente. Conosceva la cultura ellenistica e a Tarso imparò il greco, ma la sua educazione era fondamentalmente giudaica, il suo ragionamento e la sua esegesi biblica, avevano l’impronta della scuola rabbinica.
Persecutore dei cristiani Da giovane fu inviato a Gerusalemme, dove fu allievo di Gamaliele, il maestro più famoso e saggio del mondo ebraico dell’epoca; e a Gerusalemme conobbe i cristiani come una setta pericolosa dentro il giudaismo da estirpare con ogni mezzo; egli stesso poi dirà di sé: “Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge, quanto a zelo persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil. 3, 5-6). Verso il 20 terminati gli studi, Saulo tornò a Tarso, dove presumibilmente si trovava durante la predicazione pubblica di Gesù; secondo gli “Atti degli Apostoli”, egli tornò a Gerusalemme una decina d’anni dopo, certamente dopo la Passione di Cristo, perché fu presente al martirio del protomartire s. Stefano, diacono di Gerusalemme; pur non partecipando direttamente alla lapidazione del giovane cristiano, era tra coloro che approvarono la sua uccisione, anzi custodiva i loro mantelli. Negli “Atti degli Apostoli”, Saul è descritto come accanito persecutore dei cristiani, fiero sostenitore delle tradizioni dei padri; il suo nome era pronunciato con terrore dai cristiani, li scovava nei rifugi, li gettava in prigione, testimoniò contro di essi, il suo cieco fanatismo religioso, costrinse molti di loro a fuggire da Gerusalemme verso Damasco. Ma Saulo non li mollò, anzi a cavallo e con un drappello di armigeri, con il consenso del Sinedrio, cavalcò anch’egli verso Damasco, per scovarli e suscitare nella città siriana la persecuzione contro di loro.
La conversione E sulla strada per Damasco, il Signore si rivelò a quell’accanito nemico; all’improvviso, narrano gli ‘Atti’, una luce dal cielo l’avvolse e cadendo dal cavallo, udì una voce che gli diceva: “Saul, Saul, perché mi perseguiti?”. E lui: “Chi sei o Signore?”; e la voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti. Orsù alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare” (Atti 9, 3-7). Gli uomini che l’accompagnavano, erano ammutoliti perché l’avevano visto cadere, forse videro anche l’improvviso chiarore, ma senza capire qualcosa; Saulo era rimasto senza vista e brancolando fu accompagnato a Damasco, dove per tre giorni rimase in attesa di qualcuno, digiuno e sconvolto da quanto gli era capitato. In quei giorni conobbe la piccola comunità cristiana del luogo, che avrebbe dovuto imprigionare; al terzo giorno si presentò il loro capo Anania, convinto a farlo da una rivelazione parallela, che gli disse: “Saulo, fratello, il Signore Gesù che ti è apparso sulla via per la quale venivi, mi ha mandato da te, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo”. Detto ciò Anania gl’impose le mani guarendolo e poi lo battezzò; Saulo rimase qualche giorno a Damasco, dove si presentò nella Sinagoga, testimoniando quanto gli era accaduto, la comunità cristiana ne gioì, mentre quella ebraica rimase sconcertata, pensando che avesse perso la testa. Fu la sua prima delusione, Anania gli aveva detto: “Iddio dei nostri padri, ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere Cristo e ad ascoltare le parole della sua bocca; perché tu gli sarai testimonio presso tutti gli uomini”. Da quel momento, si può dire, nacque Paolo, l’apostolo delle Genti; egli decise di ritirarsi nel deserto, per porre ordine nei suoi pensieri e meditare più a fondo il dono ricevuto; qui trascorse tre anni in assoluto raccoglimento. Forse proprio in questo periodo, avvenne quanto lui stesso racconta nella seconda lettera ai Corinzi (12, 2-4) “Conosco un uomo in Cristo, che quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo fu rapito in Paradiso e sentì parole indicibili, che non è lecito ad alcuno pronunziare”. In effetti Paolo non era vissuto con Gesù come gli Apostoli e quindi non aveva ricevuto gradatamente tutta la formazione necessaria al ministero. Ma a questo, il Maestro suppliva con interventi straordinari come la folgorazione sulla via di Damasco e facendogli contemplare la realtà divina portandolo in Paradiso, senza questo avvenimento Paolo non avrebbe potuto fare e insegnare come fece e insegnò.
Incontro e rapporto con gli Apostoli Confortato da questa luce, dopo il ritiro ritornò a Damasco e si mise a predicare con entusiasmo, suscitando l’ira dei pagani, che lo consideravano un rinnegato e tentarono di ucciderlo; Paolo fu costretto a fuggire, calandosi di notte in una cesta dalle mura della città aiutato da alcuni cristiani, era all’incirca l’anno 39. Rifugiatosi a Gerusalemme, si fermò qui una quindicina di giorni incontrando Pietro il capo degli Apostoli e Giacomo, ai quali espose la sua nuova vita. Gli Apostoli lo capirono e stettero con lui ogni giorno per ore ed ore, parlandogli di Gesù; ma la comunità cristiana di Gerusalemme era diffidente nei suoi riguardi, memore della persecuzione accanita che aveva operato; soltanto grazie alla garanzia di Barnaba, un ex levita di grande autorità, i dubbi furono dissipati e fu accettato. Anche a Gerusalemme, nei quindici giorni della sua permanenza, Paolo cercò di fare qualche conversione, ma questa sua attività missionaria indispettì i giudei e impensierì i cristiani, alla fine non trovandosi a suo agio, si recò prima a Cesarea e poi tornò a Tarso in Cilicia, la sua città, riprendendo il mestiere di tessitore. Dal 39 al 43 non vi sono notizie sulla sua attività, finché Barnaba, inviato dagli apostoli ad organizzare la nascente comunità cristiana di Antiochia, passò da lui invitandolo a seguirlo; qui Paolo abbandonò per sempre il nome di Saulo, perché si convinse che la sua missione non era tanto fra i giudei, ma fra gli altri popoli che gli ebrei chiamavano ‘gentili’; ad Antiochia i discepoli di Cristo, furono denominati per la prima volta come “cristiani”. Alla fine dell’anno 43, Paolo e Barnaba tornarono a Gerusalemme, per portare un aiuto economico a quella comunità e al ritorno ad Antiochia, condussero con loro il giovane Giovanni Marco, figlio della padrona di casa, la vedova Maria, che ospitava gli Apostoli nelle loro tappe a Gerusalemme, egli era nipote dello stesso Barnaba e il futuro evangelista.
Primo viaggio apostolico Barnaba e Paolo decisero di intraprendere nel 45, un viaggio missionario in altre regioni, quindi con Marco partirono per Cipro, l’isola di cui era originario Barnaba, non si conosce l’estensione della loro evangelizzazione, qui Paolo ebbe un diverbio con il mago Elimas; da Cipro i tre fecero il viaggio di ritorno ad Antiochia, toccando varie cittadine dell’Asia Minore; a Perge nell’Anatolia avvenne la cosiddetta ‘fuga di Marco’, spaventato dalle difficoltà del lungo viaggio, lasciò i due compagni e se ne tornò a Gerusalemme. Paolo e Barnaba comunque proseguirono e a Listra, Paolo guarì uno storpio; gli abitanti li scambiarono per Giove e Mercurio e volevano offrire loro un sacrificio.
La controversia sull’osservanza della Legge mosaica Tornati ad Antiochia, soddisfatti per i risultati conseguiti, i due apostoli trovarono la comunità in agitazione, perché alcuni cristiani provenienti da Gerusalemme, riferirono che era in discussione il concetto che il battesimo cristiano, senza la circoncisione ebraica non sarebbe servito a nulla; così Paolo e Barnaba per chiarire l’argomento si recarono a Gerusalemme dagli Apostoli, provocando così quello che venne definito il primo Concilio della Chiesa. Pietro ribadì che la salvezza, proviene dalla Grazia del Signore Gesù, che non aveva fatto nessuna discriminazione tra ebrei circoncisi e fedeli non ebrei; Paolo dal canto suo illustrò i risultati meravigliosi ottenuti fra i ‘gentili’ e si dichiarò a favore della non obbligatorietà dell’osservanza della legge mosaica, al contrario di molti cristiani per lo più ex farisei, che non volevano rinunciare alle loro pratiche, osservate sin dalla nascita, come la circoncisione, l’astensione dalle carni impure, la non promiscuità con i pagani o ex pagani, ecc. Alla fine fu l’apostolo Giacomo a fare una proposta, accettata da tutti, non imporre ai convertiti dal paganesimo la legge mosaica, la cui pratica rimaneva facoltativa per gli ex ebrei. A Paolo, Barnaba, Sila e Giuda Taddeo, fu dato l’incarico di comunicare ai fedeli delle varie comunità le decisioni prese. Ma la polemica continuò fra i cristiani delle due provenienze, fino a quando la Chiesa, ormai affermata nel mondo greco-romano, divenne autonoma dall’influenza della sinagoga.
Secondo viaggio apostolico Si era nel 50 e Paolo decise di partire con Barnaba per un nuovo viaggio in Asia Minore, Barnaba propose di portare con loro il nipote Marco, ma Paolo si oppose decisamente, per non avere problemi come già successo nel primo viaggio. Irrigiditi sulle proprie posizioni, alla fine i due apostoli si divisero, Barnaba con Marco andarono di nuovo ad evangelizzare Cipro e Paolo con Sila (O Silvano) andarono nel nuovo itinerario. Il viaggio apostolico durato fino al 53, toccò la Grecia, la Macedonia dove Paolo evangelizzò Filippi; qui i due furono flagellati ed incarcerati, ma dopo un terremoto avvenuto nella notte e la conversione del carceriere, la mattina dopo furono liberati. Andarono poi a Tessalonica, a Berea ed Atene, dove il dotto discorso di Paolo all’Areopago fu un insuccesso; dopo una sosta di un anno e mezzo a Corinto, ritornarono ad Antiochia.
Terzo viaggio apostolico Nel 53 o 54, iniziò il terzo grande viaggio di Paolo, si diresse prima ad Efeso, fermandosi tre anni; la sua predicazione portò ad una diminuzione del culto alla dea Artemide e il commercio sacro ad esso collegato ebbe un tracollo, ciò provocò una sommossa popolare, da cui Paolo ne uscì illeso; la comunità fu affidata al discepolo Timoteo. Da Efeso fu di nuovo in Macedonia e per tre mesi a Corinto; sfuggendo ad un programmato agguato sulla nave su cui si doveva imbarcare, continuò il viaggio per terra accompagnato per un tratto da Luca che ne fece un resoconto particolareggiato. Egli visitò con commozione le comunità cristiane dell’Asia Minore che aveva fondate, presentendo di non poterle più rivedere. L’ultima tappa fu Cesarea dove il profeta Agabo gli predisse l’arresto e la prigione, da lì arrivò a Gerusalemme verso la fine di maggio 58, qui portò le offerte raccolte nel suo ultimo viaggio.
Gli avvenimenti giudiziari A Gerusalemme, oltre la gioia di una parte della comunità, trovò un’atmosfera tesa nei suoi confronti, conseguente alla già citata questione dell’ammissione incondizionata dei pagani convertiti al cristianesimo. I sospetti sul suo conto, da parte degli Ebrei erano molti, alla fine fu accusato di aver introdotto nel tempio profanandolo, un cristiano non giudeo, tale Trogiuno; ciò provocò la reazione della folla e solo l’intervento del tribuno Claudio Lisia lo salvò dal linciaggio; convinto però che Paolo fosse un egiziano pregiudicato, lo fece flagellare, nonostante le sue proteste perché ciò era illegittimo, essendo cittadino romano. Condotto davanti al Sinedrio, Paolo abilmente suscitò una contrapposizione tra Sadducei e Farisei, cosicché Lisia lo riportò in carcere e il giorno dopo, volendosi liberare della spinosa questione, mandò l’Apostolo sotto scorta a Cesarea, dal procuratore Antonio Felice, il quale pur trattandolo con una prigionia alquanto lieve, lo trattenne per ben due anni, sperando in un riscatto. Solo il suo successore Porcio Festo, nel 60, provvide ad istruire un processo contro di lui a Gerusalemme, ma Paolo si oppose e come “civis romanus” si appellò all’imperatore. Appena fu possibile, fu consegnato al centurione Giulio per essere trasferito a Roma, accompagnato da Luca e Aristarco; il viaggio a quel tempo avventuroso, fu interrotto a Malta a causa di un naufragio, dopo tre mesi di sosta, proseguì a tappe successive a Siracusa, Reggio Calabria, Pozzuoli, Foro Appio e Tre Taverne, arrivando nel 61 a Roma. Qui gli fu concesso di alloggiare in una camera affittata, in una sorta di libertà vigilata ma con contatti con i cristiani, in attesa di un processo che non si fece mai, per il mancato arrivo degli accusatori dalla Palestina. Terminato qui il racconto degli “Atti degli Apostoli”, le fasi finali della sua vita, possono essere ricostruite da alcuni accenni delle sue Lettere; probabilmente fu liberato, perché nel 64 Paolo non era a Roma durante la persecuzione di Nerone; forse perché in Oriente e in Spagna per il suo quarto viaggio apostolico. Si sa che lasciò i discepoli Tito a Creta e Timoteo ad Efeso, a completare l’evangelizzazione da lui iniziata.
Il martirio Nel 66, forse a Nicopoli, fu di nuovo arrestato e condotto a Roma, dove fu lasciato solo dai discepoli, alcuni erano lontani ad evangelizzare nuovi popoli, qualcun altro aveva lasciato la fede di Cristo; i cristiani di Roma terrorizzati dalla persecuzione, lo avevano abbandonato o quasi, solo Luca era con lui. Paolo presagiva ormai la fine e lanciò un commovente appello a Timoteo: “Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele… Cerca di venire presto da me perché Dema mi ha abbandonato…, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero…”. Questa volta il tribunale romano lo condannò a morte perché cristiano; fu decapitato tradizionalmente un 29 giugno di un anno imprecisato, forse il 67, essendo cittadino romano gli fu risparmiata la crocifissione; la sentenza ebbe luogo in una località detta “palude Salvia”, presso Roma (poi detta Tre Fontane, nome derivato dai tre zampilli sgorgati quando la testa mozzata rimbalzò tre volte a terra); i cristiani raccolsero il suo corpo seppellendolo sulla via Ostiense, dove poi è sorta la magnifica Basilica di San Paolo fuori le Mura.
Culto Non c’è certezza se i due apostoli Pietro e Paolo, siano morti contemporaneamente o in anni diversi, è certo comunque che il 29 giugno 258, sotto l’imperatore Valeriano (253-260) le salme dei due apostoli furono trasportate nelle Catacombe di San Sebastiano, per metterle al riparo da profanatori; quasi un secolo dopo, papa s. Silvestro I (314-335) fece riportare le reliquie di Paolo nel luogo della prima sepoltura e in quell’occasione l’imperatore Costantino I, fece erigere sulla tomba una chiesa, trasformata in Basilica nel 395, che sopravvisse fino al 1823, quando un violento incendio la distrusse; nello stesso luogo fu ricostruita l’attuale Basilica. La Chiesa Latina celebra la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, patroni di Roma il 29 giugno, perché anche se essi furono i primi a portare la fede nella capitale dell’impero, sono realmente i ‘fondatori’ della Roma cristiana. La festa liturgica dei ss. Pietro e Polo venne inserita nel santoriale, ben prima della festa del Natale e dopo la Vergine SS. Sono insieme a s. Giovanni Battista, i santi ricordati più di una volta e con maggiore solennità; infatti il 25 gennaio si ricorda la Conversione di s. Paolo, il 22 febbraio la Cattedra di s. Pietro, il 18 novembre la Dedicazione delle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo, oltre la solennità del 29 giugno.
La sua dottrina Le sue 14 ‘Lettere’ fanno parte della ‘Vulgata’, versione latina della Bibbia e costituiscono i cardini dottrinali della Chiesa; indirizzate a comunità di cristiani dell’epoca (Filippesi, Colossesi, Galati, Corinzi, Romani, Ebrei, Tessalonicesi, Efesini), oppure a singoli discepoli (Tito, Timoteo, Filemone), in esse Paolo espose il suo pensiero annunziante il Vangelo, da lui definito così: “Io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”. In esse si trattano argomenti fondamentali quali la fede, il battesimo, la giustificazione per mezzo della fede, il peccato, l’umanità, lo Spirito Santo, il problema dell’incredulità e della conversione degli ebrei; la natura del ministero apostolico, lo scandalo di un incesto, il problema del matrimonio e della verginità, la celebrazione dell’Eucaristia, l’uso dei carismi, l’amore cristiano, la risurrezione dei morti, le tribolazioni e le speranze degli Apostoli. E ancora: il mistero dell’Incarnazione, Cristo e la Chiesa, la salvezza universale, l’umiltà di Cristo, del suo primato sull’universo, l’impegno dei fedeli per la loro personale salvezza, la seconda venuta di Cristo e dell’Anticristo, il delineamento della figura e l’opera di Cristo, sotto il punto di vista dell’Antico Testamento, del sacrificio, del culto, del sacerdozio, del tempio; infine insegnamenti pratici per reggere una comunità, la difesa della causa di uno schiavo fuggito.
S. Paolo nell’arte e patronati Era piccolo di statura, con naso adunco e occhi cisposi, impetuoso nell’affrontare la nuova missione cui era destinato, ma anche non rinunciatario dei suoi diritti, ligio alle regole e alle leggi; Paolo nell’arte, è stato invece raffigurato variamente secondo l’estro dell’artista, maturo o anziano, con barba e baffi e con capelli a corona intorno ad un’ampia fronte calva, seguendo anche le indicazioni degli apocrifi “Atti di Paolo e Tecla”, considerata sua discepola ad Iconio. È patrono oltre di Roma, di Malta e dal 16 luglio 1914 della Grecia, innumerevoli sono le basiliche e chiese a lui dedicate in tutto il mondo; otto Comuni in Italia portano il suo nome; ricordiamo anche la metropoli sudamericana di San Paolo del Brasile. È protettore dei cordai e dei cestai; è invocato contro le tempeste di mare, i morsi dei serpenti e contro la cecità. Suo attributo è la spada, strumento del suo martirio.
Autore: Antonio Borrelli
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I SANTI DELLA COMUNITA'
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SAN GIOVANNI BATTISTA - SAN PAOLO APOSTOLO - SANTA TERESA DI GESU' BAMBINO
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SANTA TERESA DI GESU' BAMBINO (Teresa di Lisieux)
vergine e dottore della chiesa
festa: 1 ottobre
Alençon (Francia), 2 gennaio 1873 - Lisieux, 1° ottobre 1897
Patronato: Missionari, Francia
Etimologia: Teresa = cacciatrice, dal greco; oppure donna amabile e forte, dal tedesco
Emblema: Giglio, Rosa
Martirologio Romano: Memoria di santa Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa: entrata ancora adolescente nel Carmelo di Lisieux in Francia, divenne per purezza e semplicità di vita maestra di santità in Cristo, insegnando la via dell’infanzia spirituale per giungere alla perfezione cristiana e ponendo ogni mistica sollecitudine al servizio della salvezza delle anime e della crescita della Chiesa. Concluse la sua vita il 30 settembre, all’età di venticinque anni. (30 settembre: A Lisieux in Francia, anniversario della morte di santa Teresa di Gesù Bambino, la cui memoria si celebra domani).
Sensibilissima e precoce, fin da bambina decise di dedicarsi a Dio. Entrò nel Carmelo di Lisieux e nel solco della tradizione carmelitana scoprì la sua piccola via dell'infanzia spirituale, ispirata alla semplicità e all'umile confidenza nell'amore misericordioso del Padre. Puosta dalla vocazione contemplativa nel cuore della Chiesa, si aprì all'ideale missionario, offrendo a Dio le sue giornate fatte di fedeltà e di silenziosa e gioiosa offerta per gli apostolo del Vangelo. I suoi pensieri, raccolti sotto il titolo Storia di un'anima, sono la cronaca quotidiana del suo cammino di identificazione con l'Amore. Con San Francesco Saverio è patrona delle missioni. (Mess. Rom.)
Si arrampica a Milano sul Duomo fino alla Madonnina, a Pisa sulla Torre, e a Roma si spinge anche nei posti proibiti del Colosseo. La quattordicenne Teresa Martin è la figura più attraente del pellegrinaggio francese, giunto in Roma a fine 1887 per il giubileo sacerdotale di Leone XIII. Ma, nell’udienza pontificia a tutto il gruppo, sbigottisce i prelati chiedendo direttamente al Papa di poter entrare in monastero subito, prima dei 18 anni. Cauta è la risposta di Leone XIII; ma dopo quattro mesi Teresa entra nel Carmelo di Lisieux, dove l’hanno preceduta due sue sorelle (e lei non sarà l’ultima). I Martin di Alençon: piccola e prospera borghesia del lavoro specializzato. Il padre ha imparato l’orologeria in Svizzera. La madre dirige merlettaie che a domicilio fanno i celebri pizzi di Alençon. Conti in ordine, leggendaria puntualità nei pagamenti come alla Messa, stimatissimi. E compatiti per tanti lutti in famiglia: quattro morti tra i nove figli. Poi muore anche la madre, quando Teresa ha soltanto quattro anni. In monastero ha preso il nome di suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, ma non trova l’isola di santità che s’aspettava. Tutto puntuale, tutto in ordine. Ma è scadente la sostanza. La superiora non la capisce, qualcuna la maltratta. Lo spirito che lei cercava, proprio non c’è, ma, invece di piangerne l’assenza, Teresa lo fa nascere dentro di sé. E in sé compie la riforma del monastero. Trasforma in stimoli di santificazione maltrattamenti, mediocrità, storture, restituendo gioia in cambio delle offese. E’ una mistica che rifiuta il pio isolamento. La fanno soffrire? E lei è quella che "può farvi morir dal ridere durante la ricreazione", come deve ammettere proprio la superiora grintosa. Dopodiché, nel 1897 – giusto cent’anni fa – lei è già morta, dopo meno di un decennio di vita religiosa oscurissima. Ma è da morta che diviene protagonista, apostola, missionaria. Sua sorella Paolina (suor Agnese nel Carmelo) le ha chiesto di raccontare le sue esperienze spirituali, che escono in volume col titolo Storia di un’anima nel 1898. Così la voce di questa carmelitana morta percorre la Francia e il mondo, colpisce gli intellettuali, suscita anche emozioni e tenerezze popolari che Pio XI corregge raccomandando al vescovo di Bayeux: "Dite e fate dire che si è resa un po’ troppo insipida la spiritualità di Teresa. Com’è maschia e virile, invece! Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui tutta la dottrina predica la rinuncia, è un grand’uomo". Ed è lui che la canonizza nel 1925. Non solo. Nel 1929, mentre in Urss trionfa Stalin, Pio XI già crea il Collegio Russicum, allo scopo di formare sacerdoti per l’apostolato in Russia, quando le cose cambieranno. Già allora. E come patrona di questa sfida designa appunto lei, suor Teresa di Gesù Bambino.
Autore: Domenico Agasso
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| (FR)
« La science d'Amour, ah oui! cette parole résonne doucement à l'oreille de mon ame, je ne désire que cette science-là. Pour elle, ayant donné toutes mes richesses, j'estime come l'épouse des sacrés cantiques n'avoir rien donné... »
| (IT)
« La scienza d'Amore, ah sì! questa parola risuona dolcemente all'orecchio della mia anima, io non desidero altro che questa scienza qui. Per essa anche se dessi tutte le mie ricchezze, come la sposa dei sacri cantici, riterrei di non avere dato niente al confronto. »
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(Thérèse Martin in Manoscritto autobiografico B [f.1 r°]) |
La prima infanzia ad Alençon (1873-1877)
Thérèse Martin nacque il 2 gennaio 1873, ultimogenita di Louis Martin e Zelie Guerin, in rue Saint-Blaise 42, ad Alençon, cittadina della Normandia situata nel nord della Francia. I suoi genitori avevano desiderato entrambi di abbracciare la vita monastica: tuttavia i due si conobbero e, dopo un breve fidanzamento, il 13 luglio 1858 decisero di sposarsi, pur vivendo il loro matrimonio nella castità. Andati ad abitare in via del Pont-Neuf, vissero per dieci mesi come fratello e sorella.
Accadde invece che il loro confessore e padre spirituale li dissuase da questo proposito: nacquero loro così nove figli (ai quali diedero come secondo nome Maria): di questi quattro morirono ancora neonati.
Dopo due mesi dalla nascita di Teresa, a metà marzo 1873, Zelie fu costretta a dare a balia l'ultima figlia presso una contadina, Rosa Taillè, dove visse per un anno circa.
Zelie si ammalò di un tumore al seno, i cui primi sintomi si erano manifestati fin dal 1865, e morì nel 1877, quando Thérèse aveva appena quattro anni. Nei suoi manoscritti Teresa racconta che questa fu la prima bara che vide. La seconda fu soltanto quindici anni dopo, quando si trovò di fronte alla bara di madre Genoveffa di santa Teresa, anch'essa una delle figure più significative della sua breve vita.
Il trasferimento a Lisieux
Teresa nel 1881 a otto anni.
| (FR)
« Je n'étais encore qùune enfant qui ne paraissait avoir d'autre volonté que celle des autres, ce qui faisait dire aux personnes d'Alençon que j'étais faible de caractère... »
| (IT)
« Ero solo ancora una bambina che sembrava non avere altra volontà che l'altrui, ciò faceva dire alle persone di Alençon che ero debole di carattere... »
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(Thérèse Martin Manoscritto autobiografico A,43v) |
Isidore Guerin, fratello di Zelie, fu nominato co-tutore delle cinque sorelle Martin. Consigliò così Louis Martin, rimasto solo ad accudire i figli, a trasferirsi a Lisieux, cittadina poco più a nord di Alençon, dove lui viveva con la sua famiglia. Louis convenne sulla sensatezza del trasferimento, ed allora Isidore cercò e trovò per loro una villetta di periferia, chiamata Buissonnets, situata su una collina che dominava la via di Pont-l'Eveque. Il 15 novembre 1877 avvenne il trasloco.
Isidore gestiva quale proprietario una farmacia in piazza Saint-Pierre a Lisieux. Ebbe due figlie, di cui la minore, Marie, fu compagna di giochi d'infanzia di Thérèse e diventò una delle allieve novizie di Thérèse quando alla santa fu affidato l'incarico di maestra delle novizie.
Le due sorelle maggiori di Teresa, Pauline prima e Marie dopo, sostituirono la madre, ma presto una dopo l'altra si fecero monache carmelitane.
Quando Pauline entrò in monastero il 2 ottobre 1882, la crisi innescata dalla morte della madre si acuì sempre di più e Thérèse giunse a somatizzare anche gravemente il suo stato psichico. Desiderò seguire la sorella entrando pure lei in convento, ma ciò le fu negato perché era ancora troppo giovane (aveva solo 9 anni).
Questa prima crisi si risolse nel giro di pochi mesi, ma si riacutizzò con l'ingresso in convento dell'altra sorella, Maria, nel 1886.
La nevrosi si risolse improvvisamente e miracolosamente nella notte di Natale 1886. Da questa conversione scaturì in lei il bisogno di una ricerca e di una conoscenza approfondità di Dio, che Teresa definì "Scienza d'amore". Questa ricerca sfociò poi nel desiderio di diventare suora carmelitana, seguendo le orme delle sorelle.
L'estasi del Belvedere
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| « [...] l'impressione che ancora ne risento è troppo grande e dolce perché io possa esprimerla. Tutte le grandi verità della religione, i misteri dell'eternità, immergevano l'anima mia in una felicità che non era di questa terra [...] »
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(Manoscritto A) |
Un giorno verso il tramonto Teresa e Celine stavano sul Belvedere dei Buisssonnets e discutevano quasi in estasi dei temi trattati dal canonico di Chambéry Arminjon che tra l'altro proprio ad Agostino si ispirava. Il Belvedere all'istante cessò di essere Lisieux: erano ad Ostia e si confondevano con Monica e Agostino[1].
La via del monastero (1886 - 1888)
Teresa decise quindi, seguendo l'esempio di Teresa d'Avila, di «mettersi sulle tracce» di Gesù, diventando anch'essa monaca, ma essendo minorenne non poteva ancora essere accettata nel monastero di Lisieux. Teresa infatti aveva solo 14 anni e per questo doveva chiedere prima l'autorizzazione a suo padre e al suo co-tutore: lo zio Guerin. Le monache del Carmelo avevano dato già il loro parere favorevole.
Ottenuta l'autorizzazione del padre prima, quella dello zio (più difficilmente) poi, Teresa si trovò di fronte all'opposizione del parroco di Saint-Jacques, il reverendo Delatroètte, che le consigliò di rivolgersi al vescovo. Lei, piangente ma risoluta a raggiungere il suo scopo, disse che se anche il vescovo di Bayeux, Flavien-Abel-Antoinin Hugonin, non le avesse dato il permesso si sarebbe rivolta direttamente al Papa.
Ottenuto il rifuto del vescovo, nel novembre 1887, insieme al padre Louis ed alla sorella prediletta Celine, Teresa attraversò tutta l'Italia diretta a Roma per rivolgere questa sua richiesta direttamente a papa Leone XIII.
Una prima esperienza di missionarietà
Prima del viaggio a Roma, avvenne nella seconda metà del 1887 un intermezzo che dura circa due mesi, che si svolse attorno alla figura di Enrico Pranzini, che aveva assassinato tre donne. Teresa seguì sul quotidiano "La Croix" lo svolgersi del processo.
A Thèrèse del "grande criminale" importava solo salvare la sua anima, in una sorta di sfida personale con Satana e quasi per provare la solidità della sua alleanza con Dio. Per Pranzini moltiplicò preghiere e sacrifici coinvolgendo in quest'azione di salvataggio anche sua sorella Celine.
L'esecuzione di Pranzini fu eseguita all'alba del 31 agosto 1887. Leggendo il giornale, Thérèse trovò il racconto delle ultime ore di vita del condannato: Pranzini si pentì all'ultimo istante e baciò il crocifisso dopo un primo rifiuto: Satana era stato sconfitto dalla bambina. Questo fu l'ingresso vittorioso di Thérèse nell'attività missionaria[2].
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| « Malgrado il divieto fattoci da nostro padre di leggere i giornali, non credevo di disobbedire leggendo le notizie che riguardavano Pranzini. Il giorno seguente alla di lui esecuzione mi trovo sotto le mani il giornale 'La Croix'. Lo apro con ansia e che vedo?... Pranzini non si era confessato, era salito sulla ghigliottina e si disponeva a passar la testa nel lugubre buco, quando ad un tratto, assalito da una subitanea ispirazione, si volta, afferra il Crocefisso presentatogli dal cappellano e ne bacia per tre volte le piaghe santissime... Poi la sua anima andò a ricevere la MISERICORDIOSA sentenza di Colui il quale dichiara che in cielo si ha più gioia per un solo peccatore che fa penitenza, che per 99 giusti che non ne hanno bisogno. »
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(Thérèse Martin, Ms A, 46r) |
Il viaggio in Italia
Teresa di Lisieux poco prima del viaggio in Italia (1887)
Il pellegrinaggio a Roma era stato organizzato dalla diocesi di Coutances, dato che quello era l'anno delle nozze d'oro sacerdotali del Papa. La diocesi di Bayeux si volle associare a questa iniziativa per onorarlo. Il pellegrinaggio nel complesso durò un mese, dal 7 novembre al 2 dicembre e prevedeva il viaggio in prima classe ed il pernottamento nei più prestigiosi alberghi della penisola. Il gruppo dei pellegrini era formato da 197 persone: di questi, un quarto appartenevano alla nobiltà francese, mentre 65 erano ecclesiastici.
Il pellegrinaggio ebbe una cerimonia ufficiale di apertura che si svolse a Parigi nella cripta della basilica del Sacro Cuore a Montmartre la domenica del 6 novembre. Il treno partì alle 6,35 dalla Gare de l'Est; la comitiva attraversò la Svizzera ed in Italia fece tappa a Milano, Venezia, Padova, Bologna, Loreto, Roma; sulla via del ritorno sostò anche a Pompei, Napoli, Firenze, Pisa, Genova. Quindi, via Nizza, Marsiglia e Lione, fece ritorno a Lisieux.
A Roma, all'udienza con Leone XIII, nonostante il divieto di parlare in presenza del Papa imposto dal vescovo di Bayeux, Teresa si inginocchiò davanti al Pontefice, chiedendogli di intervenire in suo favore presso le autorità ecclesiastiche competenti, sebbene non avesse ancora raggiunto l'età minima per l'ammissione in convento. Il Papa tuttavia non diede l'ordine auspicato, ma le rispose che, se la sua entrata in monastero era scritta nella volontà di Dio, quest'ordine l'avrebbe dato il Signore stesso, che certamente aveva più autorità del suo servo in terra.
Sulla via del ritorno il Vescovo cambiò opinione su Thérèse, e una volta tornati a casa, scaricando ogni responsabilità futura sulle carmelitane di Lisieux che spalleggiavano sin dall'inizio la vocazione di Thérèse, diede il proprio permesso. Fu così che, a poco più di quindici anni, il 9 aprile 1888 Teresa fece il suo ingresso al Carmelo, dove assunse il nome di "Teresa del Bambin Gesù", aggiungendovi in seguito "del Volto Santo" così che il nome completo di Thèrèse da religiosa è "Teresa del Bambin Gesù del Volto Santo".
La vita in monastero (aprile 1888 - 1896)
Nell'aprile 1888 Teresa entrò in monastero; qui dovette esercitarsi alla convivenza talvolta difficile con le altre monache. In una realtà ancora permeata dalle stagioni di spiritualità giansenista ebbe modo di conoscere la fondatrice del carmelo di Lisieux, Madre Genoveffa, al secolo Claire Bertrand. Quest'anziana monaca, che raccontò a Teresa come da bambina veniva presa in giro dalle altre bambine che la dicevano «innamorata del prete», fu un vero conforto, modello di vita monastica e riferimento teologico per Teresa. Fu lei infatti che la esortò a coltivare il valore della pace a cui Teresa già aspirava per sua indole. E attorno a questo tema Teresa ricamò il suo pensiero teologico. «Serva Dio con pace e con gioia, si ricordi, figlia mia, che il nostro Dio è il Dio della pace.» (Ms A f.78r) Così le disse colei che per Teresa rappresentò, come scrisse, il suo «modello di santità» che tanto cercava, un modello più confacente alla sua natura.
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| « Non sono venuta al Carmelo per poter vivere con le mie sorelle, ma unicamente per rispondere alla chiamata di Gesù. »
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| « Finalmente i miei desideri erano compiuti, l'anima mia provava una pace così dolce e profonda che mi sarebbe impossibile esprimerla, e da sette anni e mezzo questa pace mi è rimasta in mezzo alle prove più serie. »
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(Ms A68v) |
A Lisieux passò nove anni che si rivelarono di grande ricchezza spirituale.
Nel 1893 fu nominata vice-maestra delle novizie, in aiuto a madre Maria Gonzaga.
Nel 1894 morì papà Martin, che nei precedenti anni era stato colpito da arteriosclerosi cerebrale che gli aveva procurato stati di agitazione e gravi turbe psichiche. Come disse Teresa, fu un calvario per tutta la famiglia. Celine era l'unica della famiglia a non essersi fatta suora, ma quando Louis morì anche Celine entrò al Carmelo portandosi una delle recenti invenzioni della nuova era tecnologica, la macchina fotografica, ed è a lei che si devono le fotografie di Thérèse. Con il suo arrivo tutta la famiglia Martin, escludendo solo Leonie, era al completo nello stesso Carmelo di Lisieux.
Genesi di "Storia di un'anima"
Nel 1895 Teresa ricevette l'ordine di scrivere la sua autobiografia dalla superiora del monastero (che era sua sorella maggiore): ha così modo di mettere per scritto la sua ricerca spirituale dell'amore e di farsi conoscere. Nacque così il Manoscritto autobiografico A, redatto quando ancora non era iniziata la prova della fede.
In seguito, nel settembre 1896 e poi in giugno 1897, sempre in obbedienza alla nuova priora, madre Maria di Gonzaga, redasse rispettivamente gli altri due manoscritti: (catalogati come B e C) che nell'insieme formarono quell'opera postuma che prese il titolo di Storia di un'anima, nel quale racconta la sua vocazione e la semplicità della sua vita. La carmelitana ha chiaramente precisato il suo progetto sin dall'inizio del Manoscritto:
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| « Mi ha chiesto di scrivere spontaneamente ciò che mi si presentasse al pensiero; non è dunque la mia vita propriamente detta che mi accingo a scrivere, ma i miei pensieri sulle grazie che il buon Dio s'è degnato accordarmi. »
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(Teresa di Lisieux "Manoscritto autobiografico A") |
La crisi della maturità o la seconda conversione: la notte della fede (1896-1897)
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« Il faut avoir voyagé sous ce sombre tunnel pour en comprendre l'obscurité »
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« Bisogna avere viaggiato sotto questo buio tunnel per comprenderne l'oscurità »
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(Thérèse Martin, Manoscritto autobiografico C,5v) |
Quasi contemporaneamente, nell'aprile del 1896, la suora contrasse la tubercolosi, malattia che nel giro di 18 mesi la portò alla morte. Questo periodo di malattia per consuetudine fu denominato "notte della fede" e costituì il "calvario" di Thérèse in due sensi: nel corpo, per via della tubercolosi, che a quei tempi era molto difficile curare e guarire; nello spirito, per via della profonda crisi della fede che la accompagnò.
Durante questo periodo, come scrisse nel Manoscritto C, ella fu tentata di abbandonare la sua vocazione e si sentiva spinta all'ateismo ed al materialismo.
Il desiderio missionario
Il grande desiderio di Teresa di recarsi in missione in Indocina non si realizzò mai a causa della sua malattia. Il progredire inarrestabile di essa, tuttavia, non le impedì di prendersi cura dei missionari in partenza per il sud-est asiatico e pregare per loro.
A questo scopo, madre Maria di Gonzaga affidò quali fratelli spirituali, secondo una consuetudine del tempo, i missionari Maurice Belliere[3] e Adolphe Roulland[4], missionari rispettivamente in Africa ed in Cina, affinché essa sostenesse per mezzo della preghiera il loro lavoro apostolico. Thérèse che aveva sempre desiderato avere un fratello sacerdote e anche per questo si rammaricava per la morte precoce dei suoi veri fratelli di sangue, scrisse:
Dello scambio epistolare di Thérèse ed i missionari sono rimaste 36 lettere, di cui 11 di Thérèse a Belliere, 11 di Belliere a Thérèse, 8 di Roulland a Thérèse e 6 di Thérèse a Roulland.
La morte della mistica
A partire dall'8 luglio 1897 Teresa lasciò definitivamente la sua cella per l'infermeria del monastero e due giorni dopo interrompe la composizione del manoscritto C, che rimase così incompiuto.
All'8 settembre risale il suo ultimo autografo, su una immagine di Nostra Signora delle Vittorie a lei molto cara.
Durante questo ultimo periodo della sua vita, Teresa subì diverse tentazioni e meditò anche il suicidio[5].
La santa morì il 30 settembre, verso le 19,20. Il giorno dopo il suo corpo venne esposto nel coro, dietro le grate. Davanti al feretro sfilarono fino alla domenica sera parenti, amici e fedeli facendo toccare al corpo esanime di Teresa rosari e medaglie, secondo l'usanza di quei tempi. La mattina del 4 ottobre un carro funebre trainato da due cavalli condusse la salma della grande mistica nel nuovo cimitero delle Carmelitane e ne occupò il primo posto.
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I SANTI DELLA COMUNITA'
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SAN GIOVANNI BATTISTA - SAN PAOLO APOSTOLO - SANTA TERESA DI GESU' BAMBINO
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SAN GIOVANNI BATTISTA
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San Giovanni Battista (venerato da tutte le chiese cristiane e santo per tutte quelle che ammettono il culto dei Santi) è una delle personalità più importanti dei Vangeli, e la sua vita e predicazione sono costantemente intrecciate con l'opera di Gesù. Insieme a quest'ultimo, Giovanni Battista è presente anche nel Corano, come uno dei massimi profeti che precedettero Maometto.
La vita
Fonte principale sulla vita e la figura del Battista sono i Vangeli. Essi affermano che era figlio di Zaccaria e di Elisabetta e fu generato quando i genitori erano in tarda età. La notizia, di per sé non inverosimile, è interpretabile come a sottolineare l'eccezionalità del personaggio (figli di genitori anziani furono anche Isacco, figlio di Abramo, e, secondo tradizioni tarde, la Vergine Maria). La sua nascita fu annunciata dallo stesso arcangelo Gabriele che diede l'annuncio a Maria; quando questa andò a visitare Elisabetta, il nascituro balzò di gioia nel ventre materno. Per aver conosciuto direttamente Gesù, e per averne annunciato l'arrivo ancor prima di nascere, Giovanni è ricordato come "il più grande dei profeti". Luca lo colloca in un quadro storico ben preciso, donandoci nomi e cognomi dei protagonisti politici di quel tempo (Luca 3,1-2), riconducibile al periodo corrispondente agli anni 27 e 28 dell'era volgare, anno decimo quinto dell'imperio di Tiberio.
La nascita
Ain Karem, luogo dove è nato Giovanni Battista secondo la tradizione
Elisabetta allora era nel sesto mese; questo ha permesso agli agiografi di fissare la nascita di Giovanni tre mesi dopo il concepimento di Gesù, e sei mesi prima della sua nascita; e da Agostino sappiamo che la celebrazione della nascita di Giovanni al 24 giugno era antichissima nella chiesa cattolica africana: unico santo, insieme alla Vergine Maria, di cui si celebra non solo la morte (il dies natalis, cioè la nascita alla vita eterna), ma anche la nascita terrena.
Alcuni episodi
Sentita la chiamata del Signore, Giovanni andò a vivere nel deserto, conducendo vita di penitenza e di preghiera, secondo la tradizione ebraica del voto di nazireato: "Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico" (Marco 1,6). Si discute tuttora sui possibili rapporti fra il Battista e la comunità giudaica degli Esseni, che vivevano in comunità monastiche nel deserto, aspettavano l'avvento del Messia e praticavano il battesimo come rito di purificazione. La novità del battesimo di Giovanni, rispetto alle abluzioni di tipo rituale che già si conoscevano nella tradizione giudaica, consiste nel preciso impegno di "conversione", da parte di coloro che andavano a farsi battezzare da lui. Secondo alcuni vangeli apocrifi,in seguito alla morte della madre si recò nel deserto dove fu istruito dagli angeli e uomini sapienti per la sua futura missione[senza fonte]
Giovanni Battista annunciò più volte di riconoscere in Gesù il Messia annunciato dai profeti, ma il momento culminante è quello in cui Gesù stesso volle essere battezzato da lui nelle acque del Giordano; in quell'occasione Giovanni additò Gesù ai suoi seguaci come "l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" (Giovanni 1,29). Tuttavia risulta che molti continuarono a dirsi seguaci del Battista ancora a lungo, e non è certo che tutti abbiano poi aderito alla Chiesa cristiana.
La scuola "separata" dai discepoli del Battista
La polemica tra discepoli del Battista e di Gesù (Marco 2,18) , è un leit motiv dei vangeli, dai quali traspare che lo stesso Battista, convinto del carisma profetico di Gesù, non rimase altrettanto convinto della sua messianicità definitiva, tanto da mandargli alcuni dei suoi più fidati discepoli a domandargli per suo conto 'Se è Lui quello che deve venire (il Messiah) o se si dovesse aspettare che venisse un altro Messia ancora (Matteo11,2). Il Battista dopo aver visto la manifestazione dello Spirito (Matteo 3,16) su Gesù e avere udito la Voce del Padre che parlava di Gesù come dell'eletto (Matteo 3,17) , non decide di sciogliere la sua scuola e di seguire Gesù come uno dei suo discepoli! Sceglie invece di andare a predicare (Marco 6,18) il rispetto della Torah a un reuccio la cui autorità, tutt'altro che biblica, era tenuta in assai poco conto dalle varie scuole spirituali dell'epoca. Il Battista paga con la vita la sua scelta, il suo coraggioso e coerente amore della verità, ma lascia ai lettori dei Vangeli un grosso dubbio: fu un martire della fede Cristiana o solo della Torah? È a lui che allude Gesù quando, dopo aver ribadito la sua messianicità con il richiamo ad Isaia (Matteo 11,5), dichiara beato chi non si scandalizza di Lui? È per questo comportamento che Gesù lo definisce, pur essendo il più grande tra i nati di donna (in quanto a carismi ricevuti dall'infanzia (Luca 1,44) fino al Battesimo sul Giordano) 'il minimo nel regno' (Matteo 11,11)? A testimonianza della grande importanza storica di quest'episodio, la precedente sentenza di Gesù su Giovanni Battista, anche se distorta in chiave gnostica, è riportata dal vangelo copto di Tommaso nel capitolo 46, nella maniera seguente: Gesù disse: "Da Adamo a Giovanni Battista nessun nato da donna fu più grande di Giovanni Battista, sì che (davanti a lui) egli debba abbassare gli occhi. Tuttavia vi dissi: Tra di voi chiunque sarà piccolo conoscerà il Regno e sarà più grande di Giovanni".
Missione eliatica
Forse, più che a Paolo di Tarso e ai contrasti con la comunità gerosolomita guidata da Giacomo, è proprio a Giovanni Battista che bisogna guardare per capire perché il cristianesimo e l'ebraismo hanno percorso nella storia due cammini diversi. Paolo in fondo, affermando la superiorità della grazia sulla legge, voleva solo liberare il messaggio cristiano dall'obbligo di seguire la cultura da cui era venuto. Il Battista invece, tralasciando di seguire il Cristo che pur aveva additato come 'Agnello di Dio', venne meno alla sua missione eliatica (vedi anche Elia) di riconciliare il cuore dei padri con quello dei figli (Malachia 3,1-24) - (Matteo 17,10-12).
La storia non è fatta di 'se' e di 'ma', pur tuttavia viene spontaneo domandarsi se il gruppo delle cosiddette colombe, che appartenevano al Sinedrio, come Nicodemo (Giovanni 3,1-36) e Giuseppe d'Arimatea, avesse potuto annoverare il Battista come uno dei grandi sostenitori di Gesù, ... come sarebbero andate le cose dopo la resurrezione di Gesù?
La morte
Il Battista morì a causa della sua predicazione. Egli condannò pubblicamente la condotta di Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade; il re lo fece prima imprigionare, poi, per compiacere la bella figlia di Erodiade, Salomè, che aveva ballato ad un banchetto, lo fece decapitare.
San Giovanni Decollato
La morte per decapitazione ha fatto si che San Giovanni Battista sia divenuto famoso anche come San Giovanni Decollato. La celebrazione del martirio di Giovanni Battista o celebrazione di San Giovanni Decollato è fissata al 29 agosto (probabile data del ritrovamento della reliquia della testa del Battista). Molte chiese, luoghi di culto e città sono dedicate a questo santo.
Le reliquie
Secondo la tradizione della Chiesa Cattolica, il capo del Santo è ora conservato nella Chiesa di San Silvestro in Capite a Roma. La reliquia pervenne a Roma durante il pontificato di Innocenzo II (1130-1143). Fino al 1411, la reliquia veniva portata ogni anno in processione da quattro arcivescovi. Un'altra tradizione affermava invece che la testa fosse custodita nella cattedrale d'Amiens, ma la veridicità della reliquia romana fu dimostrata da Oliviero Iozzi. Il capo custodito a Roma è senza la mandibola, conservata nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo.
Il piatto che secondo la tradizione avrebbe accolto la testa del Battista è custodito a Genova, nel Tesoro della cattedrale di San Lorenzo, assieme alle ceneri del Santo.
Una parte delle ceneri di San Giovanni Battista e resti di altri martiri sono conservati nella antica Chiesa del Monastero delle Benedettine di Loano (ora chiesa della Confraternita dei Disciplinanti Bianchi).
Un dito, donato dall'Antipapa Giovanni XXIII, sarebbe conservato nel Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, in quanto corredo della Cattedrale.
Altre reliquie sarebbero conservate a Damasco, nella Moschea degli Omayyadi. Un dente si conserva nella cattedrale di Ragusa ed un'altro, insieme ad una ciocca di capelli a Monza.
Un piccola parte di ceneri ed altre piccole reliquie si trovano a Chiaramonte Gulfi (RG), nella Chiesa Commendale dell'Ordine di Malta, altre invece a Pozzallo.
Patronati
Il culto di San Giovanni Battista si diffuse prestissimo in tutta la Cristianità, e molte città e chiese ne presero il nome.
Moltissimi sono anche i patronati, di cui ricordiamo i più importanti:
- Per via dell'abito di pelle di cammello, che si cuciva da sé e della cintura, è patrono di sarti, pellicciai, conciatori di pelli.
- Per l'agnello, dei cardatori di lana.
- Per il banchetto di Erode che fu causa della sua morte, è patrono degli albergatori.
UT queant laxis - REsonare fibris - MIra gestorum - FAmuli tuorum - SOLve polluti - LAbii reatum - Sancte Johannes
- Come battezzatore è patrono dei trovatelli, che venivano abbandonati alle porte dei battisteri.
- San Giovanni Decollato è il protettore di tutte le Anime Decollate e a queste anime si rivolgono tutti coloro che chiedono aiuto o consiglio oppure cercano un segno divinatorio. Queste anime non hanno nulla a che vedere con le anime sante purganti in quanto, queste ultime stanno a scontare la loro pena poiché in vita non sono state operose ed efficaci nel praticare il bene mentre i Decollati sono morti per mano del boia; per questo motivo è anche patrono di molte confraternite che assistevano i condannati a morte.
- Pozzallo, unico comune in provincia di Ragusa ad affacciarsi sul mare, lo invoca come protettore dei marittimi e della città insieme alla Vergine Addolorata.
- In Sicilia è patrono dei compari e delle comari. Patrono dei compari e delle comari di battesimo in ricordo del Battesimo di Cristo. Patrono dei compari e delle comari di San Giovanni in quanto garante della loro profonda amicizia dimostrata, tramite alcuni "riti", il 24 giugno.
- Viene anche invocato, contro le calamità naturali quali terremoti, temporali etc.. in Sicilia e specie a Chiaramonte Gulfi in tali occasioni si recita il Rosario di San Giovanni in Dialetto seguito dalla Giaculatoria "San Giuvanni Santu 'Ranni, Libratici re priguli e re danni".
Iconografia
Attributo principale nell'iconografia è un lungo bastone da viandante sormontato da una piccola croce, con la scritta "Ecce agnus Dei" (Ecco l'Agnello di Dio); è vestito con l'abito di pelle di cammello, a cui a volte si aggiunge il mantello rosso, segno del martirio.
Il Battista è rappresentato in tutti i momenti della sua vita, fin da quando, ancora nel ventre della madre, sussulta all'arrivo di Maria incinta di Gesù. È spesso rappresentata la sua nascita, e gli artisti indugiano sul delicato particolare di Zaccaria, che, reso muto dall'angelo per la sua incredulità, scrive su un libro il nome del neonato, scena nota come "Imposizione del nome del Battista". Spesso è rappresentato bambino, già vestito con una pelle di cammello, in compagnia di Gesù e altri personaggi delle due famiglie.
La raffigurazione più frequente è ovviamente la scena del battesimo di Gesù nel Giordano. È infine rappresentato nel momento del martirio, o subito dopo, quando la sua testa è presentata a Erode, Erodiade e Salomé.
Raffigurato con Gesù bambino e la Madonna è noto come San Giovannino.
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